Il caso Maignan tra ignoranza ed ipocrisia
Da domenica scorsa, sta facendo discutere il caso di Maignan, che ha deciso di abbandonare il campo durante Udinese – Milan, a seguito di insulti razziali ricevuti da parte di alcuni tifosi friulani. I risultati dell’episodio finora sono stati: l’emissione di un Daspo a vita dallo stadio di Udine e cinque anni dagli impianti sportivi del resto d’Italia, a carico di un tifoso, di cinque anni a carico di altri quattro tifosi e la disputa della prossima partita casalinga dell’Udinese a porte chiuse. Aldilà delle proteste e del comunicato ufficiale della Curva Nord, che riportiamo di seguito, vorremmo dire la nostra su una vicenda che ci sembra essere solo frutto di una strumentalizzazione politica, unita a tanta ipocrisia da parte del sistema calcio.

Innanzitutto occorre distinguere tra due tipologie di calcio, quello dilettantistico e quello professionistico. Nel primo caso, riteniamo giusto un comportamento come quello del portiere del Milan ed altrettanto giuste le conseguenze che da esso sono derivate. Un dilettante infatti, specialmente se si tratta di un ragazzino minorenne, ha il sacrosanto diritto di non essere offeso mentre pratica lo sport che preferisce, per pura passione e senza alcun compenso, anzi, spesso pagando di tasca propria o coi soldi della famiglia. Molto diverso il caso di un giocatore professionista, che, come tale, ha fatto del calcio il proprio lavoro e sa a cosa va incontro, a fronte di svariate centinaia di migliaia, se non milioni di Euro, di ingaggio. Già che un giovane che guadagna cifre del genere si senta vittima di razzismo vero o presunto che sia, lascia perplessi, perchè chi scrive, si farebbe dire di tutto, portando a casa milioni di Euro l’anno. Ma poi il problema di quegli insulti ricevuti da Maignan, è che non sono razzisti e del resto, come potrebbero esserlo, visto che l’Udinese, come tutte le squadre di Serie A, ormai, ha in rosa più giocatori stranieri di ogni etnia, che italiani, essendo a tutti gli effetti una multinazionale multietnica. Se i soloni pronti a condannare senza se e senza ma, ma soprattutto senza processo, qualsiasi avvenimento abbia a che vedere anche lontanamente con i diritti delle minoranze, avessero l’abitudine di ragionare, capirebbero che quel tifoso non ha offeso il portiere del Milan, in quanto di colore diverso dal suo, ma per il semplice fatto che quei cori servivano a disturbare un giocatore fra i più forti della formazione avversaria, oltretutto nel ruolo chiave di portiere, allo scopo di distrarlo e far ottenere un buon risultato alla propria squadra nella quale vi sono innumerevoli altri giocatore dello stesso colore di Maignan. Dunque dov’è il razzismo? Evidentemente non esiste un caso di razzismo, ma solo una strumentalizzazione politica dello stesso, che diventa però razzismo al contrario, analizzando casi analoghi. Prendiamo Gianluigi Buffon, ex portiere, oggi dirigente della Nazionale, che quando giocava nella Juventus e veniva a Firenze, sentiva per novanta minuti, uno stadio intero urlare, che sua moglie era per così dire “immorale”. Che cosa avrebbe dovuto fare? Smettere di giocare oppure da professionista serio, qual’è indubbiamente stato, indipendentemente dal fatto che fosse il portiere della squadra più odiata dai tifosi Viola, continuare a parare e ad essere decisivo, come tante volte è stato, per il risultato della Juventus a Firenze? Dunque un giocatore italiano può essere offeso per novanta minuti, così come gli arbitri, basta che non siano di colore, perchè altrimenti basta un ululato e vieni daspato? Ma prendiamo il tennista Novak Djokovic, che proprio alcuni giorni fa durante gli Australian Open, era stato infastidito da uno spettatore, che gli ha rivangato le scelte no vax. Invece di smettere di giocare, il serbo dopo essersi rivolto al disturbatore, ha servito un Ace, col quale ha sconfitto il proprio avversario, il tennista locale Popyrin. Soprattutto però, è interessante riportare quanto detto dopo la partita dallo stesso Djokovic sull’episodio. Non solo, infatti il tennista serbo, non si è lamentato, ma ha dichiarato: “Non c’è problema in quanto non ho mai chiesto a nessuno di lasciare lo stadio. Non ho mai chiesto al giudice di sedia di eliminare qualcuno. Non lo farei perché ha pagato il biglietto e ha il diritto di essere lì e dire quello che vuole dire e comportarsi come vuole”. Insomma, un professionista vero come Djokovic, non si permetterebbe mai di chiedere il Daspo, addirittura a vita, per un tifoso avversario, che come ha evidenziato nella sua dichiarazione, paga il biglietto e dunque è artefice, in quota parte, delle sue fortune economiche, pur guadagnando migliaia di volte meno rispetto a lui. Ci domandiamo dunque se Maignan, oltre a non essere un professionista serio, possa essere considerato alla stregua di un pupo viziato, che si è accanito, con la scusa del razzismo, contro chi pur guadagnando mille volte meno di lui, pagando il biglietto, paga, o per meglio dire pagava, vista l’interdizione dagli stadi, anche una parte del suo stipendio, o di quello di altri giocatori multimilionari come lui. Ma evidentemente al sistema calcio dei tifosi non importa nulla ed allora perchè non sostituirli direttamente con degli ologrammi creati dall’intelligenza artificiale, che cantano cori preregistrati a sfondo rigorosamente buonista tipo “Peace and love”? Più realisticamente consiglieremmo ai tifosi che volessero offendere un giocatore avversario, di sommergerlo con una risata di tutto lo stadio, almeno il ridere per adesso non è considerato offesa o razzismo, ma espressione di gioia e non si dovrebbe, ma il condizionale è d’obbligo, rischiare il Daspo per questo. Insomma quanta ipocrisia nel mondo del calcio.
Luca Monti
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