Eleonora Duse dea umana sopra le nuvole
L’opera del Principe Roberto d’Amato, che ritrae Eleonora Duse, non si presenta come un semplice ritratto celebrativo, ma è un’interpretazione simbolista di quella famosa attrice, che visse a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, raffigurata nell’atto della sua apoteosi più intima: quella che non avviene in cielo, ma sulla scena della sua stessa esistenza. Al centro della scena, infatti, cosa abituale, per una stella del teatro come lei, la Duse, è colta in una nudità velata, quasi eterea, che non è provocazione, ma rappresenta plasticamente il linguaggio stesso del suo teatro: il corpo come strumento spoglio, senza artificio. Le lunghe trecce color rame, la mano portata al petto, lo sguardo rivolto verso l’alto, ricordano, infatti la sua massima che diceva “per capire il teatro bisogna dimenticare il teatro”. Il ritratto raffigura quindi una Duse, che non è in posa ma in stato di abbandono e di ascolto. La scelta fondamentale dell’artista di raffigurarla così risulta decisiva nella valorizzazione dell’opera che riesce a non “santificare” la figura con una luce esterna. Niente aureole, niente piedistalli luminosi, la Duse resta umana, volutamente umana. Ed è proprio questa umanità, che la rende immensa, quasi immortale. La sua grandezza non è data, da un miracolo divino ma si intuisce da due elementi pittorici precisi. Il primo, è rappresentato dalle nuvole raffigurate come soglia, non come trono. La figura non siede sull’Olimpo, lo sovrasta stando al di sopra delle nuvole, quelle astrazioni grigio-azzurre, che occupano la parte bassa, a destra della tela, che sono immagine simbolica del mondo, del brusio, della materia, delle critiche e delle convenzioni del suo tempo. Tutte cose che la Duse, ha superato, non volando, ma elevandosi con l’arte, essendo l’attrice che, come scrisse Gabriele D’Annunzio “creava dal nulla la vita”. Il secondo elemento pittorico, quasi fiammeggianti, si trova sopra il capo e sopra le rose rosse, fiori che qui sono fiamme, passione e sangue del cuore, guizzano infatti dei filamenti rossi, quasi delle accensioni improvvise sulla tela. Non sono una corona, ma il genio che arde. Sono l’ispirazione, la febbre creativa, il dolore trasformato in luce, in pratica il fuoco interiore che la Duse portava in scena, quel fuoco per cui il pubblico diceva che ella non recitava, ma viveva sulla scena. In questo, l’opera coglie il paradosso più vero di colei che venne chiamata “la Divina” proprio perché non volle mai essere divina, rifiutando il trucco, le luci abbaglianti e la declamazione enfatica, per portare in scena, al loro posto: la verità umana fragile e potente allo stesso tempo. Tanto fragile e potente, che amava ripetere: “Se il mondo potesse capire…” Questa Eleonora Duse così ritratta dal Principe d’Amato, è quindi una Dea dell’Olimpo, al contrario: non una dea che discende tra gli uomini, ma una donna che con la sola forza della sua umanità fiammeggiante costringe gli dei dell’Olimpo, ad abbassare lo sguardo verso di lei. L’artista, ha quindi voluto celebrare la grande attrice che ha segnato un’epoca del teatro, dedicandole un omaggio di rara coerenza poetica.
Luca Monti