E’ in corso di svolgimento “Pulse of Life – Biennale di Chengdu” che riunisce 251 artisti da tutto il mondo tra cui il fiorentino Milot

28 Febbraio 2026 pubblicato in Piazza Arte


Ormai, l’economia cinese, è fondamentale nell’equilibrio geopolitico globale ed è quindi normale che anche il mondo dell’arte guardi con interesse al Paese del Dragone, in grado sempre più di attirare collezionisti ed artisti da tutto il mondo. E proprio in Cina, presso il Museo d’Arte di Chengdu, al quale si riferisce la foto di copertina, è in corso di svolgimento fino al 30 Agosto la Biennale d’Arte, inaugurata l’8 febbraio 2026 pensata e strutturata come una grande festa culturale, ad ingresso gratuito che misura la qualità della vita attraverso la lente dell’arte. Con ben 328 opere di 251 artisti, questa edizione della Biennale, ha come tema, appunto: “Pulse of Life” ed è strutturata in sei sezioni principali, intitolate rispettivamente: “Dove il cuore appartiene”, “Lo straordinario nell’ordinario”, “Villes Réelles, Ville Rêvée”, “Viaggio nel tempo”, “Ritorno alla vita. Ritorno alla realtà” e “24 ore a Chengdu” integrate da un’area espositiva all’aperto inaugurata il 19 dicembre dello scorso anno. La Biennale, si propone di reinterpretare la vita quotidiana, attraverso l’espressione artistica e di esplorare la vitalità e il senso di felicità di una città. Il curatore capo Wu Hongliang, ha osservato che mentre un “indice” in economia, rappresenta solo un dato, nel contesto di questa Biennale, si trasforma in umore, amore e ricerca dell’arte stessa. La sua spettacolare inaugurazione, ha voluto quindi segnare un passaggio dalla presentazione dell’arte come qualcosa da ammirare a distanza, alla sua integrazione attiva nei quartieri e nella vita quotidiana, permettendo alla sua energia di risuonare autenticamente. Questa edizione stabilisce inoltre un nuovo record per la Biennale, in termini di partecipazione internazionale, presentando opere di 116 artisti stranieri provenienti da 29 Paesi del mondo. La selezione include figure di fama mondiale come il francese Bernar Venet ed il principale artista contemporaneo britannico Julian Opie. Un punto culminante significativo di questo record, sono, poi, le 45 nuove opere create appositamente per Chengdu, o per questa Biennale, che ha ricevuto notevole attenzione e sostegno dalla comunità artistica internazionale, con diverse opere straniere realizzate con il supporto di consolati ed istituzioni culturali straniere. In occasione dell’inaugurazione, numerosi artisti internazionali si sono recati a Chengdu, per partecipare ad installazioni, scambi e masterclass in loco, acquisendo una conoscenza autentica e apprezzata della città. Questo non rappresenta solo un’introduzione a Chengdu di prospettive globali all’avanguardia, ma un significativo scambio culturale bidirezionale ed infatti, la speciale attenzione per Chengdu, va oltre l’arte visiva. Alla cerimonia di apertura, la Chengdu Symphony Orchestra, ha eseguito la prima mondiale di “Bridges”, un brano commissionato appositamente per la Biennale, dal compositore James Reynolds, la cui melodia imprime negli ascoltatori un’impressione artistica unica della città. Oltre ai capolavori di maestri dell’arte cinese moderna come Qi Baishi e di importanti artisti contemporanei come Xu Bing, He Duoling, Liang