Giornalismo, scrittura e intelligenza artificiale: tra frati e modelle virtuali, se la soluzione fosse invece smetterla di scrivere in modo così prevedibile?
Dopo le dimissioni di Giuliano Amato, avvenute dopo la conferenza stampa del 4 Gennaio di Giorgia Meloni, che nell’occasione ha fatto capire come la nomina dell’ex esponente del Psi ed ex premier, oltre che Presidente della Corte Costituzionale dal Gennaio 2022 (ovvero nella fase “calda” dei ricorsi contro la coda delle “misure di contenimento della pandemia” come il ritorno della mascherina all’aperto, il green “base” per lavorare e quello che con sprezzo del ridicolo veniva chiamato super greenpass per accedere in banca, posta o negozi “non essenziali”) il governo ha nominato a capo dell’ennesima commissione di “Saggi” per analizzare l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sul mondo dell’editoria e del giornalismo un frate francescano: Padre Paolo Benanti, professore alla Pontificia Università Gregoriana e unico membro italiano del Consiglio per l’Intelligenza Artificiale della Nazioni Unite.

La commissione dei Saggi dell’algoritmo ha, in linea teorica, il compito di fornire consulenza normativa al governo per legiferare in modo da regolamentare un fenomeno che sicuramente può essere foriero di opportunità, ma anche e soprattutto di rischi.
Per quanto riguarda la Commissione, pare che sino ad ora sia prevalsa al solito nelle nomine la logica politica del Manuale ideato nella Prima Repubblica dal democristiano Massimiliano Cencelli, che concluse la sua carriera politica dopo il 2000 ne “La Margherita” di Francesco Rutelli.
Giuliano Amato, collezionista di incarichi e pensioni, era considerato vicino a Forza Italia (ricordiamo che era il candidato di Berlusconi alle presidenziali del 2015 e il nome sul quale è saltato il cosiddetto “Patto del Nazareno”) e, pur essendo un giurista, la nomina di un ottantacinquenne alla presidenza della commissione su un fenomeno “futuristico” come l’AI è parsa a moltissimi la neanche troppo paradossale conferma della gerontocrazia che ancora pervade questo paese, al di là del ringiovanimento di facciata delle leadership.
Ora Amato, che si è dimesso ufficialmente dopo aver saputo che non era il nome gradito da Meloni, è stato sostituito da Padre Paolo Benanti.

Padre Benanti a differenza di Amato è sicuramente un “esperto” del settore, ma appare quantomeno singolare che in un paese ufficialmente laico la Presidenza di un organo che potrebbe essere non così secondario viste le sfide che pone il tema dell’AI di fronte a quel che resta della democrazia liberale sia affidato a un religioso.
L’ “algoretica” che intende proporre Padre Benanti, sarà influenzata dall’etica religiosa cattolica alla quale fa riferimento?
In un paese nel quale il giornalismo facesse “il suo mestiere” quello di incalzare il potere, questo sarebbe stata una delle prime obiezioni da avanzare.
Possibile che nelle Università, in un paese nel quale si straparla di “eccellenze italiane”, non ci siano docenti ed esperti che non siano consacrati ad alcun “voto” religioso (né cattolico, né di qualsiasi altra confessione) e magari under 60?
Questo, beninteso, facendo finta di credere nell’utilità delle commissioni di saggi
Se come diceva un ex Premier, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, la nomina di Padre Benanti, al di là della competenza dello stesso, appare funzionale a consolidare l’immagine “teocon” che è la bandiera identitaria dell’attuale maggioranza, dalla proposta (che probabilmente mai andrà in porto per la sua irrealizzabilità) del reato universale di maternità surrogata al “pesce di Capodanno” della senatrice Lavinia Mennuni, per la quale la prima missione delle donne italiane dovrebbe essere “mettere al mondo dei bambini” che diventino “futuri cittadini e italiani”; si tratterebbe di implementare un cambiamento culturale per il quale la prima aspirazione delle ragazze dovrebbe essere “sposarsi” e “mettere su famiglia”.

L’insistenza del governo attuale su questi temi, come quella dell’opposizione su temi come la maternità surrogata che riguardano comunque una stretta minoranza di cittadini, sembrano perfettamente funzionali a coprire l’irrilevanza dell’Italia a livello geopolitico e internazionale, qualsiasi sia il colore politico di chi governa.
Lavinia Mennuni è stata anche la relatrice presso l’assemblea comunale di Roma, durante l’amministrazione Raggi, della proposta di seppellire in un cimitero dedicato i feti abortiti senza il consenso delle madri.
Non si può fare a meno di sottolineare che “la moglie perfetta” proposta dalla senatrice Mennuni assomigli molto alla “stay at tome mum” o “trad wife” che sta spopolando nei social network americani, quintessenza degli ideali e degli stereotipi della Alt Right americana. Si tratta di influencer ultra-conservatrici che sembrano uscite dal film La moglie perfetta.

