Caos iscrizioni in serie B: verso un’estate di ricorsi per il calcio italiano prigioniero della burocrazia?
La scorsa settimana, venerdì 30 giugno, la “Commissione criteri infrastrutturali e organizzativi” della Figc ha respinto la richiesta di iscrizione alla serie B del Lecco. La motivazione, come abbiamo ricordato nell’articolo della scorsa settimana, è surreale: manca l’autorizzazione del prefetto per l’utilizzo dello stadio Euganeo a Padova, visto che, dato il prolungarsi dei playoff, la società lombarda ha inviato la domanda tramite PEC con un giorno di ritardo. Per apprenderlo è necessario rifarsi al comunicato ufficiale del Lecco.

La società lombarda ha fatto ricorso alla Covisoc, che dovrebbe dare una risposta definitiva entro il 7 luglio.
Nel caso di una nuova bocciatura, il Lecco potrà rivolgersi al Collegio di Garanzia del Coni. A questo punto, esauriti i gradi di giudizio della giustizia sportiva, la società guidata da Paolo di Nunno potrebbe rivolgersi a quella amministrativa, ovvero al Tar e al Consiglio di Stato, aprendo la strada a un’estate di ricorsi che potrebbe rivoluzionare i risultati dei campionati 2022-2023.
Come sottolinea il presidente, Paolo di Nunno, la città di Lecco è circondata da montagne e non esiste lo spazio logistico per un nuovo stadio.

Questa la deve condannare alle serie minori per sempre, nonostante i risultati sportivi eccellenti?
Il precedente, passato alla storia, è quello del cosiddetto “caso Catania” del 2003.
La formazione siciliana, allora proprietà del vulcanico Luciano Gaucci, dopo aver vinto un ricorso relativo alla posizione del calciatore Martinelli del Siena, ottenendo la vittoria a tavolino contro la formazione toscana (1-1 sul campo), chiese la riammissione alla serie B.
Per tutta l’estate, il Catania, seguito dalle altre formazioni retrocesse sul campo, Genoa, Salernitana e Cosenza che contestavano la regolarità del campionato, chiese la riammissione ricorrendo alla giustizia ordinaria amministrativa. Per poter iniziare i campionati e frenare i ricorsi, la Figc decise di ammettere in via eccezionale 24 squadre alle serie B 2003-2004: Catania, Genoa, Salernitana e la Fiorentina ripescata per meriti sportivi al posto del Cosenza.
Non è infatti solo l’iscrizione del Lecco ad essere a rischio: anche quella della Reggina è sub judice per motivi questa volta di carattere finanziario.
E se il Brescia, retrocesso al quart’ultimo posto, ha già presentato doppia domanda, per la serie B e la serie C, anche il Perugia ora ha messo sotto osservazione la regolarità dell’iscrizione del Parma. Sia la società emiliana che la Reggina avevano subito penalizzazione in corso.
Possibile che da questo caos, se nascessero contrasti tra le sentenze della giustizia sportiva e quelle della giustizia amministrativa, emerga una nuova “sanatoria” delle retrocessioni come quella del 2003 determinando effetto a catena anche sui campionati minori.
Ormai da una ventina d’anni, a quanto pare in Italia l’organico dei campionati di calcio, in particolare nelle serie minori, non è deciso dai risultati sul campo, ma da tribunali sportivi, tribunali ordinari, prefetti, e dalla “commissione criteri infrastrutturali e organizzativi” l’ennesimo comitato tecnico-scientifico di un paese letteralmente soffocato dalla burocrazia.
La prassi di infliggere penalizzazioni in corso per motivi finanziari, che spesso sono oggetto di modifiche durante l’anno come per la Reggina, non aiuta di certo la regolarità e la credibilità dei campionati.
A quanto pare, inoltre, dal Brescia al Perugia, nessuno si rassegna al risultato del campo e le società preferiscono investire in avvocati e ricorsi invece che nei settori giovanili e nella formazione dei calciatori, cercando di risalire in serie B o comunque nelle serie superiori sul campo.
Il declino del calcio italiano sembra inarrestabile.
L’ultima partecipazione al mondiale risale al 2014, peraltro con eliminazione al primo turno a gironi come nel 2010. L’ultima Champions League vinta da una formazione italiana nel 2010, l’ultima Europa League nel 1999: si chiamava ancora Coppa Uefa.
A parte la parentesi dell’ultimo europeo, un autentico disastro.
Il fatto che i risultati del campo siano spesso e volentieri ribaltati dai tribunali o sottoposti al via libera dei prefetti, per ragioni che nulla hanno a che fare con lo sport, ma molto con l’ossessione degli eventi “in massima sicurezza” che pervade questo paese, non incoraggiano di certo chi sarebbe interessato a investire nel calcio, né i presidenti-tifosi legati al territorio (qualcuno resiste, come Maurizio Stirpe al Frosinone, con ottimi risultati) né soggetti interessati al calcio come investimento.
Il risultato è che il “campionato più bello del mondo” fino a pochi anni fa ambito da quasi tutti i calciatori sta diventando un rifugio di quelli a fine carriera o un luogo di passaggio verso la Liga o la Premier League.
Ma nessuno sembra voglia mettere in discussione il governo del calcio in Italia.
Molti sociologi sostengono che il calcio sia un “fatto sociale totale” e che analizzando si possano capire gli aspetti della società di riferimento. Non c’è dubbio che il declino del calcio italiano, prigioniero di cavilli, comitati tecnico-organizzativi, tribunali e burocrazia, sia anche lo specchio del declino di un paese come l’Italia prigioniero del principio della massima precauzione, dell’espertocrazia e della burocrazia.
Andrea Macciò
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