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La Spezia: un viaggio tra sogno e incubo, con le mostre “Terra cielo Iperuranio” di Antonello Ghezzi e “Fotografie Aprile Maggio 2020” di Federigo Salvadori

di Andrea Macciò
martedì 12 Dicembre 2023 · 11:52 · 9 min di lettura
La Spezia: un viaggio tra sogno e incubo, con le mostre “Terra cielo Iperuranio” di Antonello Ghezzi e “Fotografie Aprile Maggio 2020” di Federigo Salvadori

 

Antonello Ghezzi, a differenza di quanto possa sembrare al primo impatto, non è un artista unico, ma una “coppia artistica” nata dai due cognomi dei componenti. Nadia Antonello e Paolo Ghezzi, che lavorano insieme dal 2009.

Nadia Antonello (Cittadella, 1985) e Paolo Ghezzi (Bologna, 1980) si formano all’Accademia di Belle Arti di Bologna e nel 2009 fondano il duo artistico Antonello Ghezzi.

Terra Cielo Iperuranio” al Centro Arte Moderna e Contemporanea La Spezia è il titolo dell’esposizione, la prima in un museo pubblico italiano dopo i passaggi a Madrid, Beirut, New York e Atene.La mostra è curata da Eleonora Acerbi con un testo critico di Cesare Biasini Selvaggi.

Fino al 14 gennaio 2024 sono esposte al piano terra del museo spezzino 15 opere e installazioni, rappresentative di un percorso focalizzato sulla leggerezza e sulla magia, capace di abbracciare l’infinitezza dell’universo e l’intimità delle relazioni umane, che Nadia Antonello e Paolo Ghezzi hanno deciso di intraprendere insieme a partire dal 2009.

Il percorso espositivo, ideato dagli artisti stessi, è una sorta di viaggio “iniziatico” appunto dalla concretezza della “Terra” al mondo fantastico dell’Iperuranio. L’itinerario non è cronologico, ma tematico, con numerose installazioni site specific.

La prima sala corrisponde alla Terra, il luogo delle relazioni, dove trovano posto i primi grandi progetti di Antonello Ghezzi. Blow against the walls è un’installazione interattiva, nella quale secondo il progetto di Ghezzi, chi visita la mostra può contribuire alla creazione dell’opera e alla performance, tramite i materiali messi a disposizione dagli artisti per “abbattere i muri tramite bolle di sapone” secondo gli intenti degli stessi.

Un’altra opera interattiva è T’Oracolo, un progetto nato nel 2010 che ha visto mutare continuamente la sua forma, tenendo tuttavia invariato il meccanismo per il quale «io T’Oracolo e tu sarai l’oracolo per qualcun altro». Un’opera semplice, fatta di fogliettini e di sole domande.

Nell’intento degli artisti, i visitatori dovrebbero portare via uno dei foglietti lasciati da qualcun altro e scrivere sul proprio la domanda da porre agli altri.  Una sorta di ready made è l’installazione Attesa dell’amore, il grande specchio che alla fine dell’Ottocento decorava la sala d’aspetto della stazione di Pistoia sul quale, passando dal laboratorio del duo grazie all’interessamento della Galleria Vannucci Arte Moderna e Contemporanea di Pistoia, è stata incisa e illuminata la scritta che dà il titolo all’opera: un invito a specchiarsi e a leggersi nell’attesa dell’amore, chiave di volta della prima sala.

Al termine della sala, per il passaggio al secondo livello, una delle opere più importanti degli inizi della carriera di Antonello Ghezzi: La porta che si apre col sorriso.

L’installazione, situata quasi al centro della stanza, ma posta in corrispondenza dei varchi verso il Cielo e l’Iperuranio, permette di passare lateralmente oppure si può provare ad attraversarla: secondo gli intenti di Antonello Ghezzi, questa porta non funziona come tutte le altre: non basta mettersi davanti alla stessa, ma è necessario sorridere per attraversarla. Ma sarà davvero così?

Chi scrive ha visitato la mostra, aperta da circa un mese, lo scorso weekend, e quello che si nota con una certa facilità è che in realtà pochissimi fra i visitatori “partecipano” alla creazione di una mostra-performance interattiva come questa.

Quanto esposto è percepito appunto come “materiale da museo” rigorosamente da non toccare, anche se gli artisti stessi invitano a fare il contrario.

Sembra interessante chiedersi perché. Forse abbiamo perso la capacità di sognare e di pensare in modo artistico? Forse queste performance, dirompenti e innovative negli anni sessanta e settanta, oggi sono percepite come “classici” intoccabili alla stregua delle opere rinascimentali? Forse, entrambe le cose.

La seconda sala, dedicata al Cielo, tenta di far alzare i piedi da Terra, ancora solo leggermente. Troviamo una serie di bandiere appese, che riproducono la Via Lattea, e un piccolo ufficio immaginario, dove si potrà firmare la propria Cittadinanza della Via Lattea.

Un’opera “politica” che ricorda al visitatore quanto la vastità dell’universo possa essere un’opportunità per il genere umano, per guardare le stelle e capire chi si voglia realmente essere. L’opera Legare la terra al cielo presenta una stampa fotografica su specchio retro-incisa, nella quale si intravede una performance avvenuta nel 2021 tra campi e colline immerse nel buio. Dei sottilissimi fili fluttuavano alzati da grappoli di palloncini e si illuminavano fiocamente, portando metaforicamente le persone verso le stelle.