Quan, Yin Xiuzhen, Jiao Xingtao e Yu Hong, la Biennale, offre una piattaforma cruciale, per le tendenze emergenti ed i giovani creativi. Gli artisti nati negli anni Novanta e successivi costituiscono, infatti, all’interno della mostra un gruppo significativo ed in crescita, con approcci notevolmente diversificati. Utilizzando media come l’intelligenza artificiale e le tecnologie virtuali, affrontano temi contemporanei come l’identità digitale e l’etica ecologica, indicando nuove direzioni e possibilità, nell’evoluzione artistica. Una caratteristica distintiva di questa Biennale, è poi la sua dedizione ad abbattere i confini culturali, integrando profondamente l’arte con la tecnologia, l’intelligenza artificiale, la musica, la moda, il patrimonio culturale immateriale ed il cinema per creare un ecosistema culturale dinamico e innovativo. Un esempio lampante di questa integrazione, è la collaborazione tra il Museo d’Arte di Chengdu e vari team multidisciplinari dell’Università del Sichuan, che ha dato vita al “Poema del Carbonio: Luce, Ombra e Potere”. Utilizzando la fotolitografia su scala nanometrica brevettata ed all’avanguardia a livello mondiale gli scienziati hanno ricreato meticolosamente l’antico motivo simbolico del “Sole e Uccelli Immortali” a livello microscopico. Questa fusione tra arte e tecnologia all’avanguardia offre quindi al pubblico un modo tangibile e profondo di entrare in contatto sia con il patrimonio culturale che con l’innovazione scientifica. Queste esplorazioni transfrontaliere esemplificano un movimento più ampio in cui l’arte contemporanea interagisce attivamente con la ricerca scientifica, l’innovazione industriale e la conservazione culturale, creando connessioni profonde ed organiche con la produzione sociale e la vita quotidiana. Ed infatti, l’influenza della Biennale, si estende ben oltre le mura del museo, con 20 eventi del tipo”Pop-up Art Museum” oltre 15 mostre parallele e 28 siti designati per l’arte urbana, che porteranno workshop, saloni, spettacoli di strada ed altro ancora, in luoghi iconici di Chengdu come Yulin Lane, Kuanzhai Alleys, Eastern Suburb Memory e l’aeroporto internazionale di Chengdu Tianfu. L’arte diventa così, un motore che alimenta la vivacità culturale della città, offrendo al contempo esperienze di viaggio culturali arricchite in occasione delle prossime festività cinesi, come la Festa di Primavera ed il Primo Maggio, intrecciando davvero l’attività artistica nel tessuto della vita locale. Questo reciproco abbraccio tra arte e città anima, vividamente lo spirito di Chengdu. Prevediamo che questo grande evento, non solo alimenterà l’intrinseca vitalità culturale della città, ma contribuirà anche a tracciare un futuro per Chengdu rendendola sempre più centrale per il dialogo tra tutte le civiltà mondiali. ma per noi fiorentini, è particolarmente importante la presenza, alla Biennale di Chengdu, di Alfred Mirashi, in arte Milot, artista contemporaneo italo-albanese, scultore e pittore, nato nel 1969 nel distretto di Kurbin, appunto, in Albania, ma che, dopo essersi laureato presso l’Accademia delle Belle Arti di Brera, nel 1999 vincendo una borsa di studio per la University of Art & Design di Loughborough, in Inghilterra, ha deciso di stabilirsi a Firenze, dove vive e lavora tuttora ed a lui si riferisce la foto seguente.

