Dal Ponte di Sellano alla metropolitana di Genova: a chi giovano realmente le “opere finanziate” dal Pnrr e fondi complementari?
La metropolitana più corta del mondo, quella di Genova, 7 km che collegano il quartiere periferico di Certosa-Rivarolo con la stazione di Genova Brignole, si ferma per circa due mesi: dal 3 luglio a un periodo indefinito, presumibilmente fino alla fine di agosto.
Con l’eccezione di quella di Torino, quella del capoluogo ligure è anche una delle metropolitane più recenti in Italia: la prima tratta: Brin-Dinegro, è stata aperta nel 1990 e le altre negli anni successivi.

Dal sito dell’azienda di trasporti genovese AMT apprendiamo che “sono partiti gli interventi di sostituzione dell’armamento e dei binari in diversi tratti della metropolitana, che rendono necessaria la chiusura dell’intero tracciato. L’attività è particolarmente complessa, ma necessaria, trascorsi 33 anni dall’apertura, per garantire il mantenimento degli elevati standard di sicurezza e comfort che contraddistinguono il servizio svolto dalla metro. La durata dei lavori, interamente finanziati, è stimata in circa due mesi”
Dal 3 luglio è stato disposto un servizio sostitutivo di bus navetta, gratuito negli stessi orari “di calma” previsti per la metropolitana.
Si tratta di un disagio notevole, in quanto le città non si svuotano più per due mesi come negli anni Sessanta e nel mese di luglio quasi tutte le attività sono ancora aperte. Senza contare che la città, fra l’altro prossima a numerose località balneari, è investita da un importante flusso turistico.
I lavori sono “interamente finanziati” e, ovviamente, sono presentati come “assolutamente necessari” e giustificati con la parola magica che nella retorica dell’espertocrazia italiana dovrebbe inibire qualsiasi obiezione: la “sicurezza”.
Il linguaggio è quello dell’espertocrazia tecnocratica che da diversi anni sembra essere diventata la logica di governo dominante in questo paese.
Dopo soli 33 anni è assolutamente necessario interrompere l’intera tratta per la completa sostituzione dei binari e per un periodo così lungo?
Quello che appare evidente a noi è che da quando l’Italia “beneficia”, si fa per dire, del cosiddetto Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, i disagi per i “lavori di potenziamento infrastrutturale” ai nodi ferroviari, autostradali e di mobilità urbana, già frequenti prima, si sono moltiplicati in maniera esponenziale.
Ricordiamo che grazie al Pnrr è stata creata la mitologica istituzione della “Cabina di Regia” la cui prima riunione si è svolta il 7 ottobre 2021.
Abbiamo già parlato dei numerosi disagi che la regione Toscana deve subire per l’interruzione della linea ferroviaria Bologna-Prato per l’intera estate, che si aggiunge a quella della Aulla-Lucca.
Ora apprendiamo che il 13 e il 17 luglio una nuova interruzione per “lavori di potenziamento infrastrutturale” interesserà la tratta tra Ladispoli e Civitavecchia, interrompendo i collegamenti ferroviari tra la capitale, le città di Livorno e Grosseto e le località turistiche della Maremma e della Costa degli Etruschi con Roma.
Nessuno, in Italia, si prende la responsabilità politica della continua creazione di disagi di questo tipo, delegando tutto agli insindacabili pareri degli “esperti”.
Esiste la possibilità per comitati di cittadini o forze politiche di opposizione che volessero contestare l’assoluta necessità di questi interventi che non sono più occasionali, ma sono ormai la norma, di visionare le carte che appunto ne certificano in maniera incontestabile l’inderogabilità?
Ancora una volta ci viene chiesto di “fidarci degli esperti” in nome del paradiso futuro della “mobilità sostenibile” nel nome della quale viene chiesto oggi ai cittadini di affrontare viaggi insostenibili sotto quella che i media definiscono con la solita formula preconfezionata “la morsa dell’afa”.
