Mer. Feb 28th, 2024

Può sembrare un titolo degno de “L’Unità” dei bei tempi, ma è proprio così.
A margine del Forum Interministeriale per la Cooperazione Indo-Pacifica, tenutosi a Bruxelles la settimana scorsa sotto la presidenza dell’ineffabile commissario europeo agli esteri e alla sicurezza Borrell, emergono subito due aspetti sostanziali: il primo è l’assenza per il terzo anno di seguito della Repubblica Popolare Cinese, il secondo è una critica di fondo dell’atteggiamento occidentale verso l’ennesimo conflitto in corso, quello tra Israele e Hamas.
Dalla Cina giunge un articolo estemamente critico a firma di tale Mark Blacklock, pubblicato su Global News (l’edizione in inglese del Quotidiano del Popolo) il quale afferma che l’atteggiamento europeo verso le questioni orientali nel loro complesso rimane sostanzialmente paternalista, coloniale, e di superiorità.
E su questo non possiamo dargli torto, perché in molti nella nostra porzione di mondo sono ancora convinti che il centro del pianeta graviti tra Londra Parigi e Washington.
Per quanto riguarda la questione israelo-palestinese, già ampiamente tracimata in Libano, Paese al quale si impedisce sistematicamente una ripresa economica e civile, l’approccio euro-americano rimane quello di sempre: stare a guardare mentre le parti in causa si massacrano tra di loro, al limite mandare una modesta e impotente forza di interposizione (che poi verrà sempre bersagliata da tutti i contendenti) a cose fatte. A proposito di Libano, è notizia di queste settimane che gli eurocrati hanno tagliato gli aiuti al Paese dei Cedri col pretesto che stanno spendendo già abbastanza per l’Ucraina.
Sul Libano va specificato che non solo l’Italia ha una missione militare incaricata da anni di addestrare il simbolico esercito locale, ma che ormai dal 2020, da quando c’è stata la devastante esplosione nel porto di Beirut, l’economia è definitivamente collassata e si sta già registrando un flusso migratorio di libanesi poveri verso i nostri lidi. Proprio mentre quello che resta del governo libanese cerca disperatamente di rimpatriare i profughi siriani scappati lì in conseguenza della guerra civile. La stessa guerra civile siriana meriterebbe un discorso a sé, visto che non più tardi del 2012 il parlamento italiano ha votato aiuti finanziari ai “siriani democratici”, che poi si sono rivelati essere non altri che l’Isis.
Un capitolo poi meriterebbe la citata esplosione di Beirut del 2020, a oggi la più potente esplosione non nucleare mai registrata nella storia: come si dovrebbe considerare il fatto che 2750 tonnellate di nitrato di ammonio, un fertilizzante che però viene usato nella produzione di esplosivi, sono state stoccate accanto a un deposito di fuochi artificiali? Un’apparente cialtronata che è costata duecentodiciotto morti, settemila feriti, trecentomila sfollati e oltre quindici miliardi di dollari (o di euro, fate voi) di danni. Proprio un caso, sì, in una nazione alle prese già dal 2018 con una crisi finanziaria terribile e la fine del turismo da quando è iniziata la guera civile siriana finanziata anche dal parlamento italiano.
Nel 2023 il Libano ha registrato una breve ripresa nel settore turistico che quest’anno sarà totalmente annullata dal fatto che centomila sfollati sono già a Beirut in fuga dai combattimenti tra Hezbollah e gli israeliani nel Sud del Paese. Combattimenti che avvengono, ci risulta, dove sono di stanza i miliari italiani. Militari italiani che sono lì da oltre vent’anni.
Libano a parte, c’è anche la questione dei possibili assalti nel Mar Rosso alle nostre navi. Se dobbiamo prendere per buona la sparata del capo dei ribelli yemeniti Houthi, da oggi le navi italiane in zona sono a rischio grazie alla splendida idea da parte dell’ineffabile Crosetto di capeggiare la missione navale europea.
