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Il 27 Febbraio del 1554 nasceva a Genova, il pittore Giovanni Battista Paggi che dipinse anche per la corte granducale di Francesco I dè Medici

di Luca Monti
giovedì 27 Febbraio 2025 · 19:57 · 4 min di lettura
Il 27 Febbraio del 1554 nasceva a Genova, il pittore Giovanni Battista Paggi che dipinse anche per la corte granducale di Francesco I dè Medici

Il 27 Febbraio del 1554 nasceva a Genova, il pittore Giovanni Battista Paggi. Malgrado fosse molto portato sin da piccolo per l’arte, venne obbligato dal padre Pellegro, a portare avanti l’attività mercantile di famiglia, dipingendo solo come passatempo e quindi formandosi artisticamente da autodidatta. Solo alla morte del padre, il Paggi, decide di dedicarsi in forma stabile alla pittura aiutato da Luca Cambiaso, che lo aveva apprezzato da giovane e dal quale, l’artista mutuerà buona parte del proprio stile. Facendo ovviamente le debite proporzioni, la vita di Giovanni Battista Paggi assomiglia, a quella del Caravaggio. Anch’egli, infatti, si rese colpevole dell’omicidio di un amico, commesso per legittima difesa che gli costò il bando dalla sua città natale nel 1579. Da Genova scese dunque in Toscana, dapprima ad Aulla, poi a Pisa ed infine a Firenze, riuscendo ad entrare nelle grazie del Granduca Francesco I. Per la famiglia granducale, eseguì i ritratti di Piero il Gottoso e di Piero di Lorenzo, oltre a quello di Bianca Cappello, oggi perduto. I Medici, forse influirono sui Doria, che nel 1590 gli permisero di rientrare a Genova, ospitandolo e commissionandogli la “Flagellazione di Cristo”. Per il resto del decennio ritornò a Firenze dove lavorò per svariate chiese e nel 1599 ottenne la grazia, a Genova, probabilmente per il connubio, a suo favore, venutosi a creare tra i Medici e i Doria, che non deve sorprendere, perchè spesso gli artisti, venivano usati come merce di scambio, o per come in questo caso, forse, per tessere alleanze, che non si potevano dichiarare, ma erano nei fatti. Comunque sia, ottenuta la possibilità di tornare da uomo libero nella sua città natale, non se la fece scappare e vi restò fino alla sua morte, avvenuta, appunto, a Genova, il 12 Marzo del 1627 venendo sepolto nella Basilica della Santissima Annunziata del Vastato, situata in Piazza della Nunziata nel quartiere di Prè. Purtroppo la sua tomba, è andata perduta nel corso dei bombardamenti che colpirono Genova, nella seconda guerra mondiale, che distrussero l’ala della chiesa nella quale essa si trovava. L’opera che vi propongo è: Una “Figura femminile con cesto di frutta” olio su tela di cm cm 135 x cm 110 passato all’asta da Cambi Aste, a Genova, il 15 Novembre del 2016 dunque di proprietà privata e non visibile. L’opera in questione, risente in modo chiaro dell’esperienza pittorica religiosa dell’artista, sia per la grande dimensione, che per la figura femminile, che pur raffigurando un soggetto non religioso ricorda nelle movenze e nell’abito la Vergine Maria. Potrebbe trattarsi di un’opera incompiuta dal Paggi e dunque databile intorno alla sua morte perchè il cesto di frutta sullo sfondo, oltre che essere decontestualizzato nello spazio della composizione, appare assolutamente incompatibile con lo stile dell’artista e ci rimanda piuttosto ad un linguaggio pittorico fiammingo. Da qui si può ipotizzare, che alla morte di Giovanni Battista Paggi, il dipinto possa essere stato terminato da un altro artista. Il primo indiziato di quest’opera di rifinitura emergenziale del dipinto, è Jan Roos pittore fiammingo nato ad Anversa, nel 1591 ma trasferitosi a Genova, dove divenne cittadino naturalizzato di quella città ed assunse il nome di Giovanni Rosa, morendo nel capoluogo ligure nel 1638. Giovanni Rosa, era un pittore specializzato proprio in nature morte ed è dunque probabile che il committente dell’opera gli abbia chiesto di intervenire per completare l’opera del Paggi mancante dell’ambientazione di sfondo, ma anche, forse della parte destra della figura femminile che appare completamente non finita. Il Rosa, potrebbe dunque aver utilizzato la grande dimensione del cesto, come detto sproporzionato nel contesto, per dare l’impressione che la figura femminile lo sorregga con la mano destra, per coprirne la mancanza. Un altro tocco “mimetico” potrebbe poi essere rappresentato dal grappolo d’uva, vicino al becco della colomba per dare l’impressione che quest’ultima, anche se il becco è chiuso, ne stia mangiando un chicco.

Luca Monti

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