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Nuova moschea, dialogo, Palestina. Le parole dell’Imam di Firenze

di Redazione
lunedì 5 Giugno 2023 · 19:09 · 9 min di lettura
Nuova moschea, dialogo, Palestina. Le parole dell’Imam di Firenze

Piazza dei Ciompi, è al tempo stesso cuore di città e zona di frontiera. I cespugli di verde che hanno sfrattato lo storico mercatino antiquario sembrano definire una linea involontaria – non segnata ma palpabile – tra l’etilismo chic presso i tavolini della Loggia del pesce e il bivacco di presenze esotiche che colorano il versante opposto. Firenze sopporta e si adegua come può. Al margine meridionale della piazza, una insegna bilingue introduce ai locali della comunità islamica.

Il dottor Izzedin Elzir, Imam di Firenze, ci accoglie con squisito garbo e si concede ad un colloquio-intervista, a beneficio dei nostri lettori. Elzir è originario di Hebron, in Palestina, ma è cittadino italiano e guida della comunità musulmana di Firenze e Toscana; presiede la scuola fiorentina per l’educazione al dialogo interreligioso e interculturale ed è consigliere nazionale di UCOII, l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia.

-Dottor Elzir, perché una parte della popolazione italiana e fiorentina non ha una percezione positiva dei musulmani?  

“A mio avviso il problema ha una origine storica. L’Italia è uno Stato laico ma con una profonda e consolidata radice cristiana. Nei suoi 1444 anni di esistenza, l’Islam ha vissuto una lunga fase di contrapposizione con il Cristianesimo con responsabilità da entrambe le parti perché ciascuna di esse ha costruito una visione negativa, quasi caricaturale dell’altra religione. Tutto questo ce lo spiega molto bene lo scrittore cristiano palestinese Edward W. Said, nel suo saggio “L’Orientalismo”, disponibile anche in italiano. La sua tesi è che Oriente e Occidente, vengono da sempre rappresentate come due entità contrapposte, legate da un rapporto di disuguaglianza e discriminazione. Questa distinzione, è strettamente legata a certi interessi politici con finalità chiaramente egemoniche, ma è priva di fondamenti oggettivi e presupposti ideologici. Le faccio un esempio: sin dalle scuole medie, sia i ragazzi musulmani che quelli occidentali studiano le “crociate” e questo termine ha sempre avuto una accezione negativa. Eppure, nella storiografia araba medioevale, come ancora oggi nelle alte scuole di studio coranico, il termine “crociata” non esiste. Vengono, giustamente, chiamate “guerre dei Franchi”, proprio perché in realtà si è trattato di guerre con un preciso obiettivo geo-politico e non primariamente religioso. Dio ci ha donato le fedi religiose per vivere meglio, non a scopo di violenza e sopraffazione. Ecco, purtroppo, questa consapevolezza sfugge a molti e l’ignoranza, da ambo le parti genera conflitti.”

–Quali sono le iniziative che la comunità islamica di Firenze porta avanti nel territorio sui piani del dialogo e del proselitismo? 

“Sul dialogo. Noi abbiamo scelto di essere cittadini di questo paese e come tali vogliamo e dobbiamo dialogare con chiunque. Non è una condizione facile, perché il dialogo presuppone coraggio, consapevolezza e disponibilità al confronto. Come comunità siamo partiti dal dialogo inter-religioso con la realtà cristiano-cattolica, che sappiamo non essere un blocco unico e al suo interno mostra livelli diversi di apertura al confronto; poi siamo passati al mondo protestante con le sue sfaccettature e anche a quello buddista; non ultimo, sempre grazie alla realtà cattolica abbiamo aperto un confronto con il mondo ebraico fiorentino, da cittadini italiani di entrambe le fedi: musulmana ed israelitica. Naturalmente il nostro non è un confronto politico ma tra fratelli concittadini; oggi ho leggermente tardato a questo appuntamento con voi perché vengo dal corso di diritto ecclesiastico dell’Università di Novoli, dove ho partecipato assieme al Rabbino di Firenze. Ma dobbiamo fare di più e abbiamo già un progetto che consente agli studenti di visitare nello stesso giorno la moschea e la sinagoga: credetemi, per questi ragazzi è una meraviglia confrontare l’immaginario del conflitto tra le religioni con la nostra pacifica realtà locale.  Invece, per quanto riguarda il proselitismo, le iniziative stanno a zero. Mi dispiace dirlo ma non siamo strutturati per questo e ciononostante testimoniamo la nostra confessione tramite la preghiera e accogliamo tra noi ogni giorno chiunque voglia avvicinarsi alla fede.”