Secondo noi la questione degli Houthi si inquadra in un fenomeno più vasto e ultradecennale, quello della pirateria somala all’ingresso del Mar Rosso: sono più di trent’anni che le navi da carico e anche da guerra vengono assaltate da questi soggetti, eppure, nonostante un periodo di occupazione militare della Somalia a cui anche l’Italia ha partecipato nel 1993, il problema è tutt’altro che risolto. Nonostante nel Mar Rosso ormai ci sia una presenza navale fissa non solo occidentale, ma anche cinese, russa, iraniana. Unità navali di Paesi apparentemente nemici stazionano soprattutto nella Repubblica di Gibuti, ed è notizia di questi giorni che gli etiopi vorrebbero realizzare una base navale nella Repubblica del Somaliland (ex Somalia Britannica, staccatasi dalla Somalia nel 1991 ed attualmente riconosciuta solo da Taiwan).
Eppure l’alternativa al traffico navale tra Oceano Indiano e Mediterraneo ci sarebbe: già nel 2014 le reti ferroviarie cinese e indiana sono fisicamente collegate a quella europea attraverso l’Iran: a nord verso il Turkmenistan, a sud attraverso il Pakistan.
Periodicamente vengono inviati treni merci tra Karachi e Rotterdam, ma il traffico stenta a prendere piede a causa di numerosi fattori. Il primo è che l’Iran continua ad essere considerato una nazione-canaglia, il secondo è che evidentemnte gli interessi degli armatori e soprattutto degli assicuratori fanno sì che per qualcuno continui ad essere più conveniente impiegare oltre due mesi per inviare un container dalla Cina all’Europa quando per ferrovia sarebbe possibile farlo in due settimane. Soprattutto il traffico ferroviario è meno soggetto alle speculaizoni che abbiamo visto nel Triennio Maledetto 2020-2022, quando il costo del trasporto è triplicato. Oggi, con la scusa degli Houthi, le navi da carico provenienti dalla Cina navigano intorno all’Africa impiegando oltre tre mesi per portarci quello che non si produce più da noi.
Già, perché i nostri media continuano a criticare la Cina per questa o quella ragione, ma chi è che ha eliminato la produzione di molti beni in Occidente? I primi sono stati gli americani negli anni Ottanta, poi noi europei li abbiamo seguiti in nome della convenienza economica. E anche del fatto che da noi è davvero proibitivo produrre: tra ecoballe e operai che prendono paghe da fame pur costando al datore di lavoro oltre il triplo di quello che guadagnano, è meglio andarsene in Cina.
Stesso discorso per gas e petrolio, là dove la scusa della “guerra” in Ucraina è stata non solo il pretesto per escludere l’Europa dalle fonti di approvvigionamento russe, ma soprattutto per una bella ondata speculativa.
Così un Paese come il nostro, un tempo dotato di una importante industria elettronica, oggi sostanzialmente vive di manutenzione di autostrade e ferrovie con i debiti contratti a Bruxelles. Perché in Italia l’economia ormai è solo terziario e manutenzione scadente di quanto realizzato quando eravamo davvero tra le prime economie mondiali.
Un tempo l’Italia svolgeva un ruolo importante nella mediazione politica tra Oriente e Occidente, oggi si limita ad applicare le veline del Pentagono. Soprattutto, l’Italia vive a debito con gli eurocrati (e tra poco anche col Fondo Monetario Internazionale), ma si permette di distribuire denari non suoi di qua e di là verso “nazioni” che non ci concederanno nemmeno l’appalto per rifare i cartelli stradali dopo la fine dei combattimenti.
Già, perché una voce che serpeggia in questi giorni è la prossima fine del “conflitto” ucraino.
A Washington l’Eugenio Giani statunitense vuole accreditarsi come uomo della pace, a Mosca Putin vuole fare lo stesso: in America e in Russia ci saranno le elezioni e ognuno dei due presidenti cerca di fare bella figura.
In Europa si voterà a giugno per il rinnovo del parlamento europeo e quindi della Commissione, ma stiamo tranquilli: la signora Meloni ha già assicurato a Ursula che la sosterrà con ogni mezzo. Con buona pace di un Salvini che – tutto solo – crede di condurre una lotta contro gli eurocrati e le loro follie.
Resta solo da sperare nei trattori, e che almeno all’estero il fenomeno non si trasformi nell’ennesima passerella di soggetti deccotti come da noi.
Mentre tutto questo accade, in italia una domanda impazza tra la popolazione: chi vincerà Sanremo?

Di Giuliano Fresi

Sono nato, prima o poi morirò.

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