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La politica e le piazze

di Grigorij Andreevič Iandolo
mercoledì 20 Novembre 2024 · 16:40 · 6 min di lettura
La politica e le piazze

Ci sono momenti nella storia di un Paese, in cui la politica, per quelli che ancora ci credono smette di essere un’arte nobile, una guida per il bene comune e si riduce ad una macchina fredda, utile solo a perpetuare se stessa. È allora che le scelte non si basano più sulla ragione o sul dialogo, ma su un calcolo cinico, su una polarizzazione che diventa indispensabile per mantenere il potere. L’Italia, oggi, sembra intrappolata in uno di questi momenti. Ogni gesto della politica italiana, pare mosso da un’inerzia che non ha più anima, piegandosi senza remore alle logiche di un Occidente incapace di guardare oltre i propri confini. Così, il sostegno acritico a Ucraina ed Israele diventa obbligatorio, mentre il silenzio sulle sofferenze del popolo palestinese e la demonizzazione della Russia, servono a costruire una narrazione comoda, ma profondamente disonesta, poichè parziale e faziosa. E intanto si chiedono sacrifici ai cittadini: miliardi in spese militari imposte da un vincolo NATO – quel 2% del PIL che pesa sulle tasche degli italiani – mentre le famiglie non riescono ad andare avanti, schiacciate dall’aumento dei prezzi di beni di prima necessità, cresciuti sensibilmente dopo la crisi del Covid-19. E tutto questo, per cosa? Per un consenso costruito a forza di slogan e promesse vuote, mentre il Paese si trascina in un declino che appare inarrestabile. Nelle strade, nelle piazze, la rabbia trova la sua voce. Molti anni fa, un funzionario dello Stato, mi disse: “Questa gente è meglio lasciarla sfogare. Se sono in piazza o negli stadi, almeno sappiamo dove sono.” All’epoca non colsi pienamente il significato di quelle parole. Oggi, però, capisco: è il riflesso di uno Stato che non sa rispondere alle richieste di cambiamento, che non osa affrontare il dissenso, ma lo tollera solo entro confini prestabiliti. Le piazze italiane, che tornano a riempirsi, non sono semplici valvole di sfogo. Sono il sintomo di una società viva, che resiste al conformismo ed al silenzio. Giovani che protestano per il clima, per i tagli all’istruzione, contro la precarietà lavorativa. Studenti che sfilano in solidarietà con la Palestina e contro un governo che si allinea a Israele ed alla NATO senza batter ciglio, tradendo ogni promessa fatta prima di andare al potere. La Premier, che un tempo si dichiarava “irredentista”, sembra aver abbandonato le sue convinzioni, in nome di un pragmatismo che somiglia più ad un allineamento supino alle logiche di Bruxelles e Washington, che ad un programma di governo frutto di decisioni autonome pur se impopolari. Quelle stesse promesse, che infiammavano le piazze con richiami alla sovranità nazionale, oggi appaiono dunque svuotate di significato, tradite da un governo che aumenta le spese militari e tace sui temi che contano davvero per le famiglie italiane.
Eppure, l’attenzione mediatica si concentra sui simboli, sulle immagini che rievocano un passato di violenza – come il richiamo alla P38 – ignorando il disagio reale che anima queste proteste. I media, con la loro ossessione per il sensazionale, continuano a concentrarsi sui simboli e sulle provocazioni, trascurando deliberatamente il disagio autentico che spinge le persone a manifestare. Una foto, un gesto, un simbolo diventano strumenti per delegittimare il dissenso, trasformando ogni protesta in una caricatura di se stessa. Così, il vero messaggio delle piazze viene silenziato, sacrificato sull’altare della propaganda e dell’accondiscendenza.
La rabbia che esplode nelle piazze nasce anche da un sistema educativo che ha smarrito la sua missione. La scuola, che dovrebbe formare menti libere e critiche, si piega a un conformismo spudorato, diventando un’altra pedina di un sistema verticistico. Presidi ed insegnanti, spesso non educano più al dubbio e alla curiosità, ma all’obbedienza. E cosa possono imparare i giovani da un’istituzione che reprime ogni critica e mente pur di raggiungere i propri obiettivi? In questo clima sterile, si insinuano la discriminazione e il giudizio verso chi osa dissentire, verso chi ha un’identità culturale diversa, verso chi semplicemente non si piega. Così, i giovani trovano nelle piazze l’unico spazio in cui sentirsi vivi, in cui cercare risposte che le istituzioni si rifiutano di offrire. La storia insegna, ma solo a chi ha orecchie per ascoltare. Gli anni di piombo sono un monito che non possiamo ignorare: anche allora, un Paese cieco e sordo di fronte alle ingiustizie, creò le condizioni per una radicalizzazione pericolosa. Oggi il rischio è lo stesso. Ignorare le piazze, ridurre il dissenso a un problema da gestire, significa gettare benzina sul fuoco. Eppure, il Governo sembra incapace di cogliere questo pericolo. Da un lato, tollera nostalgie fasciste e simboli che dovrebbero far rabbrividire; dall’altro, reprime con forza chi chiede diritti e cambiamenti. Questo doppio standard non è solo un problema morale: è il riflesso di una memoria selettiva che alimenta lo scontro e rende insostenibile la narrazione ufficiale. Come possono essere credibili questi leader che un tempo sventolavano il vessillo della sovranità nazionale, che indossavano magliette con il volto di Putin sulla Piazza Rossa e che oggi si allineano senza esitazioni al potere acquisito ? Come può essere credibile un’opposizione che – quando non tace – si dimostra priva di idee, visione e identità? Le piazze hanno sempre avuto un ruolo centrale nella storia italiana e non solo, da quelle gremite durante il dopoguerra, in cui si chiedeva lavoro e dignità, a quelle degli anni Settanta, quando i giovani urlavano, contro un sistema sordo e corrotto. Oggi quelle stesse piazze sono popolate da una nuova generazione, una generazione che si ritrova abbandonata a sé stessa, ma che ha ancora il coraggio di chiedere un futuro che non vede, in un sistema che da anni si avvicina sempre più pericolosamente agli scenari più tragici del dopoguerra. Eppure, invece di ascoltare, si preferisce etichettare, isolare e contenere. Le piazze, infatti, non sono quelle metafisiche, meravigliose, ma prive di vita umana dipinte da Giorgio De Chirico, ma il cuore pulsante di una società che si ribella al suo stesso declino, sono il termometro di un Paese che soffre eppure, la politica italiana, schiacciata da logiche di convenienza, sembra aver perso la rotta. Ma senza questo coraggio, senza la volontà di ascoltare, non rimarrà nulla di ciò che ci definisce come Nazione. Le piazze, per chi le sa leggere, non sono un problema, ma sono una richiesta di cambiamento, una speranza che qualcosa di vivo e autentico possa ancora rinascere. Perché il dissenso non è mai una minaccia. È una promessa di vita.

Grigorij Andreevic Iandolo

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