Mer. Feb 28th, 2024

Gli ultimi quattro anni di storia possono tranquillamente essere considerati tra i più sconvolgenti del dopoguerra, per questo abbiamo visto fiorire le più strampalate teorie in merito.
L’arresto improvviso di economia e società imposto nel 2020 con la scusa di una malattia che poi così mortale non era ha provocato nella maggior parte delle persone un trauma da cui difficilmente si riprenderanno.
L’idea che in qualsiasi momento, quasi senza preavvisto, tutto quello che stai facendo e credi di poter progettare possa essere congelato (e poi distrutto), è senz’altro alla base del clima di paura e sfiducia che stiamo vivendo tutti quanti, anche a quasi due anni dalla fine delle “misure”.
Questo è un fatto e rappresenta il meccanismo psicologico, per non dire terroristico, con cui chi sta al potere gestisce le cose a tutt’oggi, quello dell’emergenza continua.
Come sottolinea il nostro Andrea Macciò, ormai qualsiasi scusa è buona per creare una nuova emergenza in base alla quale limitare le libertà di tutti.
Aggiungiamo a tutto questo tassi bancari sconsideratamente alti e un’evidente speculazione sui generi di prima necessità, dagli alimentari all’energia, e otterremo quella che gli americani chiamano la tempesta perfetta.
Come molti hanno ampiamente previsto quattro anni fa, era chiaro che anni di chiusure e limitazioni demenziali avrebbero presentato il conto all’economia.
La situazione italiana attuale è il risultato di tutto questo, con fallimenti quotidiani di aziende e un’indipendenza sempre minore di quello che rimane della nostra economia. E’ un fatto che in Italia ormai rimane sono qualche produzione di eccellenza su piccola scala, una cosa che i politici come Calenda vorrebbero abolire “perché abbiamo troppe piccole imprese che creano il caos”. Giusto, meglio mettere tutto in mano a tre o quattro multinazionali che si occupano di tutto, che poi è esattamente quello che sta succedendo.
Dove non arriveranno le parole di Calenda riuscirà sicuramente un’Unione Europea sempre prigioniera della follia luddista di interrompere qualsiasi processo produttivo in nome di una balla come il presunto surriscaldamento globale. E poi c’è il solito carrozzone statale italiano, con la sua ridda di norme imbecilli e fisco rapace.
C’è da dire che non siamo soli in questo frangente, un po’ tutta Europa è conciata così.
Perché, non fosse bastato l’uso strumentale di lockdown e amenità varie, ci si è messa la guerra in Ucraina a rompere gli equilibri ultradecennali che hanno determinato la politica europea dalla fine della Guerra Fredda.
E’ un fatto noto che, all’indomani del parziale ritiro americano dall’Europa (in realtà agli americani interessava espandersi nei Balcani a spese della defunta Repubblica Socialista Federativa Iugoslava), la conduzione politica ed economica del continente è stata affidata a tre nazioni: la Francia per quanto riguarda i rapporti internazionali, la Germania per la politica industriale ed energetica, la Gran Bretagna come centro finanziario.
In seguito la Gran Bretagna è clamorosamente uscita dal gioco continentale, ma la classe politica che a tutt’oggi esprime non è certo meglio di quella da cui dice di essere scappata.
Soprattutto dai tempi di Fischer, a partire dagli anni Duemila la Germania si è creata un ruolo di centro di smistamento del gas e del petrolio russi verso il continente, determinandone di fatto anche il prezzo; contemporaneamente la presenza di alcune centrali nucleare faceva sì che la Germania fosse anche un esportatore di energia elettrica. All’improvviso il regime di Berlino è costretto a rinunciare a gas e petrolio in nome delle sanzioni alla Russia, mentre un governo che fa invidia ai nostri grillini ha imposto la chiusura degli impianti nucleari. Col risultato che oggi la Germania deve comprare corrente elettrica dalla confinante Francia, che certo non ha fatto lo stesso errore, e come tutti gli altri Paesi europei riceve gas dagli Stati Uniti e gasolio indiano ottenuto dalla raffinazione di petrolio… russo.
A proposito di Francia che esporta energia elettrica grazie a una sovrapproduzione dei suoi impianti atomici, ricordate il blackout italiano nella notte tra il 27 e il 28 settembre 2003?
Ufficialmente la colpa fu data a un albero che sarebbe “caduto sui fili” da qualche parte nelle Alpi, i ben informati parlano di un avvertimento da parte francese verso un Berlusconi recalcitrante a rinnovare al rialzo il prezzo della corrente.
Stranamente vent’anni sono passati e la verità su questo episodio non l’abbiamo mai saputa.
Ma la Francia di vent’anni fa che faceva la voce grossa con noi non è quella di oggi, ormai marginalizzata a livello internazionale e preda di un’instabilità interna sempre maggiore. Non solo ha perso il controllo su alcune colonie africane oggi governate da regimi filo-russi, ma il suo presidente Macron si è sentito dire dal collega di Pechino Xi Jinping che oggi la Cina tratta solo con la Commissione Europea invece che con i singoli Paesi.
In compenso i francesi sono riusciti ad appropriarsi di buona parte della grande distribuzione italiana, di parte del suo sistema bancario, e anche della Fiat.
A dire il vero i francesi a prendersi la Fiat ci avevano già provato nel 1980, quando fu salvata all’improvviso da un Gheddafi che ne comprò il quaranta per cento del pacchetto azionario. Sarà per questo che “qualcuno” ha abbattuto un nostro volo di linea credendo che fosse l’aereo di Gheddafi? Sarà per questo che per tutti gli anni Settanta la Fiat è stata preda di attacchi sindacal-terroristi da parte di organizzazioni ben radicate in Francia?
