Mer. Feb 28th, 2024

 

 

Nulla sarà più come prima” scrisse qualcuno dopo i fatti dell’11 settembre 2001. L’anno che ha aperto il nuovo millennio è stato a tutti gli effetti un punto di svolta, l’anno nel quale i fatti di Genova” di luglio 2001 e l’attentato alle Torri Gemelle sembrano aver posto fine alla fase di relativa pace e aumento delle libertà personali e collettive iniziata dopo la Seconda guerra mondiale, per inaugurare una nuova stagione di guerre, stagnazione e autoritarismo sempre più esplicito.

Claudia Cipriani

A Genova, in occasione della nuova proiezione del documentario “Di vita non si muore” ho incontrato una delle autrici, Claudia Cipriani. Il titolo è tratto da una delle poesie scritte da Carlo Giuliani.

Claudia è al suo nono documentario.

Tra i suoi ultimi lavori, “Pino. Vita accidentale di un anarchico La storia di Giuseppe Pinelli, della strage di Piazza Fontana e degli anni della “strategia della tensione” visti attraverso gli occhi di due bambine: le figlie di Pinelli, L’ora d’acqua”, L’estate che verrà-Storie di un’altra scuola possibile, “Lasciando la baia del Re” e il coraggioso e attuale, nella settimana del Festival, L’ultima ruota.

Nel febbraio 2021: mentre l’Italia è ancora in balia di zone rosse e coprifuoco e tutte le attività culturali e ricreative sono chiuse, ritenute “non essenziali” dal governo Conte appena deposto e da quello di Draghi che lo seguirà, ai media sembra interessare solo se il Festival di Sanremo si farà o no.

Così un gruppo di lavoratori dello spettacolo decide di fare la Milano-Sanremo in bicicletta, per denunciare la crisi dell’intero settore.

Un viaggio in cui ogni tappa è un tassello di una protesta politica e poetica.

Claudia Cipriani

Gli artisti e il mondo della cultura, con il movimento nato in Francia Danser Encore, furono assieme ai ristoratori tra i pochissimi a protestare per quanto stava accadendo prima che entrasse in scena il green pass. Nessuno lo ricorda oggi.

Il Festival di Sanremo 2021 in effetti si fece lo stesso, in un’atmosfera surreale senza pubblico, mentre sul palco andava in scena una sinistra parodia di normalità, con cantanti e ospiti che sembravano gli orchestrali del Titanic.

Nella stessa atmosfera assurda e raggelante il 31 dicembre 2021 Amadeus conduceva “L’anno che verrà” da Terni, con spettatori costretti a restare immobili nel freddo della notte di San Silvestro, all’aperto in uno spazio esterno delle acciaierie, e a indossare mascherine nere per ragioni di “decoro” estetico. D’altra parte, solo pochi mesi prima il sindaco di allora, il leghista Leonardo Latini, aveva disposto il divieto di circolare in abbigliamento “indecoroso” e di stazionare in alcune vie della città.

La ricerca di “un altro mondo possibile” è il fil rouge che unisce il lavoro cinematografico più recente di Claudia Cipriani. La domanda che percorre tutto il documentario e il dibattito che ne è seguito è se sia ancora possibile oggi immaginare un mondo diverso, in un contesto di stagnazione, autoritarismo e nel quale anche le voci di protesta che ci sono sembrano essere mosse unicamente dalla “reazione”, dalla conservazione dello status quo o di rendite di posizione.

Con “Di vita non si muore” Claudia Cipriani e Niccolò Volpato riescono a raccontare per la prima volta la vita “privata” del ragazzo che è diventato un simbolo

Carlo vive”, scritto sui muri di molte città del mondo, ha trasformato Carlo Giuliani in un simbolo di ribellione e libertà. Eppure, è guardando la sua vita, e non la sua tragica morte, avvenuta più di 20 anni fa durante le proteste contro il G8, che gli autori cercano un modo diverso di concepire il mondo, rivoluzionario ieri e ancora più significativo oggi.

La vita di Carlo Giuliani è raccontata in maniera intima e talora quasi poetica, dalle voci narranti della sorella Elena, dell’ex compagna ai tempi del liceo Emanuela e degli amici come Anton e “Tatanka”.