Oggi, la sua ricerca artistica, è riconosciuta soprattutto per le monumentali sculture della serie “Key”, simbolo di dialogo, unione e diritti umani, tra cui ricordiamo: “Key of Today” (Napoli, 2023), “Key of Wuhan” (2023) ed “Albanian Key” (Scutari, 2024). “Chiave dell’inferno“ (Certaldo, 2024). Ed infatti, Milot, è presente, a questa Biennale, su invito, segno di grande considerazione nei suoi confronti da parte dei curatori, con un’opera pittorica, che ricorda le sue chiavi monumentali, che è intitolata “Composizione delle chiavi nere” ed è visibile, nella foto seguente.

In quest’opera, l’approccio di Milot, sospeso tra astrazione e figurazione, genera un dinamismo spaziale che trova forza nella ripetizione della “chiave” elemento cardine della sua poetica. Attraverso l’alternanza di pieni e vuoti, l’artista costruisce un ritmo visivo che, grazie ad una sequenza di segni, diventa un linguaggio, che va oltre le barriere culturali o linguistiche e ci rende capaci, di comunicare con tutti. Nelle sue più recenti opere pittoriche, la composizione si fonda sulla forma-segno della Chiave Torta, simbolo ormai iconico del suo percorso. Questo segno si ripete e si trasforma su fondi differenti, in gamme cromatiche sempre nuove, mantenendo intatta la propria forza simbolica. Ogni variazione diventa una nuova possibilità di lettura, un dialogo continuo tra ordine e libertà. Il rapporto tra segno e spazio, tra presenza e assenza, è centrale nella ricerca di Milot: i pieni ed i vuoti costruiscono, infatti, non solo un linguaggio, ma anche un ritmo interiore, una cadenza che riflette l’organizzazione spirituale dell’artista. E questa duplice costruzione rappresenta, anche, a nostro avviso, un’interessante ed attuale riflessione, sul rapporto tra il linguaggio dell’uomo, basato su capacità metafisiche e spirituali ed il linguaggio della macchina, basato, invece, sull’algoritmo ed i segni ripetuti, i cosiddetti dati, ai quali le Chiavi Nere di Milot in un certo senso assomigliano. E’ come se in un certo senso l’artista, ci invitasse a trovare una dimensione di equilibrio fra i due linguaggi specifici, così da evitare il predominio di uno sull’altro. Le sue ultime composizioni, sia pittoriche che scultoree, rivelano la stessa tensione costruttiva: sono architetture simboliche, rappresentazioni dell’universo interiore dell’artista che, pur radicate nella contemporaneità, conservano una risonanza arcaica e universale. Nelle sue “chiavi”, che siano sculture monumentali, o composizioni pittoriche, Milot, continua quindi a interrogare la relazione tra l’uomo, lo spazio e la libertà, trasformando ogni opera in un varco — una soglia verso un linguaggio che appartiene a tutti. Un altro artista che vogliamo recensire in questo spazio, è Shay Frisch, a cui si riferisce la foto seguente.

Israeliano nato a Petach-Tikva nel 1963, vive e lavora a Roma, città che nel 2013 ha ospitato, presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, una sua mostra personale a cura di Achille Bonito Oliva. Formatosi come designer industriale all’Accademia Bezalel di Gerusalemme e allo IED di Milano, città dove ha conseguito anche un master alla Domus Academy, sotto la guida di Andrea Branzi, il suo percorso artistico vero e proprio inizia nel 1993 a Roma, dopo essere stato invitato da Plinio De Martiis ad esporre nella galleria La Tartaruga, presentando oggetti di uso quotidiano che uniscono tecnologia e gestualità legate alla memoria collettiva. L’opera che Frisch, presenta alla Biennale di Chengdu e visibile nella foto seguente, è un’installazione, di H.468 x L.465 cm intitolata: “Campo 11028_N” realizzata nel 2025 utilizzando componenti elettrici e legno.

La pratica artistica di Shay Frisch, infatti, indaga il tema dell’energia attraverso la creazione di campi elettrici. Il campo è costituito da un assemblaggio sequenziale di adattatori elettrici di uso comune, imbrigliati all’interno di ripetizioni modulari che con il passaggio dell’elettricità, generano campi elettromagnetici, realizzando opere, che danno vita ad ambienti immersivi in cui l’induzione diventa un’esperienza spaziale e percettiva. La circolazione dell’elettricità, attraverso i componenti dell’opera infonde vita alla materia inerte attivando spie luminose, rivelatrici della carica elettrica presente: una luce a testimonianza del fenomeno energetico in atto e della natura interiore, ardente e primordiale del campo. I suoi monocromi sono caratterizzati da forme geometriche primarie, proporzioni matematiche, segni essenziali e archetipici spesso di origine arcaica. L’interazione con lo spazio espositivo e l’uso delle forme mirano a favorire il potenziale evocativo del campo e la contemplazione. Frisch, ha esposto le sue opere in musei e nelle principali manifestazioni internazionali in vari Paesi e per quanto riguarda Roma, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, non si è limitata ad ospitare la sua mostra personale del 2013 ma ha anche acquisito alcune sue opere, per la propria collezione permanente. Nella foto seguente vediamo ritratti: gli artisti cinesi Wang Shaoqiang e Lu Pen, l’Ambasciatore Italiano in Cina, Massimo Ambrosetti, Milot e Shay Frisch.

Luca Monti





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