–Secondo alcuni questo Occidente non comprende – e per ciò combatte – i valori della Tradizione; a questo scopo non ricorre più, o non soltanto, alle “crociate” ma esercita una continua pressione distruttiva: talvolta frontale ed escludente, talaltra mediante l’occidentalizzazione subdola delle vostre nuove generazioni. Dal punto di vista di una Comunità spirituale radicata sul territorio, come viene vissuta e gestita questa dinamica?

“Non è semplice. Il sistema della globalizzazione è in mano a pochissimi e questi pochissimi controllano saldamente i mass-media. Vi siete mai chiesti come mai i media trasmettano ossessivamente episodi di cronaca nera e sottovalutino invece molti dei valori positivi per l’Umanità? Si producono fiction sull’ infanticidio, dimenticando che ci sono milioni di madri che ogni giorno sacrificano la propria vita per i figli e anche in questo modo si distruggono le tradizioni, che sono l’anticorpo a tutte le malattie e alle degenerazioni sociali della modernità che mirano ad insinuare l’inimicizia tra le persone e a distruggere la convivenza civile. Si pensi alla distruzione della ex Yugoslavia, i cui popoli convivevano pacificamente fino al giorno precedente e dove invece è stato distrutto tutto fino all’ultimo ponte. Chi detiene il potere mondiale – esseri umani come tutti noi, non certo superuomini – usa le proprie risorse per dividere gli altri. Hanno finito per persuaderci che un singolo individuo su sette miliardi di terrestri non possa avere le risorse per combattere ed opporsi, perché “tanto non ne vale la pena”. E invece tutti noi, individualmente e collettivamente, dobbiamo essere consapevoli che queste forze maligne non sono migliori o superiori a noi e che quindi noi possiamo e dobbiamo andare oltre i loro progetti. In un mondo che precarizza l’Uomo e combatte la fiducia, noi dobbiamo saper trasmettere fiducia e sicurezza, a partire dai più piccoli e dalle nuove generazioni. Nessun potere resta per sempre, mentre noi certamente abbiamo le forze per cambiare il mondo, con la serena consapevolezza che si possa morire in qualsiasi momento. Dobbiamo tornare a parlare con coraggio di argomenti diventati tabù, come il sacrificio, la morte, la stessa vita; e accettarli come normali.”

–E in questa direzione immagino rilevi anche la pratica religiosa; qual è dunque il senso ed il valore del Ramadan? 

“Il Ramadan è uno strumento formidabile di autodisciplina e di resistenza. Premetto che Dio non ha bisogno delle nostre sofferenze: gli infermi non devono certo praticare il digiuno; anche noi musulmani siamo peccatori, ma se un individuo ha la forza di smettere di bere e di mangiare, che sono due attività del tutto lecite, vuol dire che può disporre di un potere enorme di cambiare se stesso e quindi il mondo: e badate, non in senso di superiorità verso gli altri, ma al contrario nel segno dell’umiltà. Il mondo si può cambiare in dieci anni (e anche in tre, come abbiamo visto con la pandemia, n.d.r.), ma dobbiamo farlo attivamente, non in modo contemplativo, riscoprendo la nostra umanità, anche tramite l’obbligo della carità, la Zakat o purificazione, che è il terzo pilastro dell’Islam. Come dicono i cristiani: aiutati che Dio t’aiuta.”

-Cosa fanno i musulmani di Firenze e cosa possiamo fare tutti, concretamente, nel quotidiano per la Palestina?