Il film mette in risalto la particolare sensibilità personale e politica di Giuliani, i contrasti con i genitori e in particolare il padre sindacalista durante la guerra in Kosovo del 1999, il suo modo di relazionarsi con il mondo.

Per Claudia Cipriani lo stile di vita “libero e libertario” di Carlo Giuliani, diventato un simbolo suo malgrado, ma che era una persona refrattaria alle etichette e alle classificazioni in una fazione (in un passo del film, si ricorda che pur essendo stato iscritto un anno a Rifondazione Comunista se ne allontanò affermando che “le tessere dividono”), rappresenta un approccio che oggi, nel quale i social network hanno plasmato un mondo fatto di bolle non comunicanti tra di loro appare rivoluzionario. Carlo Giuliani era nato nel 1978, e la regista ci ha raccontato che “Di vita non si muore” vuole essere anche un manifesto generazionale delle persone nate tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta.

Carlo di notte, foto di scena

Quelli che gli appassionati della classificazione chiamano “Generazione Xennial” e che erano adolescenti o giovani adulti nel 2001.

L’estate del G8 di Genova è stata un punto di svolta.

Il film cerca di capire come sia potuta accadere quella che fu definita la più grave sospensione della democrazia mai avvenuta dopo il 1945″ e di analizzare cosa fosse il movimento no global, le sue battaglie, i contenuti, le proposte. E per comprendere cosa fosse quel “altro mondo possibile” rivendicato, il film racconta chi era Carlo Giuliani e come cercava di unire la sua visione politica e il suo stile di vita.

Il film è un manifesto generazionale perché racconta il “trauma” di una generazione cresciuta nell’era apparentemente tranquilla e affluente degli anni Ottanta e Novanta, quella che qualcuno definì “dell’edonismo reaganiano” e altri del “riflusso nel privato”. L’estate del 2001 irrompe a ricordare la fine di questa illusione.

È un manifesto generazionale, perché racconta “l’ultima generazione” di ragazze e ragazzi che si incontravano fisicamente, e non negli acquari social come oggi, nell’ “auletta occupata” dell’ateneo genovese frequentato da Giuliani per discutere, fare politica, organizzare uno spazio sociale e culturale alternativo.

In un passo del documentario, si racconta come “quelli dell’auletta” organizzarono una sorta di protesta goliardica durante il passaggio del Giro d’Italia da Via Balbi esponendo lo striscione “Della bici ci piace la canna”. Oggi questo sarebbe ancora possibile? Chi scrive pensa proprio di no.

Claudia Cipriani sul set

Il film procede su due livelli narrativi: quello del Giuliani “privato” e quello del contesto storico-politico nel quale si muove e nel quale nasce il movimento che è stato definito “No Global”.

Tra le battaglie di Carlo Giuliani dimenticate e ricordate dal film, quella contro una norma del liceo che frequentava che vietava agli studenti di spostarsi da un piano all’altro.

Il documentario racconta le amicizie, gli amori, l’impegno sociale e politico sempre critico, la passione di Giuliani per la Genova underground e alternativa dei “caruggi” abitati da artisti, migranti e irregolari vari, quella Genova cantata anche da Fabrizio De André e che oggi esiste ancora, ma che è in parte rimpiazzata dai più modaioli locali della movida.

L’assenza di una documentazione video e fotografica, in un’epoca pre-smartphone e nella quale erano rarissime anche le fotocamere digitali, ha costretto i registi a ricostruire la vita di Carlo Giuliani in forma prevalentemente di fiction.

Carlo nei vicoli, foto di scena

Negli ultimi due giorni, il documentario mostra il Carlo Giuliani del G8: indossa sempre la canotta che aveva quando rimase ucciso, e sotto la quale aveva un costume da bagno: fino all’ultima era indeciso se partecipare alla manifestazione o andare al mare.

Di vita non si muore ricostruisce anche la nascita della prima “zona rossa” del dopoguerra.

Pochi lo ricordano, ma la città di Genova fu isolata per una settimana, con interruzione del traffico ferroviario nell’area metropolitana, attestazione dei convogli per Roma Termini e Napoli a Sestri Levante o deviazione degli stessi via linea Bologna-Firenze, e di quelli regionali nelle stazioni di confine delle città come Nervi, Voltri o Pontedecimo, e controlli serratissimi ai caselli autostradali.