L’altro lato dei “cantieri” partiti o ripartiti con il Pnrr è quello dell’approccio digitale al turismo uno degli altri obbiettivi indicati nel piano stesso.
In questo ambito rientrano “grandi opere” come il “ponte tibetano dell’Umbria” che dovrebbe collegare il centro storico di Sellano, in provincia di Perugia, con la frazione di Montesanto, per una lunghezza totale di 540 metri a 140 metri di altezza. Il costo stimato per l’opera in questione è circa 1,5 milioni di euro, presumibilmente destinati ad aumentare.

A quanto si apprende dovrebbe essere “il più alto del mondo” e finanziato con il fondo complementare del Pnrr destinato alle zone colpite dai terremoti come quello del 2016. Difficile trovare una correlazione.
Il ponte sarà dotato di apposite piazzole per selfie: insomma un’opera che si propone di rendere più “instagrammabile” un luogo già dotato di una bellezza naturale, che dubitiamo abbia bisogno di queste trovate per diventare un’attrazione turistica.
In nome dell’approccio digitale al turismo e della “sicurezza” immaginiamo che per accedere al ponte sarà necessario, oltre al biglietto, “esibire il QR code” della prenotazione obbligatoria, sul modello di quanto già fatto nel comune di Narni per accedere alle Vasche della Morica presso la frazione di Stifone, lungo il percorso delle Gole del Nera, tema che abbiamo già affrontato in un pezzo precedente.
Una delle voci di spesa del Pnrr è “il Piano Nazionale Borghi” per “il rilancio turistico e culturale dei piccoli centri, riqualificando spazi pubblici e creando servizi culturali”: progetti che sarebbero anche condivisibili, se non fosse che a quanto pare alla creazione di servizi si preferisce l’implementazione di trovate da parco divertimenti a tema.
Ovviamente molto dipende anche dalla sensibilità politica delle amministrazioni locali che partecipano a questi bandi.
Anche in questo caso qualcuno si è mai chiesto se la pioggia di denaro in arrivo non sia utilizzabile in maniera più costruttiva che nella creazione di improbabili attrazioni a pagamento in territori magari svuotati di servizi essenziali per i residenti e di collegamenti autostradali e ferroviari decenti per i turisti?
Non ci risulta, neanche nel cosiddetto “dissenso”, troppo intento a gestire le infinite scissioni interne delle formazioni minori che già fallirono alle politiche del 2022 o a discutere di politica internazionale e massimi sistemi vari.
La montagna appenninica si sta spopolando e non sono certo iniziative di questo tipo ad apparire prioritarie per contrastare questa tendenza.
In realtà sarebbe bastato leggere gli obbiettivi del Pnrr, per comprendere che, al di là della retorica della sostenibilità e del paradiso futuro promesso per un domani che non si sa mai quando arriverà, i finanziamenti legati a questo programma avrebbero raggiunto soprattutto due “obbiettivi”: uno, dichiarato più o meno ufficialmente, quello della creazione di una “nuova normalità” incarnata dalla società della digitalizzazione totale, della prenotazione obbligatoria e dell’esibizione del QR Code per “ vivere esperienze” come l’attraversamento di un ponte tibetano nell’Italia centrale.
Quelli del Pnrr non sono infatti finanziamenti a fondo perduto, ma sono condizionati al raggiungimento di ben precisi obbiettivi politici, economici e sociali che dubitiamo coincidano con gli interessi dei cittadini dei territori interessati.
L’altro ufficioso e radicato al contrario nella tradizione italiana del capitalismo clientelare e di relazione: quello di implementare lavori e cantieri vari dei quali è evidente il beneficio per chi usufruisce del finanziamento per portarli avanti e non è invece chiaro il beneficio per l’intera cittadinanza, visto che, per limitarci agli interventi ferroviari, dopo ogni “potenziamento” per ora i tempi di percorrenza restano uguali se non aumentati.
Andrea Macciò
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