Non è un caso che questi inviti alle altre donne a “restare a casa” (un monito che in Italia suona particolarmente inquietante, evocando il famigerato slogan di Casalino) arrivino sempre da donne che non sarebbero nei posti di potere che occupano adesso se l’Italia avesse continuato a perpetuare le tanto decantate in certi ambienti nostalgici “nostre tradizioni” che le escludevano da ogni incarico pubblico sino al 1946 e da alcuni altri fino agli anni Settanta.
Tornando all’Intelligenza Artificiale, per ora la sua performance “migliore” sembra essere stata la creazione della falsa influencer Emily Pellegrini, che secondo Chat Gpt sarebbe “la ragazza dei sogni dell’uomo medio” e che in effetti avrebbe ricevuto proposte di vario tipo da calciatori e altri personaggi che gravitano nel mondo del vippismo e del cosiddetto jet set.

L’aspetto interessante è avere scoperto che Emily Pellegrini è un fake non ha scoraggiato il suo vasto pubblico dal continuare a seguirla, tanto che è attiva anche su piattoforme simili alla nota Onlyfans.
Una vicenda che rasenta il comico, ma che in effetti appare preoccupante non solo per le influencer o aspiranti tali, che rischiano di essere condannate alla disoccupazione da sostitute/i virtuali, ma anche per il fatto che sembra essere sempre più labile la percezione della realtà da parte di “soggetti digitali” ai quali non importa nulla di interagire consapevolmente con una sorta di ologramma.
Stendiamo un velo pietoso sul fatto che un minimo di analisi delle immagini, della struttura fisica della “ragazza” e degli sfondi (quasi sempre assenti) avrebbe dovuto quantomeno far venire qualche dubbio ai seguaci di questo profilo: se non era un’AI, ci sarebbe stato comunque un ricorso molto rilevante ad avanzati programmi di post-produzione.

Quanto agli articoli di giornale, per ora l’AI sembra più che altro essere in grado di sostituire i cosiddetti “redazionali” nei quali in genere si fa copia e incolla di comunicato: un po’ come i “lavori che gli italiani non vogliono più fare”.
Qualche mese fa, un giornalista e blogger piemontese ha realizzato e postato sui social alcuni articoli di “promozione turistica” dei paesi delle Valli del Basso Piemonte realizzati con AI: sono stati scoperti quasi subito, perché privi di una sintassi complessa e pieni di errori come l’attribuzione alla Liguria dei paesi dell’alessandrino che per ragioni storiche terminano con il suffisso -ligure (Novi Ligure, Cabella Ligure…). Basta uscire un attimo dal seminato e la AI va subito in grossa crisi, almeno per ora.
Per quanto riguarda almeno il settore della comunicazione, dell’editoria e del giornalismo, quello sul quale lavorerà la commissione, ci sarebbe una soluzione perfetta per evitare di essere fagocitati dall’Intelligenza Artificiale: rompere gli schemi, usare il pensiero laterale e critico, non preoccuparsi solo di dare in pasto al pubblico della propria fazione di riferimento esattamente quello che vuole sentirci dire.
E oggi, al contrario, chiunque abbia una minima conoscenza del fenomeno è in grado di prevedere esattamente che cosa scriverà quel giornale o che cosa dirà quell’ospite del talk show, che cosa scriverà l’influencer “petaloso” o quello “tradizionalista” su un dato argomento, che cosa dirà quell’esponente politico, su un dato tema.
Chi frequenta e analizza i social da un punto di vista sociologico-comunicativo come chi scrive, non può fare a meno di notare che molto di quanto viene postato dalle persone oggi su temi di attualità e politica non è altro che un prevedibilissimo “ritornello identitario” come lo definiva nel libro del 2017 “Populismo Digitale” il sociologo Alessandro Del Lago: in rete si interviene per ribadire il proprio posizionamento.
Se la scrittura, l’editoria, il giornalismo, la creatività non vogliono essere fagocitate dall’Intelligenza Artificiale, forse la soluzione non è affidarsi a giuristi novantenni o frati che facciano il miracolo, ma è più semplice di quanto pensiamo: smettere di imitare il sistema di pensiero binario e dicotomico sul quale si fondano gli algoritmi e di pensare come Intelligenze Artificiali invece che come umani.
Andrea Macciò
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