Il centro storico è stato imprigionato con inferriate dalle quali potevano entrare e uscire solo i residenti tramite esibizione di un lasciapassare. Ricorda qualcosa? Certamente, la stagione dei lockdown, dell’autocertificazione e del green pass.

Nei mesi precedenti i vigili urbani fecero un minuzioso censimento delle case private del centro, e come ricorda il film volevano sapere proprio tutto, comprese le vie d’uscita alternative a quella principale e le persone che frequentavano le abitazioni. Tutto questo per “ragioni di sicurezza” quelle previste dall’art 16 della Costituzione, che consente per la “sicurezza” (e la “sanità”) di sospendere le libertà personali.

Allora, come ha sottolineato Claudia Cipriani, tutto questo non sembrò normale.

Molte persone protestarono vivacemente, un consigliere della lista civica di Adriano Sansa “fece il bucato” per criticare il divieto imposto dall’allora premier Berlusconi di stendere i panni per “ragioni di decoro”, molti lasciarono la città.

Nei mesi precedenti una martellante propaganda dei media allarmava la popolazione sulle possibili proteste violente, mettendo in giro vere e proprie fake news delle quali nessuno fu chiamato a rispondere, come quella dei palloncini pieni di sangue infetto o di “gas nervino” che sarebbero stati preparati dai manifestanti.

La presidente della provincia, Marta Vincenzi dell’allora Pds, ordinò 200 bare. Una parte dei manifestanti, le cosiddette “Tute Bianche” organizzava simulazioni degli scontri di piazza.

La città vuota e “blindata” come raccontavano i media di allora, è stata il teatro perfetto per mettere in scena un esperimento sociale di successo, la prima colossale sospensione della democrazia del dopoguerra nel cosiddetto Occidente.

Nel dibattito che ha seguito il film, Claudia Cipriani ha raccontato come Carlo Giuliani sia nato a Roma nel marzo 1978, il giorno del rapimento di Aldo Moro, e di come il governo di allora, guidato da Giulio Andreotti, prese in considerazione di dichiarare lo stato di emergenza nazionale, ma alla fine scelse di non farlo e di non sospendere del tutto i diritti minimi delle persone.

Nel febbraio 2020 l’avvocato grillino di Foggia che guidava il governo, Giuseppe Conte, invece lo proclamò per una sindrome respiratoria, un plebiscito con due soli voti contrari in Parlamento: quelli di Vittorio Sgarbi di Forza Italia e Sara Cunial, fuoriuscita del Movimento 5 Stelle.

Il film si apre e si conclude a Forte Sperone, “il posto segreto” di Carlo e della sua compagna di allora, una fortezza che domina la città, non prima di aver raccontato il tragico pomeriggio del Luglio 2001, le contraddizioni pesantissime della “ricostruzione” ufficiale e il colpo di spugna sui reati dei quali erano accusati molti esponenti delle forze dell’ordine, che nonostante le accuse molto gravi, non sono stati immediatamente sospesi, anzi molti di loro hanno beneficiato di promozioni e avanzamenti di carriera, prima di ricevere dopo molti anni lievi condanne quasi tutte con pena sospesa o di beneficiare della prescrizione. A molti dei manifestanti processati fu contestato il “concorso morale in devastazione e saccheggio” un reato associativo simile a quello contestato in Ungheria a Ilaria Salis oggi.

Germania, un murale dedicato a Carlo Giuliani

Il movimento “No Global” eterogeneo, ma coeso nei suoi obbiettivi, rappresentava davvero una minaccia per l’ordine politico unipolare e autoritario nel quale siamo immersi oggi?

La repressione dell’estate genovese non è stata casuale, ma decisa a tavolino per annientare un movimento di opposizione sociale che faceva paura? Domande che non hanno risposta, ma che è necessario porsi.

Nei titoli di coda, vediamo l’eredità del G8: il metodo di governo fondato sulla paura e sull’emergenza permanente che quell’estate insanguinata ha “normalizzato”. Dalle numerose “guerre umanitarie” all’emergenza terrorismo diventata permanente, fino al ritorno della zona rossa, del coprifuoco, della sospensione dei diritti minimi delle persone come quello di circolazione, di lavoro, di scegliere liberamente le persone da frequentare che nel 2020-2021 è stata accettato più o meno passivamente da tutti gli italiani.

