Lun. Apr 15th, 2024

 

 

Nei giorni scorsi la vicenda della Commissione presieduta da Padre Benanti ci ha ricordato che quella italiana è anche una repubblica fondata su Commissioni d’Inchiesta: dal caso Moro a Telekom Serbia, a memoria non ce ne ricordiamo una che abbia portato a qualcosa di concreto.

Chi si ricorda ancora la Commissione d’inchiesta sulla “pandemia”?

Martedì 9 gennaio in una seduta a porte chiuse è stato ascoltato Anthony Fauci, uno dei principali sostenitori delle “misure”.

L’istituzione della commissione d’inchiesta sulla gestione della “pandemia” e la liquidazione delle “misure di contenimento” che hanno paralizzato l’Italia da Marzo 2020 a metà del 2022 è stato uno dei punti sui quali la coalizione guidata da Giorgia Meloni ha assorbito alle ultime politiche il voto di un elettorato non di destra e non identitario, disinteressato alle crociate a favore della “famiglia tradizionale” o ai dibattiti sul movimentismo degli anni settanta, e desideroso solo di farla finita con l’incubo che attaglianava ancora in parte il paese.

La Commissione prende il via a luglio 2023. In Parlamento si videro scene memorabili, con la maggioranza (composta da due partiti che hanno sostenuto le misure del governo Draghi come Fi e Lega, una maggioranza che comunque nelle regioni dove governava non si è mai tirata indietro quando si trattava di varare “misure” più restrittive di quelle nazionali, vedi la “zona rossa rafforzata” preventiva che il governatore abruzzese Marsilio voleva istituire nell’autunno 2020 di sua iniziativa, o la prima forma di “patentino sanitario” ipotizzata nella stessa estate dai governatori isolani Solinas e Musumeci, entrambi appartenenti all’attuale coalizione di governo) che urlava “verità, verità” e l’opposizione, con in testa il duo Conte-Speranza che parlava di “schiaffo agli italiani” riproponendo per l’ennesima volta la tesi che le “misure” ci avrebbero salvato la vita.

L’opposizione propose anche di estendere l’inchiesta alle regioni: ipotesi in sé sensata, peccato che la tesi di fondo fosse ancora quella dell’inchiesta di Bergamo e di parte del “dissenso” di sinistra, ovvero che le responsabilità di quanto successo sono legate alla scelta della regione Lombardia di non chiudere tutto subito.

A novembre 2023, nell’indifferenza generale di un paese impegnato a fare l’esegesi dei profili social della famiglia Cecchetin, un emendamento “colpo di spugna” ha cancellato la parte del testo che metteva in discussione non singoli punti secondari ma l’impianto giuridico e politico che ha trasformato per due anni abbondanti l’Italia in uno Stato di Eccezione nel quale, lo ricordiamo, fino al 31 marzo 2022 era (almeno in teoria) formalmente perseguibile come illecito amministrativo avvicinarsi a 99 centimetri a una persona non convivente, considerato che i Dpcm che istituivano tale obbligo sono decaduti sempre formalmente assieme allo stato di emergenza.

Sparisce l’obbligo di “valutare la legittimità della dichiarazione dello stato di emergenza e delle relative proroghe nonché l’utilizzo dello strumento della dichiarazione d’urgenza” e neanche di valutare “eventuali obblighi e restrizioni carenti di giustificazione in base ai criteri della ragionevolezza, della proporzionalità e dell’efficacia, contraddittori o contrastanti con i princìpi costituzionali”.

La modifica è passata con 94 voti favorevoli della maggioranza e 64 contrari dell’opposizione.

La sostanza di questa modifica, passata nel silenzio generale, è che sparisce dagli obbiettivi di una commissione politica quello che sarebbe stato il suo lavoro naturale, ovvero di indagare l’abnormità di uno Stato di Eccezione durato due anni e mezzo, con coda fino a settembre 2022 (qualcuno ci spiega perché in assenza di stato di emergenza era obbligatorio indossare le mascherine sui mezzi di trasporto nell’estate 2022, e perché è stato mantenuto il green pass per alcune situazioni sino a giugno?) e si limita a valutare la “fondatezza scientifica” delle “misure di contenimento”. È vero che resta una voce generica sulla verifica del rispetto dei “diritti umani” e delle “libertà fondamentali” e una, molto incidentale, sugli effetti avversi post-vaccino, ma la sua genericità lo rende evidentemente uno specchietto per le allodole.

Insomma, scene come quella di copertina si potranno ripetere, basta che qualche comitato tecnico ci dica che sono sorrette da evidenze scientifiche.

I titoloni dei giornali in questo inverno, nel quale si torna alla normalità delle “terapie intensive al collasso” e dei “milioni di italiani a letto” per il “picco dell’influenza” tra “Natale e Capodanno” sono la migliore dimostrazione che nessuna “pandemia”, almeno riguardanti questo tipo di sindromi respiratorie, potrà mai esistere socialmente senza una precisa volontà politica di sfruttarla appunto politicamente, che a quanto pare almeno per il momento non c’è. C’è solo da augurarsi che non ci siano rigurgiti di tale volontà, e a che a nessuno venga in mente di riprendere la conta dei contagi e la loro pubblica ostensione.

Il lavoro della commissione sarà incentrato quindi su materie “tecniche” come l’adeguatezza dei protocolli o la mancata attivazione del piano pandemico. Al massimo si indagheranno le procedure sugli appalti per gli acquisti dei banchi a rotelle o delle mascherine.

Dalla “Commissione” arriva di fatto la legittimazione politica delle “misure” introdotte dal 2020 al 2022, beninteso se sorrette dalla “fondatezza scientifica”. Visto che in questi due anni abbiamo avuto ampia conferma di come la scienza sia legata indissolubilmente alla politica, c’è da farsi venire la scienz-ansia e c’e’ già da essere lieti che tutto questo sia finito nel dimenticatoio, e che, svanito l’effetto sorpresa del 2020, chi governa abbia compreso che forse la società non accetterebbe di nuovo quello che è stato perpetrato ormai quasi quattro anni fa.

 

Andrea Macciò

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