Tradu/izioni d’Eurasia. Al Mao di Torino una mostra che indaga la “frontiera liquida” e duemila anni di connessioni artistiche tra Asia e Europa
La mostra Tradu/izioni d’Eurasia è il terzo appuntamento del progetto “Frontiere Liquide e mondi in connessione” dedicato all’esplorazione degli scambi artistici, linguistici e culturali tra l’estremo Oriente e l’Europa mediterranea e continentale, attraverso le terre e le culture che li collegano. Ancora in corso, nell’ambito di questo progetto, la mostra “Metalli Sovrani” a cura di Veronica Prestini dedicata all’arte decorativa islamica.

In questi giorni nei quali ritorna prepotentemente alla ribalta nei media e nel discorso pubblico la retorica dello “scontro di civiltà” tra cultura occidentale e cultura islamica dell’Asia mediorientale, la mostra torinese appare particolarmente interessante come la frontiera tra “Occidente” e “Oriente” sia in realtà sempre stata “liquida” grazie al commercio e alla circolazione, materiale e immateriale degli oggetti d’arte, di simboli e rappresentazioni iconografiche che nel loro percorso tra Asia e Europa hanno spesso mutato significato, uso e modalità di fruizione, adattandosi ai territori nei quali l’opera d’arte è stata realizzata.

Interessante il gioco di parole del titolo tra “tradizione” e “traduzione”: la tradizione in ambito artistico e culturale non è qualcosa di immutabile: nel viaggio tra Estremo Oriente ed Europa i simboli e le tecniche artistiche vengono “tradotte” e spesso integrate nel contesto simbolico, culturale e religioso nel quale arrivano. La “traduzione” della tradizione non è un “tradimento” come sostiene un certo tradizionalismo estremo, ma è quello che ha permesso ad antichissime tradizioni artistiche e culturali di arrivare sino ai nostri tempi in una nuova veste.
La mostra, curata da Veronica Prestini, Nicoletta Fazio, Laura Vigo ed Elisabetta Raffo, ricostruisce attraverso sale a tema e un percorso frammentato e non lineare il complesso percorso di connessioni, traduzioni ed equivoci “vissuto” da simbologie, tecniche artistiche e artigianali, consuetudini culturali nel percorso tra Europa e Asia.
Il percorso è caratterizzato da un suggestivo allestimento in “total white” che conferisce una singolare luminosità al percorso e mette in evidenza i preziosi oggetti esposti.


La prima fase della mostra, fino a febbraio 2024, si concentra sul colore con una particolare attenzione al blu e all’oro, e sul fatto che l’idea di “lusso” e raffinatezza estetica provenienti dalle terre d’Oriente sia stata alla base della formazione del concetto di lusso come è oggi declinato in Europa.
Nelle prime sale si esplora l’importanza del colore “blu” nell’arte della ceramica persiana. La ceramica a invetriatura bianca con decorazione dipinta in blu cobalto, diffusa sia tra i ceramisti abbasidi in Iraq e in Cina, è ancora oggi oggetto di dibattito tra gli archeologi circa la sua origine.
Tra il XV e il XVI sec. si è affermato il canone di quello che è definito “il bianco e blu persiano” equivalente al “bianco e blu cinese” che caratterizza la ceramica sottosmalto. In mostra è possibile ammirare alcuni preziosi oggetti decorati con questo colore, le cui fonti sono la pietra del lapislazzulo, i minerali di cobalto e l’indaco, ottenuto da una pianta. In Italia, il “bianco e blu” è anche il matrimonio cromatico che distingue le ceramiche di Savona e Albissola in Liguria: non è difficile immaginare l’influenza che il “bianco e blu persiano” possa aver esercitato sui ceramisti italiani.
La mostra indaga anche l’importantissimo ruolo del “panno tartarico” tessuto originario che impiega filati metallici abbinati alla seta, quasi sempre tessuti deaurati, nella produzione delle vesti di sovrani dell’Impero mongolo e di leader politici e religiosi, e nell’iconografia artistica.

Il filato metallico in oro è l’espressione del potere, della regalità, della sacralità e della trascendenza nell’intera area euroasiatica. Questa tipologia di stoffa di origine orientale è stata ampiamente utilizzata anche nell’Europa cristiana. In mostra troviamo un calzare risalente al XIII sec. utilizzato da Papa Benedetto XI, conservato nella sua città natale, Perugia.
La mostra ricostruisce appunto come, fermo restando il significato “suntuario”, il panno tartarico abbia assunto significati diversi nella “traduzione” dal luogo di origine all’Asia centrale induista, al Medio Oriente islamico e all’Europa cristiana.
In mostra una Madonna con Bambino di Barnaba da Modena, del 1370.

Il vestito della Vergine e quello del Bambino raffigurano le stoffe preziose provenienti dall’Asia, con uno sfarzoso tessuto a piccoli motivi, e su entrambe le vesti è possibile notare iscrizioni con caratteri in lingua araba che imitavano lo stile cufico, una calligrafia caratteristica delle vesti di gala delle corti del mondo islamico.

