La mensa di Dio cibo e sacro nelle Ultime Cene d’Italia
Nei secoli, la cucina è cambiata ed è diventata sempre più democratica, nel senso che oggi quasi tutte le famiglie possono permettersi gli stessi alimenti, aldilà della loro condizione sociale. Nel medioevo e nel rinascimento invece il cibo era anche un simbolo dello stato sociale delle famiglie, tanto da diventare un dettaglio importante e spesso presente, nei dipinti dei grandi artisti di quei secoli. Cerchiamo di fare, allora un viaggio immaginario nella cucina rinascimentale attraverso alcune immagini di opere d’arte, che illustrano il cibo. Cominciamo dal pane, elemento principe della cucina di ogni tempo che sopravvive nella sua importanza, anche nelle nostre tavole di oggi. Per parlare del pane nell’arte, occorre giocoforza entrare nel mondo dell’arte sacra, con le ultime cene, che sono chiare allegorie religiose dell’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù ed all’origine proprio della concezione dell’immortalità del pane, come alimento di vita non solo terrena, ma addirittura eterna. Ci piace mostrare nella foto seguente una delle rappresentazioni più antiche dell’Ultima Cena, quella conservata nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, uno dei principali monumenti paleocristiani di Ravenna, che venne donata dall’imperatore Giustiniano I alla Chiesa, che la consacrò a San Martino di Tours, con il nome di San Martino in Ciel d’Oro mantenuto fino al IX secolo quando le reliquie del protovescovo Apollinare, conservate fino ad allora nella basilica di Sant’Apollinare in Classe, vi furono traslate per proteggerle dalle incursioni piratesche sulla costa ravennate. Da quel momento la chiesa assunse, appunto, il nome con cui è ancora conosciuta oggi: Sant’Apollinare Nuovo.

Tra i suoi mosaici del VI secolo, compare anche questa sorprendente rappresentazione dell’Ultima Cena, nella quale la scena non è realistica come quella di Leonardo, trovandoci nel pieno del linguaggio simbolico bizantino, in cui il fondo oro cancella ogni riferimento al tempo ed allo spazio, creando una dimensione completamente astratta e spirituale. Cristo appare più grande degli altri personaggi, secondo il principio delle proporzioni gerarchiche e indossa una veste color porpora, simbolo della regalità divina. Gli apostoli, sono disposti intorno alla tavola in una composizione semicircolare che ricorda quasi le carte aperte di un mazzo. Sulla mensa vi sono dei pani, ma al centro, spicca un grande piatto con due pesci, che rappresentano un simbolo cristologico molto antico: il termine greco Ichthys (pesce) indicava infatti Cristo come “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”. Questo abbinamento del pane e dei pesci, ci rimanda quindi al tempo dei Vangeli, col celebre episodio della loro moltiplicazione e vuole raffigurare l’abbondanza del cibo alla mensa di Dio. Ecco quindi che anche nei secoli successivi, il pesce avrà grande importanza nell’alimentazione umana. Tuttavia l’ultima cena che abbiamo appena vista, risulta incompleta in termini eucaristici, mancando il vino, ecco allora che mostriamo “L’Ultima cena” di Duccio da Buoninsegna.

Si tratta di una tempera su tavola realizzata tra il 1308 e il 1311 di 50 x 53 cm, che si trova attualmente presso il Museo dell’Opera Metropolitana di Siena. Il dipinto costituisce la parte centrale del retro della celebre Maestà, vale a dire la tavola commissionata per l’altare maggiore del Duomo. Gesù, è seduto al centro del tavolo con i dodici apostoli, in una scena che inizia ad andare oltre la ieraticità bizantina, a favore di una maggiore naturalità spaziale e narrativa, segna il passaggio dalla pittura italo – bizantina classica, verso un maggiore realismo, che influenzerà, la scuola senese ed i successivi artisti trecenteschi. Dal punto di vista degli alimenti, l’opera è decisamente più ricca rispetto alla precedente ed il vino è visibile insieme al punto completando così il concetto eucaristico. Tuttavia come detto la tavola, qui è imbandita con cibi più vari e ricchi tra cui formaggi, frutta ed un maialino da latte forse di cinta senese, specie che tuttora è considerata prelibata per le sue carni. Appare evidente come l’artista voglia qui sottolineare la ricchezza media di Siena nel ‘300 con alimenti, appunto, ricchi in varietà e sostanza. Per trovare poi un’ultima cena quattrocentesca, che mostra la ricchezza di alimenti in tavola, andiamo a Carisolo (TN) dove, nella chiesa di Santo Stefano, troviamo un affresco realizzato nel 1461 di Antonio Baschenis, che rappresenta la prima opera di quella famiglia di pittori itineranti, in Trentino, caratterizzata da una prospettiva ancora rudimentale per l’epoca, ma da una ricca simbologia alimentare, che è quella che ci interessa approfondire in questa sede.