Un’intera parete espone le nuvole, simbolo di “altrove” per Antonello Ghezzi, che gli artisti hanno realizzato esplorando supporti diversi, dalla carta, allo specchio, al marmo. La Scala per andare a prendere le nuvole è fatta di legno almeno nella sua parte più terrena, ma che presto si tramuta in inchiostro blu, un blu che ricorda il caratteristico Blu Klein, fino a raggiungere una nuvola dello stesso colore. A fare da ponte per la terza sala è una grande installazione posta davanti alla porta di accesso, al centro della sala.

La terza sala è dedicata all’Iperuranio. Già da lontano, nelle altre stanze, si vedeva un grande cielo stellato. L’opera, intitolata 27 06 1980 20:59, proviene dal Museo per la Memoria di Ustica e riproduce la mappa esatta di come erano le stelle nel giorno della tragedia.  Un grande semaforo che emette luce blu: è ispirato da una favola di Gianni Rodari, il semaforo dà il Via libera per volare.

Domina lo spazio l’installazione Al di sopra del rumore di fondo, un’altana tutta blu sopra alla quale è posto uno scrittoio e la sua sedia.

Ispirata a una fiaba inventata dagli artisti per Villa Rospigliosi di Prato, dove un tempo vivevano dei pirati artisti. L’ultima opera che si vede uscendo dalla sala è un’installazione realizzata a partire da una fotografia della NASA, esposta al CAMeC grazie alla disponibilità di Fabio Gori e Virginia Fabrizi, che offre una possibile chiave di interpretazione dell’intera mostra. Un paesaggio al tramonto piuttosto buio, nel quale è possibile un puntino luminoso. Il titolo, Autoritratto, potrebbe alludere alla Terra vista da Marte: ovvero l’umanità vista con gli occhi di “un marziano” un po’ come nella celebra commedia di Flaiano. Un marziano a Roma.

Nel bagno al piano zero del Centro vi è traccia di Toilet Project, progetto che inaugurò la collaborazione tra Nadia Antonello e Paolo Ghezzi, interessati ad invadere garbatamente i bagni delle fiere d’arte e giocare con umorismo su una Nel corridoio, l’installazione Stringere lo spazio di me e te: innumerevoli sculture di ceramica di diverse forme e colori, create grazie a due persone che si sono strette la mano intorno ad un pezzo di argilla. Anche in questo caso, l’invito era quello per i visitatori di “prendere parte” alla realizzazione dell’opera.

Nell’interpiano che porta alle terrazze del Museo, uno scrittoio, composto da uno specchio con la scritta Scrivimi e da un piano sul quale è poggiato tutto l’occorrente per scrivere ed inviare lettere d’amore: la carta, la busta, la penna e il francobollo. Come per tutta la mostra, l’obbiettivo degli artisti è coinvolgere i visitatori.

Sulla terrazza del CAMeC è allestita l’ultima installazione del duo: La sedia del giudice, che richiama la tipica seduta sopraelevata utilizzata dall’arbitro di tennis, se non fosse che i posti a sedere sono due anziché uno. L’opera si è prestata in passato a diverse performance che hanno coinvolto il pubblico in dibattiti e riflessioni filosofiche, indagando le (almeno) due verità che sempre ci sono. “Al culmine di questa mostra, operazione già di per sé nata da due artisti e non da uno solo – spiegano Nadia Antonello e Paolo Ghezzi – l’opera ci invita forse a ritornare con la mente al nostro viaggio, considerando di nuovo l’altro da noi, dove la relazione umana ci ha accompagnati e presi per mano per volare sempre più in alto, mai da soli, sempre con qualcuno o qualcosa che restituiva il nostro sguardo”.

Al secondo piano, troviamo un’interessante mostra fotografica di Federigo Salvadori, specializzato in fotografia di viaggio e industriale “Covid 19 Spezia 100. Fotografie aprile- maggio 2020”.  Salvadori è un fotografo specializzato in temi di viaggio e foto industriali.

Le immagini di Salvadori restituiscono un mondo raggelante nel quale è scomparsa l’umanità, come quello immaginato da Alain Resnais nel documentario The inmates”.

Voghera, solo le sedie indicano che non siamo più nel 2020. Ph. Andrea Macciò, Ottobre 2023

Se effettivamente, come fa notare il fotografo nella presentazione, da un punto di vista strettamente estetico le immagini, spesso scattate con obbiettivo fish eye, sono bellissime e permettono di evidenziare particolari architettonici di una città che è conosciuta di fatto come l’hub delle vicine Cinque Terre, ma che è una delle capitali dello stile liberty italiano assieme a Torino, è altrettanto vero che guardando queste immagini ci si chiede come abbiamo potuto accettare tutto questo per quasi un anno e mezzo.

Ci sono quindi due livelli di lettura della mostra di Salvadori: uno strettamente artistico ed estetico, ed uno “politico”. Non sappiamo quali fossero le intenzioni dell’autore, forse lui aveva solo un intento estetico, ma uscendo da questa sala resta un certo senso di inquietudine, e l’auspicio che queste immagini siano utili a non far accadere mai più quello che accadde nel 2020.

La Spezia, Piazza Verdi oggi, una delle inquadrature proposte da Salvadori

E ricordiamo che l’arte e la cultura sono state tra le prime vittime della “furia” moralizzatrice contro le cosiddette “attività non essenziali” come le chiamava l’algido linguaggio burocratese dei Dpcm.

Nello stesso museo, è possibile ancora visitare “Sarenco la platea dell’Umanità” che abbiamo già recensito e la selezione tematica di opere della collezione permanente “Blu”.

L’esposizione è visitabile fino al 14 gennaio 2024, da martedì a domenica dalle 11.00 alle 18.00, chiuso il lunedì, Natale e Capodanno.

Per ulteriori informazioni è possibile visitare il sito del Camec.

 

Andrea Macciò

 

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