Dalla Liguria all’Umbria, dall’Alto Adige a Venezia: l’Italia si avvia a diventare un parco a numero chiuso, “in sicurezza” e a pagamento?
In un testo divenuto un classico della sociologia contemporanea, Ulrich Beck parlava di una “società del rischio” connaturata alla modernità post-industriale. Una profezia che sembra essersi rovesciata nel suo esatto contrario: la società del rischio zero.
Se già molte “misure” disposte contro il terrorismo islamista dopo l’11 Settembre 2001, ad esempio per il trasporto aereo, sono diventate permanenti, è un dato di fatto che in Italia, una volta finito lo stato di emergenza nazionale, le “misure di sicurezza” giustificate per due anni e mezzo da motivazioni sanitarie, come la rigida limitazione degli accessi a luoghi pubblici e privati per la prevenzione degli “assembramenti” siano uscite dalla porta per rientrare dalla finestra con nuove retoriche.
Alcuni esempi?
Abbiamo già parlato del regolamento di accesso alle Infiorate di Spello, che ha recepito le “misure di contenimento” del covid ancora parzialmente in vigore l’anno precedente.
Dalle feste pasquali del 2023, dopo la caduta fatale di un escursionista il 12 marzo, il Passo del Bacio, che si trova in Liguria nel comune di Camogli è diventato accessibile solo inviando una mail preventiva all’Ente Parco di Portofino.

In prospettiva, si parla di introdurre la necessità di predisporre lungo il percorso una serie di QR Code in modo che lo Stato sappia sempre l’esatto punto dove si trova l’escursionista.
Con la mail l’Ente Parco verrà anche a conoscenza non solo della posizione, ma anche, potenzialmente, delle relazioni che intercorrono tra le persone che compiono l’escursione.
Nel limitrofo comune di Portofino, il sindaco Matteo Viacava ha disposto il “divieto di stazionamento” dei turisti in attesa dei vaporetti agli imbarcaderi, costringendoli di di fatto a una sorta di moto perpetuo per non essere multati.
A questo si aggiungono i consueti divieti relativi a un vero o presunto “decoro” estetico, ormai un classico delle estati italiane.
In Umbria, da luglio 2023 l’area conosciuta come “Maiemi” presso le suggestive vasche di Stifone, frazione di Narni che si trova lungo il percorso delle Gole del Nera, “piscine naturali” ricavate dagli ex spazi della centrale elettrica dismessa e alimentate non dall’acqua dell’adiacente fiume Nera, ma dalle fredde sorgenti sotterranee della Morica, diventano a numero chiuso. L’ingresso sarà a pagamento e rigidamente regolamentato dalla “sicurezza” che non farà accedere più di 80 persone, e diviso in tre turno giornalieri di tre ore intervallati da trenta minuti di check in. A quanto risulta dal sito di Narni Turismo e dalla pagina “Stifone e le sue gole” la prenotazione sembra essere obbligatoria. Non sarà possibile accedere a questo sito senza “esibire” un pass digitale sul proprio smartphone? Vietato staccare anche in vacanza, grazie alla “spinta non troppo gentile” già usata in “piena pandemia”?

Non si tratta quindi solamente di un presidio con bagnini di salvataggio, ma della trasformazione dell’area in una sorta di stabilimento balneare a pagamento con obbligo di prenotazione oltre alla limitazione degli ingressi e della possibilità di permanenza delle persone nell’area.
Il tutto annunciato in pompa magna alcuni giorni fa, con tanto di taglio del nastro da parte del sindaco di Narni.
La zona, nelle quali formalmente vigeva negli anni scorsi un divieto di balneazione era comunque frequentatissima da turisti di passaggio in Umbria o provenienti dalle città vicine come Roma, Terni, Rieti, e parte del suo fascino era dovuto proprio al fatto di essere un luogo libero e scarsamente antropizzato.
Nei comuni di Piemonte, Liguria e provincia di Pavia classificati come “zona rossa” e interessati dalle misure di “eradicazione della peste suina africana” il nuovo Commissario Vincenzo Caputo, nominato dal governo Meloni in sostituzione del precedente, ha previsto un limite di 20 persone per i trekking organizzati oltre a una serie di complesse “misure di biosicurezza” per una passeggiata su un sentiero o una strada serrata, per le quali rimandiamo a un articolo apposito.
La provincia autonoma di Bolzano immagina l’istituzione di un numero chiuso per l’accesso ad alcuni passi dolomitici.
C’è poi il “modello Venezia” fortemente voluto dal sindaco di centrodestra Brugnaro, la prima città nella quale si potrà entrare solo tramite prenotazione on line.
L’ingresso sarà a pagamento per i turisti giornalieri, una sorta di imposta sostitutiva di quella di soggiorno pagata da chi risiede nelle strutture alberghiere, e gratuito per i residenti o chi accederà per altri motivi, ad esempio per lavoro o per raggiungere amici o parenti in case private, e in ogni caso subordinato all’esibizione di un QR Code.
Una mole enorme di dati personali e sensibili dei cittadini viene quindi acquisita dallo Stato, dalle sue emanazioni locali o dalle società private che eventualmente li gestiranno in appalto, senza nessuna possibilità di controllo da parte del cittadino. La stessa criticità che abbiamo sottolineato su queste pagine a proposito del sistema “It Alert”.