E molte delle persone che nel 2001 erano in piazza per “un altro mondo possibile” nel 2020 stavano dall’altra parte, dalla parte di un “ordine costituito” che mandava in giro droni ed elicotteri per stanare chi si baciava all’aperto o chi correva sulla spiaggia.

E, alla mia precisa domanda, la regista mi ha ricordato che nelle proiezioni precedenti nessuno ha avuto il coraggio di porre in maniera esplicita la domanda della questione del nesso tra i fatti del 2001 e quelli del 2020-2021, così simili tra di loro.

Chi protestava contro “l’alleanza” di fatto tra Stati e multinazionali dell’agroalimentare nel 2001 perchè (con qualche eccezione) non lo ha fatto quando la stessa alleanza si è proposta nel 2020-2022 tra stati, organismi sovranazionali e multinazionali del farmaco?

Non è accaduto neanche ieri, nessuno ha avuto il coraggio di affrontare il tema nel dibattito che è seguito. Nella proiezione genovese del 7 febbraio erano presenti numerose persone che hanno conosciuto Giuliani, e sono stati messi in evidenza anche gli aspetti più intimi e personali che il film ha smosso nella città del suo protagonista.

Savona, primavera 2020

La critica a quanto successo nella “pandemia” resta per molti ambienti sociali e culturali ancora un tabù: e così, le piazze e il “dissenso” sono state lasciate in mano, con rarissime eccezioni, a personaggi dalla credibilità pari a zero, con i risultati che sappiamo.

Proiezione di “Di vita non si muore” Genova, Giardini Luzzati

Claudia Cipriani ci ha ricordato come lo stato di emergenza proclamato a gennaio 2020 non sia mai finito. Chiuso dopo due anni e mezzo quello per lo stato di emergenza sanitaria, il terrorismo, i migranti e gli sbarchi, la guerra in Ucraina, il terremoto in Turchia (!!) l’emergenza climatica tutto oggi concorre a “governare con la paura” e bypassando il parlamento.

 

 

Ma nel frattempo, il metodo “zona rossa” non ha neanche più bisogno della costruzione dell’emergenza, basta un evento ricreativo.

Capodanno con autocertificazione a Perugia, 2022

Il “Capodanno a Perugia” di fine 2022, nel quale era richiesto un “lasciapassare” per accedere alle case private e ai ristoranti del centro storico, causa spettacolo della Rai, resta la testimonianza più fulgida di questa progressiva deriva.

Il grande merito di questo documentario è non solo quello di aver mostrato il Giuliani “privato” ma di aver ricostruito minuziosamente le origini di questa deriva e perché oggi consideriamo tutto questo normale.

Gli autori si chiedono anche se gli ideali e le lotte di quel movimento siano ancora validi e vivi, e se non siano solo vuoti slogan ma scelte, analisi, prese di posizione e azioni concrete che guardando al passato ci proiettano, nel futuro, e se possano aiutarci ad uscire dalla palude odierna.

Il tour del film “Di vita non si muore” iniziato proprio in Toscana ad Empoli, proseguirà per tutto il 2024.

La prossima proiezione sarà proprio in Toscana, a Livorno. Il film, sostenuto anche grazie al crowfounding, è una produzione indipendente che è stata e verrà proiettata sia nei cinema tradizionali, che in spazi come quello genovese dei Giardini Luzzati, nei centri sociali e in alcuni casi anche nelle scuole.

Le date sono consultabili sulla pagina Facebook “Di vita non si muore” e sula pagina della Ghiro Film.

TRAILER:
https://www.youtube.com/watch?v=Vtuljsh3pyo

CREDITS:
Regia, fotografia, montaggio: Claudia Cipriani
Sceneggiatura: Claudia Cipriani, Niccolò Volpati
Interpreti principali: Ernesto Spazzali; Chiara Maria Berzeri; Milo Volpati
Voci off: Marlene De Giovanni; Davide Fazio; Renzo Martinelli; Elisabetta Pogliani; Marco Sgrevi
Audio: Gianluca Mancini
Musica: Tekno Mobil Squad

Produzione: Ghir@Film (www.ghirofilm.it)

 

Andrea Macciò

 

 

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