Quella delle iscrizioni con caratteri greci, ebraici, arabi o pseudo-arabi in stile “cufico”, della quale l’opera di Barnaba da Modena costituisce forse il primo esempio, diventerà una prassi ricorrente della pittura sacra in epoca tardo medioevale e rinascimentale. Spesso si tratta di segni senza alcun significato, con un ruolo decorativo, o con la funzione di permettere all’artista una sorta di firma in opere dall’iconografia molto simile.
A Torino possiamo notare delle iscrizioni pseudo-arabe sulle figure dei due turchi nel gruppo scultoreo di Pelagio Palagi che rappresenta il Conte Verde. Come sottolinea la curatrice Nicoletta Fazio, l’uso delle pseudo-iscrizioni nelle arti decorative era particolarmente diffuso anche a Firenze.

Un altro aspetto che la mostra mette in luce è l’ampio ricorso agli “animali apotropaici” come il gallo, associato a significati esoterici e simbolici come il mitologico uccello della Fenice, entrambi utilizzati nelle “brocche da vino” riccamente decorate della tradizione cinese.
Il “gallo” ha ancora oggi un ruolo simbolico molto forte in Europa: ad esempio è uno dei simboli della nazionale francese di calcio e della città di Asti.


Tre sfere disposte in un triangolo: un’iconografia che secondo molti storici dell’arte è di origine buddista, rappresentano il “cintamani” una perla o gemma che costituisce uno dei sette tesori. La mostra ricostruisce la presenza dell’icona del cintamani in manufatti e opere dell’Afghanistan pre-islamico, in particolare nelle monete, nelle decorazioni delle vesti dei sultani, nella tradizione sanscrita e cinese. Veronica Prestini, una delle curatrici, sottolinea come il “cintamani” compaia anche nella Deposizione al Santo Sepolcro di Tiziano, conservata al Museo del Prado, nella veste di Giuseppe di Arimatea, e nello stemma della famiglia senese dei Chigi.

L’esposizione si propone di dimostrare come i simboli e le tecniche utilizzate nel mondo dell’arte abbiano circolato liberamente nell’area euroasiatica a prescindere dai significati originari, appunto tramite “traduzioni” che spesso hanno modificato il senso originario, o come semplici ornamenti decorativi con funzione estetica.

La circolazione di oggetti, idee e tecniche artistiche è stata possibile grazie all’importante lavoro svolto dai mercanti della Sogdiana, una regione che oggi è divisa tra l’Uzbekistan e altre repubbliche post-sovietiche. Si trattava di una vasta area priva di uno stato unitario, strutturata come una sorta di confederazione di “repubbliche mercantili” come Genova e Venezia in Italia, priva anche di una religione unitaria, nella quale convivevano i cristiani nestoriani, gli induisti, i buddisti e i seguaci dello zoroastrismo. Anche la produzione artistica della Sogdiana, come la mostra cerca di ricostruire, era caratterizzata dalla prevalenza di temi profani con una celebrazione dell’oligarchia mercantile. Oggi quella della Sogdiana è una storia dimenticata sulla quale è caduta una sorta di damnatio memoriae, come accaduto in Italia a molte civiltà preromane e precristiane: la storia è scritta dai vincitori e in questa area si affermarono poi monarchie e regimi che hanno sovrapposto la religione e la politica, costruendo nuove “tradizioni” e cancellando di fatto dal racconto storico quelle precedenti.

La mostra ha il grande merito di riportare alla luce il ruolo dei Sogdiani tra il XIII e il XIV secolo. Una piccola sezione curata da Veronica Prestini è dedicata all’esposizione dei bruciaprofumi di ambito islamico, che si collegano idealmente a quelli in mostra a “Metalli sovrani” sempre curata da lei.
Il percorso si conclude con una suggestiva installazione site specific dell’artista pakistana Anila Quayyum Agha, Shimmering Mirage (Black).

Le ombre proiettate in ogni direzione dall’installazione centrale, che evocano motivi islamici, si diffondono attraverso le superfici forate in un intreccio di luci e ombre. Un’opera che, negli intenti dell’autrice, vuole rappresentare le “frontiere liquide” tra le civiltà e le culture dell’area euroasiatica.

Un progetto espositivo che, in controtendenza con le mostre che puntano su grandi nomi “pop” per il grande pubblico mascherando a volte il vuoto di idee originali (in ambito dell’arte orientale, basti pensare alle innumerevoli esposizioni sull’onda di Hokusai) punta sul rigore nella ricostruzione e sull’evocazione di aspetti meno conosciuti dell’arte e della storia dell’area euroasiatica, come quella dei Sogdiani, riuscendo comunque a intercettare l’interessare di un buon numero di visitatori. Di grande impatto anche l’allestimento “in bianco”.
Una mostra interessante anche dal punto di vista storico-sociale che ricostruisce come le “tradizioni” non siano qualcosa di immutabile e statico, ma siano il risultato di un continuo scambio e riadattamento di oggetti, significati, motivi iconografici nel tempo e nello spazio, soprattutto in aree come quello euroasiatica nelle quali l’arte è stata per secoli il veicolo della circolazione delle persone e delle idee.
La mostra resterà aperta dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18 fino al 1° settembre 2024. Nel corso dell’esposizione sono previsti numerosi appuntamenti collaterali. Le date sono disponibili sul sito del Museo di Arte Orientale di Torino.
Articolo e Ph Andrea Macciò
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