C’è poi la guerra agli affitti brevi portata avanti dal sindaco di Firenze Nardella e il cosiddetto “scudo verde” che, sul modello di Milano, obbliga le persone provenienti da altri comuni e in possesso di auto considerate “inquinanti” ma che possono legalmente circolare nelle città limitrofe a parcheggiare in zone delimitate di interscambio e a proseguire a piedi o con il trasporto pubblico, non certo uno dei più efficienti d’Italia, visto che a differenza di Milano non esiste neppure una rete metropolitana sotterranea.
Tutte queste “misure” (pur diverse tra loro) sono giustificate da “motivazioni di “salute” e “sicurezza”: le stesse che secondo l’articolo 16 della Costituzione italiana, permettono di comprimere la libertà di circolazione dei cittadini.
Un articolo che a nostro avviso andrebbe delimitato a pochissimi casi specifici per evitare che giustifichi una rete di divieti di questo tipo, sempre disposti in nome del “bene comune” e della “sicurezza dei cittadini”.
Dei tre anni di “misure di contenimento della pandemia” apparentemente resta pochissimo, in un mondo nel quale abbiamo ritrovato un’apparente normalità e la libertà di spostamento e circolazione, e per citare l’ex premier Conte, sembriamo essere tornati ad abbracciarci più forte di ieri, nonostante la persistenza di una certa cartellonistica in luoghi pubblici e privati sembra essere come una sorta di monito a ricordare che tutto questo potrebbe prima o poi ricominciare.
“Non abbassiamo la guardia” molti ricorderanno lo slogan preferito dall’ex ministro della Salute Roberto Speranza.
In realtà, due anni e mezza di guerra incessante alla socialità e agli assembramenti hanno portato molti cittadini a interiorizzare l’idea che la “troppa gente in giro” sia foriera di un qualche pericolo, e che tutto, dagli spostamenti agli eventi, debba avvenire “in sicurezza”.
Se aggiungiamo che con la fine dello stato di emergenza sia stato necessario destinare a nuovi incarichi tutte una serie di figure “professionali” dai covid manager ai misuratori di temperatura ai distanziatori da spiaggia (comparsi realmente in alcuni comuni italiano come Sori nel 2020) ai selezionatori all’ingresso per le sagre di paese, capiamo che queste “misure” sono perfettamente connaturate con l’idea del populismo assistenziale e del capitalismo di relazione che consideriamo l’unica vera ideologia di questo paese e pertanto sono foriere di ampio consenso.
Generano un indotto nell’ambito della sicurezza privata, dalla quale generalmente provengono i lavoratori deputati alla “gestione dei flussi”; sono appoggiate da molti residenti delle città infastiditi dai troppi turisti e dalla movida, sono giustificate in alcuni casi persino dalla necessità di tutelare la natura e l’integrità di alcune aree, appoggiate da molti cittadini che hanno interiorizzato l’idea che sia normale aspettare fuori da un negozio, anche se magari nevica e la temperatura è sottozero, perché c’è un’altra persona dentro.
In quanto alle “misure ecologiche” come lo Scudo Verde e gli analoghi provvedimenti disposti da altre città come Milano, Roma, Genova si tratta in maniera neppure troppo mascherata di capitalismo assistenziale, nel quale lo stato di fatto obbliga i cittadini a cambiare auto per sostenere un mercato di sostituzione, considerato che al di là dei grandi centri urbani e dalla rete ferroviaria a alta velocità non ci sono certo in Italia servizi che possano rendere conveniente l’uso del mezzo pubblico.
Non neghiamo che in alcuni casi gli accessi limitati a una determinata area ne possano rendere migliore la fruibilità per chi la frequenta, se ci riferiamo a territori dagli spazi limitati come Portofino e l’area della Vasche della Morica a Stifone.
Il punto però è un altro. Mentre il governo per rimandare per l’ennesima volta l’applicazione della direttiva Bolkestein prevede una “mappatura” delle aree demaniali litoranee ancora libere per rilasciare nuove concessioni a privati, ci chiediamo se in Italia resteranno ancora spazi da fruire in maniera assolutamente libera, senza dover esibire QR Code o ticket e senza la solerte presenza di controllori che vigilano sulla “nostra sicurezza”.
Si tratterebbe di diversificare l’offerta anche turistica, visto che ci sono persone che prediligono un tipo di turismo in aree più “sicure” e altre che prediligono invece aree naturali non antropizzate nelle quale eventuali “servizi” non modifichino in maniera significativa il paesaggio, e magari cercano appositamente spiagge nelle quali siano assenti anche i pur utili servizi di salvataggio, che comunque mettono in atto una forma di controllo sul comportamento altrui.
La questione è anche filosofica: i cittadini hanno diritto di disporre liberamente della propria esistenza, anche rischiando, oppure no, per non “pesare sulla comunità”?
Se la tendenza resterà questa, l’intreccio tra gli interessi e il mercato del consenso che si muove attorno a un certo tipo di provvedimenti e la cultura della “massima precauzione” siamo convinti che in questo paese le aree ad accesso davvero libero siano destinate a contrarsi sempre di più se non a scomparire trasformando l’Italia in una specie di parco giochi a libertà vigilata.
La società del rischio ipotizzata da Ulrich Beck negli anni Novanta si è paradossalmente trasformata nella società del rischio zero e l’Italia si avvia a diventare un paese a numero chiuso
Articolo e Ph di Andrea Macciò
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