Intanto la tavola, appare completamente ricoperta di alimenti e bevande e questo ci rimanda alla solidarietà degli abitanti di quel paese di montagna, come a dire che c’è da mangiare per tutti. Forse, è proprio questa solidarietà alimentare che ispira i committenti ad accettare una presenza decisamente insolita in questo tipo di raffigurazione sacra, quella del quattordicesimo a tavola. Questa licenza artistica, viene giustificata dal Baschenis, con le epigrafi con i nomi dei partecipanti all’ultima cena, da lui riportate nei pressi di ogni apostolo, che ci permettono di stabilire che l’intruso in questa scena, è Mattia, che si trova alla sinistra dell’osservatore, verso l’estremità del tavolo. Mattia è colui che pur non presente all’ultima Cena, dopo il tradimento e il suicidio di Giuda, ne avrebbe preso il posto reintegrando, così il numero del collegio apostolico. Qui il pittore, esprime evidentemente una pianificazione politico-teologica che gli giungeva dai committenti dell’affresco, quella di sottolineare la continuità della Chiesa, la sua invulnerabilità, la sua eternità, il passaggio di consegne, il superamento immediato di ogni tradimento. La scomparsa di Giuda, infatti, non è ancora avvenuta, ma ecco che questo affresco, anticipa l’avvento di Mattia, che rende l’idea della tempestività della Chiesa stessa, a colmare i vuoti che si creano in essa. Considerato il momento cupo della scisma luterano e dei movimenti che lo precedettero e seguirono, nonché la collocazione della provincia trentina, molto esposta, per collocazione geografica, alla cosiddetta ”eresia nordica” possiamo ipotizzare che, in questo affresco, i committenti volessero sottolineare che eventuali defezioni da parte di traditori non avrebbero messo in pericolo la stabilità della Chiesa. Troverebbe pertanto spiegazione, in una necessità di propaganda politico-religiosa, la presenza del tredicesimo apostolo. Ma forse, o almeno ci piace immaginarlo, in quest’opera vi è anche la volontà, di affermare, appunto la solidarietà del paese, con il benvenuto a tavola, al nuovo arrivato. Ma torniamo alla ricchezza alimentare dell’affresco, con la splendida tavola, ricca di brocche, di vino, di bicchieri, di pani, di pesci e di gamberi rossi, che indicano il dolore, il sangue che sarà versato da Gesù. Il gambero, infatti cambia colore da grigio a rosso acceso quando viene cotto e questo simboleggia, appunto, il passaggio di Gesù, dalla morte alla vita gloriosa della Resurrezione. Ma secondo altre interpretazioni, il gambero camminando all’indietro, rappresenterebbe il regresso spirituale di Giuda, o degli eretici che negavano la transustanziazione dell’Eucaristia. Naturalmente sono presenti sulla tavola tutti i simboli eucaristici: l’Agnello, Simbolo del sacrificio di Cristo, che prefigura l’agnello di Dio. Il Pane ed il Vino, che gli elementi centrali dell’Eucaristia, come Corpo e Sangue di Cristo ed il Pesce, del quale abbiamo già spiegato l’importanza simbolica. Sono presenti, poi sulla tavola anche frutti come: ciliegie, mele, fichi e pere, anch’essi ricchi di significati simbolici. Le ciliegie, ad esempio, per il loro colore rosso, sono spesso associate al sangue versato da Cristo e alla redenzione, così come i gamberi. La frutta poi, in generale arricchisce la scena di un senso di abbondanza e vita, ma può anche richiamare il frutto proibito, con la mela ed il fico, in contrapposizione alla salvezza offerta dal sacrificio. Arriviamo adesso al ‘500 secolo che conclude il rinascimento con un’altra Ultima Cena, quella di Jacopo Robusti, meglio conosciuto come il Tintoretto realizzata nel 1594 e visibile presso la cattedrale di San Martino, a Lucca.

Si tratta di una tela di 350 x 235 cm quindi monumentale, per accogliere la fusione tra cielo e terra, che si ottiene nella scena dove irrompono gli angeli mentre Gesù, distribuisce il pane agli Apostoli. Qui gli alimenti sulla tavola hanno meno importanza, perchè ormai si stanno affermando, nella pittura di quel periodo le raffigurazioni di banchetti profani e quindi il Tintoretto, si sofferma quasi esclusivamente sui simboli eucaristici per eccellenza: il Pane ed il Vino. L’elemento più interessante di questa tela, è quella misteriosa donna che sta in primo piano, sul lato sinistro della scena, intenta ad allattare un bambino al seno. Il Tintoretto, l’ha aggiunta come personaggio simbolico che collega due tipi di nutrimento: quello materiale e quello spirituale, ovvero i due livelli che si uniscono nell’Ultima Cena ed in modo molto visibile in quest’opera con, appunto, la discesa degli angeli sulla scena, nella quale Cristo, che è al centro, raffigurato nel momento della distribuzione dell’Eucaristia ai presenti, emana un’aureola così luminosa e forte che sembra quasi che stia per aprire un varco dimensionale tra il mondo degli uomini e quello celeste, grazie anche a dipinti come questi che segnano l’inizio di una nuova era artistica dopo quella del Rinascimento.
Luca Monti
Bellissimo articolo, ringraziamo per il riferimento all’Ultima Cena di Santo Stefano di Carisolo.
Se nota, Giuda non ha il sacchetto dei denari, ma contando i gamberi interi sono 30.
Può essere giusta questa interpretazione???
Io sono la referente per il Gruppo Volontari di.