Oggi la Francia ha vinto la sua guerra contro di noi e perso quella per mantenere il suo status internazionale.
In Europa i due attori principali, Francia e Germania, sono stati ampiamente ridimensionati, e la stessa Commissione sembra voler assomigliare sempre di più a una edizione alle cime di rapa della Corea del Nord.
Nessuno fa mistero dell’aumento della censura e della libertà di espressione in nome del “proteggere gli utenti dalle fake-news”. Ovvero da tutte quelle informazioni, vere o meno, che possano distogliere “gli utenti” dalla linea ufficiale.
Sta di fatto che i provvedimenti sempre più strampalati (assicurazione per le auto rottamate, adeguamento ambientale per le case, quasi divieto di coltivare, etc.) stanno cominciando a far comprendere al pubblico la vera natura e gli intenti della signora Von der Leyen, ovvero quelli di trasformare il continente in una dittatura para-socialista nella quale al posto di un Partito Comunista continentale ci sono due o tre multinazionali da cui dovremo dipendere in tutto e per tutto. Multinazionali guarda caso statunitensi.
In questi anni gli Stati Uniti hanno mostrato al mondo il volto poco lucido e presente del presidente Biden, protagonista di clamorose figuracce come addormentarsi in pubblico durante incontri internazionali e confondere nomi e situazioni.
L’apparente fuga disordinata da Kabul, dopo vent’anni di occupazione militare, è apparsa come un segno di debolezza estrema, tant’è che numerose nazioni in giro per il mondo hanno smesso di usare il dollaro per le transazioni internazionali.
Eppure non è così. La “fuga” da Kabul era già stata concordata dal predecessore di Biden, quel Donald Trump che oggi i più invocano come salvatore.
L’attenzione nordamericana si è semplicemente spostata dall’Oriente all’Europa tagliando le gambe ad ogni ipotesi di autonomia da parte di Bruxelles.
Il primo atto di questa politica, che definiremo “Reassertion of Prominence”, riaffermazione di importanza, come abbiamo già detto è stato il 2020.
Un 2020 che ha scardinato molti assetti politici ed economici nel mondo.
Se la propaganda dell’epoca ha puntato il dito contro la Cina, rea secondo i media allineati di avere nascosto gli effetti di un virus misterioso se non di averlo addirittura creato in laboratorio, i vantaggi di questa strategia sono tutti americani. Basti vedere il balzo in alto dei profitti di alcune multinazionali specializzate nella consegna a domicilio di oggettistica, oltre ovviamente a tutto il comparto digitale.
I cinesi si sono più che altro entusiasmati all’idea di mettere sotto assedio intere città e poi hanno speculato per un anno o due sui prezzi della componentistica elettronica visto che sono gli unici a produrla, poi di punto in bianco hanno eliminato tutte le “misure” con cui hanno ammorbato centinaia di milioni dei loro cittadini.
La cosa coincidde con la più che prevedibile rielezione del presidente Xi Jinping, che secondo molti osservatori si sarebbe avvantaggiato del caos interno provocato dai lockdown per rendere inattaccabile la propria posizione.
Mentre la Cina sta riemergendo sempre più baldanzosa dal Triennio Maledetto, la situazione interna negli Stati Uniti è una versione appena un po’ mitigata della nostra, con inflazione e costo della vita in crescita costante dal 2020.
Eppure gli Stati Uniti hanno ottenuto attraverso il conflitto ucraino l’obiettivo di togliersi di mezzo un concorrente potenzialmente fastidioso come l’Unione Europea e i suoi fondi di investimento dettano legge in qualunque settore economico e finanziario mondiale.
Con buona pace di quelli che vedono nei Brics un’alternativa allo strapotere americano e forse il futuro.
Certo, il dialogo sempre più stretto tra i Paesi che ne fanno parte è un dato di fatto che porterà a una nuova alleanza più o meno alternativa a quella del blocco nordamericano, ma siamo sicuri che gli stessi Brics siano poi così indipendenti da Washington?
La nazione che li guida è la Repubblica Popolare Cinese, oggi la prima economia mondiale e senz’altro prossima a raggiungere la condizione di super-potenza.
Ma pensare a una Cina indipendente a livello economico dagli Stati Uniti, e a degli Stati Uniti indipendenti a livello industriale dalla Cina è semplicemente impossibile.
Perché sono stati gli americani stessi quarant’anni fa a delegare alla Cina la produzione di molti generi industriali, a cominciare dall’elettronica.
Senza la componentistica elettronica cinese l’industria occidentale si ferma, senza i soldi dell’Occidente la Cina si ferma. Punto.
A questo punto vi chiederete, e Taiwan?
Taiwan è uno dei pilastri della retorica che contrappone Cina e Occidente, ma ricordiamo che laggiù vengono prodotti alcuni componenti elettronici che nemeno nella stessa Cina (la Cina Continentale, come dicono americani e cinesi) esistono. Siamo sicuri che Pechino vorrà sbarcare sull’isola mettendo a repentaglio l’industria su cui basa la sua ricchezza?
Nel frattempo, nonostante le apparenze, l’America è più forte che mai ed ha vinto la sua guerra contro l’Europa. Voglia Iddio che qualche neo-con non voglia esportarci anche un po’ di democrazia.

Di Giuliano Fresi

Sono nato, prima o poi morirò.

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