Nuove generazioni. Sguardi contemporanei sugli archivi Alinari. A Torino e Firenze una mostra sul ruolo dell’archivio fotografico nell’arte contemporanea
Quale ruolo possono ricoprire gli archivi fotografici nella contemporaneità, in un’epoca caratterizzata da un sovraccarico di immagini digitali?
A questa domanda cerca di rispondere la mostra “Nuova Generazione. Sguardi contemporanei sugli Archivi Alinari” progetto esposta presso la project room del Centro Camera per la Fotografia di Torino, dal 19 ottobre al 4 febbraio. In primavera la mostra approderà a Firenze.
Il progetto, finalizzato all’incremento del patrimonio fotografico pubblico attraverso la committenza di progetti inediti a quattro giovani artisti, è vincitore del bando “Strategia Fotografia 2022”, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

La mostra prende avvio quindi da una rilettura “contemporanea” di quello che può essere considerato il più antico archivio fotografico del mondo, quello fondato dai Fratelli Alinari a Firenze a fine Ottocento. Dopo vari passaggi di proprietà, l’Archivio è stato acquistato dalla Regione Toscana nel 2020 ed è attualmente gestito dalla Fondazione Alinari per la Fotografia (Faf). Il patrimonio dell’Archivio Alinari è attualmente costituito da 250.000 immagini digitalizzate e 5.000.000 di beni fotografici dal 1840 in poi, tra materiale fotografico, materiale bibliografico e materiale strumentale, ed è conservato presso i magazzini della società Art Defender di Calenzano (Fi).

Quattro artisti contemporanei, Matteo de Mayda, Leonardo Magrelli, Giovanna Petrocchi e Silvia Rosi hanno realizzato dei progetti che, partendo dalle raccolte Alinari, indagano il tema degli archivi come fondamentali giacimenti di storie da interrogare e ampliare.
Attraverso il confronto tra immagini storiche e immagini contemporanee, la mostra si propone sulla funzione odierna delle raccolte e sulle diverse pratiche artistiche che si stanno sviluppando oggi proprio a partire dagli archivi, pubblici o privati che siano.
Le opere realizzate dai quattro artisti, al termine del ciclo espositivo, entreranno a far parte della collezione della Fondazione Alinari.
Giovanna Petrocchi ha realizzato una serie di collages digitali partendo dal fondo Giuseppe Wulz, conservato appunto presso gli Archivi di Calenzano, costituito da cartes de visites che riproducono gli interni di un palazzo triestino. I collages digitali realizzati dall’artista mettono insieme parti di queste opere con altri materiali provenienti da archivi accessibili on line e con le fotografie di insetti del fondo Roster, sempre dell’Archivio Alinari

La mostra di Silvia Rosi è caratterizzata da un’interpretazione più spiccatamente fotografica. Il lavoro dell’artista italo-togolese è caratterizzato da una rilettura contemporanea dell’estetica dei “ritratti ambientati” in studio fotografico ancora oggi molto diffusi nell’Africa Occidentale, nei quali lo sfondo ha un’importanza non inferiore a quella del soggetto ritratto.


A Camera, a partire dall’Archivio Fotografico di Lomé (Togo) propone una serie di auto-ritratti ambientati nei quali compaiono elementi come i tessuti decorativi a stampa Wax oggi attribuiti alla cultura del luogo, ma in realtà importati dai coloni britannici.
Il tema sul quale riflette l’artista è simile a quello proposto dalla mostra “Africa. Le collezioni dimenticate” esposta sempre a Torino a Palazzo Chiablese: una rilettura della storia, spesso dimenticata, del colonialismo europeo in Africa.
Matteo de Mayda, fotografo trevigiano specializzato in reportage sociali e ambientali, propone in questa mostra un progetto riguardante la fauna e l’ambiente della laguna di Venezia.

De Mayda ha anche realizzato un interessante lavoro di documentazione (non in mostra qua) di quanto accaduto nel periodo del lockdown 2020 tra Veneto, Friuli e Slovenia, dall’esperimento sociale della prima “zona rossa” a Vò Euganeo in Veneto (nella quale, lo ricordiamo, è stato realizzato un testing di massa sugli abitanti) al “Muro di Gorizia” ovvero alla blindatura “fisica” del confine con barriere disposte lungo la città friulana, che divideva persone e famiglie come nella Berlino degli anni del muro. Un lavoro che conferma come la fotografia abbia ancora una grande importanza ai livelli della documentazione sociale, oggi che sembra che quelle politiche “restrittive” siano appartenenti a un’altra epoca, e non implementate dalla stessa classe politica e dirigente al potere oggi.
La mostra nella quale maggiormente emerge il ruolo degli archivi Alinari è quella di Leonardo Magrelli. L’artista, dopo aver visionato le immagini dell’archivio, le ha reinterpretate e decontestualizzate, con tagli particolarmente ravvicinati e la costruzione di “immagini doppie” nelle quali chi guarda è portato a ricostruire la logica con la quale l’artista ha associato e correlato le immagini. La mostra di Leonardo Magrelli ha un aspetto spiccatamente performativo: nel corso dei mesi di esposizione una parte delle immagini verranno progressivamente coperte dalle “didascalie” un passaggio progressivo dall’immagine alla parola.


Le quattro mostre sono caratterizzate, con l’eccezione di quella di Silvia Rosi nel quale prevale la rilettura fotografica dei materiali d’archivio, da una scelta espositiva che tende prevalentemente all’installazione e alla performance. Le mostre di Giovanna Petrocchi e Leonardo Magrelli si concentrano maggiormente sull’aspetto teorico ed estetico della “reinterpretazione” degli archivi, mentre quelle di Matteo de Mayda e Silvia Rosi affrontano temi più politici e sociali.
La mostra è accompagnata da un catalogo contenente i saggi dei curatori del progetto Giangavino Gazzola e Monica Poggi, e la riproduzione di tutte le opere esposte.
Dopo il passaggio torinese, nella primavera 2024 verrà esposta a Firenze.
Centro Italiano per la Fotografia Camera lunedi-domenica 11-19
Project Room
Via delle Rosine 18, Torino
Articolo e Ph. della mostra di Andrea Macciò
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