“Per la Palestina occorre lottare. Io cerco di essere sempre diplomatico su tutto, ma non lo sarò su questo tema. Il popolo palestinese deve resistere. Qui in Italia abbiamo da poco festeggiato il 25 aprile; il presidente Mattarella ha detto chiaramente che l’Italia, ha riavuto la sua libertà solo dopo la resistenza. Tutti noi dobbiamo resistere e come italiani, possiamo farlo spiegando in modo molto semplice la questione palestinese per dare voce a chi non ha voce. Un popolo viveva su questa terra da migliaia di anni: con la venuta di Mosè, una parte di questo popolo ha abbracciato l’ebraismo; quando è nato Gesù – la pace sia con lui – un’altra parte di questo popolo ha preso il cristianesimo; quando è arrivato l’Islam, un’altra parte ha sposato l’Islam: ma c’è sempre stato il popolo palestinese. Non sono contro gli ebrei, miei fratelli; non siamo contro gli israeliani, ma siamo per i diritti di chi sta soffrendo da 75 anni; il diritto al ritorno, il diritto al risarcimento, sanciti anche dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite. Oggi chi parla di questo è bollato come un estremista: ma i palestinesi non sono estremisti e nemmeno vittime; sono un popolo orgoglioso che resiste e lotta ormai da 75 anni. Perciò torno alla questione del coraggio perché non tutti hanno la capacità di resistere a questi attacchi, molti si arrendono subito: la scorsa settimana si è svolta a Malmoe, in Svezia, la conferenza dei palestinesi sul diritto al ritorno, con la partecipazione di 20mila persone, me compreso. Anche una parlamentare italiana vi ha preso parte e il sistema mediatico l’ha subito massacrata, dicendo che aveva partecipato ad un incontro di Hamas. La realtà è che al convegno non c’era alcun colore politico, l’unica bandiera essendo quella del popolo palestinese, che lotta e continuerà a farlo con l’aiuto di tutte le donne e gli uomini di buona volontà che vogliono la libertà; dobbiamo andare avanti, dialogando e facendo alleanze, anche con chi ha una diversa fede politica: mai “contro” qualcuno ma “per” la Palestina. A chi strumentalmente ci accusa di anti-semitismo rispondo che io da palestinese ho sofferto la realtà dell’occupazione della mia terra e chiaramente sono contro l’occupante; ma non sono anti-semita, sono contro l’occupante, da dovunque esso provenga. In Palestina non c’è anti-semitismo ma resistenza; l’anti-semitismo, semmai, l’ho trovato qui in Europa.”

–Torniamo a Firenze. Ci parli della nuova moschea: si farà? Quando? 

“Come è noto, l’attuale sede, per quanto poco adeguata, è sotto sfratto. Abbiamo presentato una manifestazione di interesse per uno spazio che si trova di fronte a noi e, grazie a Dio, questa volta non abbiamo avuto offerte concorrenti; la banca, che è proprietaria dell’immobile, ha accettato la nostra proposta e noi abbiamo già depositato il primo 5% dell’importo; entro 90 giorni procederemo con il preliminare di acquisto e poi con il rogito; non appena saranno ultimati i lavori di approntamento dei locali, che spero rapidissimi, ci trasferiremo immediatamente. Al momento stiamo svolgendo una raccolta di fondi tra i nostri fedeli per autofinanziare l’acquisto. Accettiamo donazioni senza condizioni, perché vogliamo restare autonomi. Non rifiutiamo nessuna donazione ma non vogliamo condizioni. Desidero chiarire che la costruzione della nuova moschea non graverà sul contribuente italiano perché lo Stato non è tenuto ad aiutare nessuna comunità religiosa, almeno in modo diretto; l’unico sostegno può arrivare in modo indiretto tramite l’otto per mille ma al momento la nostra comunità, l’UCOII, non ne beneficia. Purtroppo.”

Giovanni Moscato e Giuliano Fresi

Si ringrazia Laila Samih per la collaborazione

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