Quando l’intelligence diventa anima
Quando l’intelligence diventa anima: il discorso che ha emozionato il Premio Cossiga. Non è stato un semplice intervento istituzionale quello di Mario Caligiuri, al Premio dedicato a Francesco Cossiga quest’anno assegnato alla memoria dell’ammiraglio Fulvio Martini, è stato qualcosa di più raro: un momento di pensiero autentico. Nell’aula solenne, davanti a figure istituzionali come Lorenzo Guerini, Gianni Letta e Vittorio Rizzi, infatti, Caligiuri, non ha parlato solo di servizi segreti. Ha parlato di destino, di responsabilità, di coscienza civile, della guerra invisibile che già ci attraversa. Con parole chiare, ma senza retorica, ha ricordato che oggi la guerra non si presenta più con carri armati e dichiarazioni solenni. È ibrida, silenziosa, si insinua nelle menti prima ancora che nei territori. È fatta di manipolazione, di narrazioni tossiche, di pressioni economiche, di attacchi informatici. In questo scenario, l’intelligence non è un apparato oscuro: è uno strumento di lucidità. È la capacità di capire prima degli altri, di leggere ciò che non è evidente, di proteggere senza clamore, non per instillare paura, ma per insegnare, attraverso la consapevolezza, l’arte di capire il mondo. Poi è arrivato uno dei passaggi più sorprendenti nel quale Caligiuri, ha parlato di arte nell’intelligence. Un’espressione, che ha spostato il discorso su un piano quasi poetico. Perché analizzare non significa solo raccogliere dati. Significa intuire, collegare, interpretare simboli, comprendere culture. L’analista, non è un tecnico freddo, ma un lettore dell’anima dei popoli.
Ed in quel momento l’intelligence, ha smesso di sembrare un meccanismo burocratico: è diventata una disciplina umanistica. E poi, Caligiuri, ha lanciato l’immagine che ha colpito più di tutte: quella “dell’agente segreto di Dio”. Un’espressione potente, quasi disarmante. Non teologica, ma etica, col servitore dello Stato uomo o donna che sia, che lavora nell’ombra, che non cerca applausi, che non firma le proprie vittorie e che accetta il silenzio come parte della missione, che protegge senza essere visto e che agisce per una causa più grande del proprio nome. In quella frase c’era rispetto. C’era gratitudine. C’era la consapevolezza che la sicurezza di un Paese, si regge spesso su persone che non compariranno mai nei libri di storia. Caligiuri, Nel ricordare Cossiga, ha poi restituito l’immagine di uno statista, capace di capire prima degli altri che l’intelligence, doveva uscire dalle ombre ed entrare nelle università, nel dibattito pubblico, nella formazione delle nuove generazioni. E nel rendere omaggio a Martini, ha richiamato il nodo delicato tra politica e servizi, senza polemica, ma con maturità storica. Non è stato un discorso contro qualcuno, ma un discorso per lo Stato, una lezione che resta. Quando ha concluso, non c’era enfasi teatrale. C’era una sensazione diversa: quella di aver assistito a qualcosa di serio. Caligiuri, ha mostrato che l’intelligence, può essere scienza, cultura, etica, strategia, ma anche coscienza. In un tempo rumoroso e superficiale, ha riportato il tema della sicurezza su un piano alto, quasi meditativo. Ha ricordato che la democrazia non si difende solo con le leggi, ma con la conoscenza, con lo studio, con la responsabilità. E forse è questo che ha colpito di più: non la forza delle parole, ma la loro sobrietà. In un’epoca che premia l’esibizione superficiale, è stata una lezione di profondità essenziale.
Gilberto Di Benedetto
Psicologo e Psicoterapeuta
Esperto in Guerra Psicologica e Operazioni PSY OPS