Le Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino ospitano una grande mostra di Ruth Orkin (Boston 1921 – New York 1985), fotoreporter, fotografa e regista statunitense, tra le più rilevanti del XX secolo. L’esposizione dal titolo Ruth Orkin. Una nuova scoperta, curata da Anne Morin, organizzata da diChroma, prodotta dalla Società Ares srl con i Musei Reali e il patrocinio del Comune di Torino, riunisce 156 fotografie, la maggior parte delle quali originali, che ripercorrono la traiettoria di una delle personalità più importanti della fotografia del XX secolo, in particolare tra il 1939 e la fine degli anni Sessanta. Tra le protagoniste della mostra torinese di Ruth Orkin c’è la città di Firenze, nella quale l’artista ambienta il suo “fotoromanzo” American Girl in Italy. Protagonista del fotoromanzo di Ruth Orkin è Ninalee Craig detta Jinx, una ragazza americana che nel 1951 intraprese, grazie ai risparmi del lavoro di insegnante che aveva svolto per un periodo, un lungo viaggio in Europa con destinazione finale Firenze, per seguire nel capoluogo toscano corsi di storia dell’arte. Jinx e la fotografa Ruth Orkin, in Italia per un reportage, si incontrarono per caso negli uffici di American Express. L’artista, incuriosita da questa ragazza che viaggiava da sola in Italia, fatto davvero inusuale per l’epoca, le propone di collaborare alla realizzazione del suo progetto di “fotoromanzo”. American Girl in Italy è un lavoro a metà tra la street photography tradizionale, che immortala scene di vita quotidiana nelle città attraverso immagini “rubate” con protagonisti inconsapevoli, e i tableaux vivants nei quali quello che vediamo è frutto di una precisa messa in scena artistica. Le immagini di Jinx sono quindi pezzi reali della sua vita di “viaggiatrice solitaria” ma si distinguono dalla fotografia street alla quale in apparenza appartengono perché la ragazza sa di essere ripresa e collabora con l’artista nel costruire le situazioni.

Nell’immagine iconica che dà il titolo al “fotoromanzo” vediamo Jinx attraversare una via di Firenze tra gli sguardi di una ventina di uomini che ostentano l’atteggiamento classico del “maschio latino” immortalato da numerosi film dell’epoca. Gli uomini fotografati si trovavano già lì, in quel luogo e in quella posizione, ma la reazione al passaggio della ragazza è stata “provocata” dall’accordo tra la protagonista della scena e l’artista.

Il “fotoromanzo” di Ruth Orkin, alla confluenza tra realtà e finzione, anticipa quindi, in qualche modo il linguaggio contemporaneo del reality: quello che vediamo accade veramente, ma è frutto di un frame costruito dagli autori. Tra le zone di Firenze, nelle quali Ruth Orkin ritrae Jinx, riconosciamo la Loggia dei Lanzi e la fontana di Piazza della Signoria.


Come ricorda la stessa artista, quando lei e Jinx giravano la città per scattare le fotografie dopo le 10,30 erano spesso le uniche donne in circolazione, perché a quell’ora le italiane erano solite preparare il pranzo. Per questo la ragazza americana, antesignana delle viaggiatrici di oggi, assume questa grande rilevanza anche sociale agli occhi dell’artista. Tra le zone di Firenze più amate da Ruth Orkin c’era quella dei Lungarni. Tra le altre città italiane che ispirarono il lavoro dell’artista americana, ricordiamo Roma e Perugia. La mostra affronta quindi il suo lavoro da una prospettiva completamente nuova, all’incrocio tra l’immagine fissa e l’immagine in movimento. Affascinata dal cinema, Ruth Orkin, sognava infatti di diventare una regista, grazie all’influenza della madre, Mary Ruby, attrice di film muti, che la portò a frequentare le quinte della Hollywood, degli anni Venti e Trenta del Novecento. Nella prima metà del secolo scorso, tuttavia, per una donna, la strada per intraprendere questa carriera era disseminata di ostacoli. Ruth Orkin, dovette rinunciare al sogno di diventare cineasta, reinventarlo e trasformarlo; grazie al regalo della sua prima macchina fotografica, una Univex da 39 centesimi, si avvicinò quindi alla fotografia, ma senza mai trascurare il fascino del cinema. Proprio l’appuntamento mancato con la sua vocazione, la costringerà a inventare un linguaggio alla confluenza tra queste due arti sorelle, tra l’immagine fissa e l’illusione dell’immagine in movimento, un linguaggio che induceva una corrispondenza costante tra due temporalità non parallele. Attraverso un’analisi molto specifica dell’opera di Orkin, la rassegna permette di capire i meccanismi messi in atto per evocare il fantasma del cinema nel suo lavoro. Come avviene nel suo primo
Road Movie Viaggio in Bicicletta del 1939, quando attraversò in bicicletta gli Stati Uniti da Los Angeles a New York. In quell’occasione, Ruth Orkin tenne un diario che diventò una sequenza cinematografica, un reportage che raccontava questo viaggio e la cui linearità temporale si svolge in ordine cronologico. Ispirandosi ai taccuini e agli album in cui la madre documentava le riprese dei suoi film, e utilizzando lo stesso tipo di didascalie scritte a mano, l’artista inseriva l’immagine fotografica in una narrazione che riprendeva lo schema della progressione cinematografica, come se le fotografie fossero immagini fisse di un film mai girato e di cui vengono esposte 22 pagine. In un’altra sezione della mostra torinese, sono esposte le fotografie scattate con inusuale prospettiva dall’alto, riprese dall’artista prima dalla sua finestra della casa di New York e poi da quelle dei luoghi visitati in Europa e Italia.
Scene apparentemente banali se riprese ad altezza naturale, come quelle dei poliziotti intenti alle rilevazioni intorno a un materasso abbandonato o delle donne che portano il cibo ai gatti di Roma nei pressi del Pantheon, riprese dal’alto acquistano una forte valenza geometrica ed estetica, con tratti quasi surreali. Molto cinematografica anche la sequenza dedicata ai “giocatori di carte”. L’amore dell’autrice per il cinema traspare anche dai ritratti dedicati ai protagonisti del grande schermo: da Alfred Hitchcock a Vittorio de Sica, da Lauren Bacall a Marlon Brando, da Marion Davis a Montgomery Clift. Quella dedicata a Ruth Orkin è una mostra di grande interesse, che lascia la via sicura degli autori più esposti nelle mostre rivolte a un grande pubblico per approfondire l’opera di un’artista relativamente poco conosciuta in Italia, ma che ha apportato un cambiamento significativo all’universo della fotografia sottolineando i suoi legami con le altre arti, il cinema in particolare. La mostra, accompagnata da un ampio catalogo edito da Skira, resterà aperta presso le Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino, in Piazza Castello, fino al 16 Luglio 2023 con il seguente orario: Martedi-Venerdì 10-19 Sabato-Domenica 10-21.
Andrea Macciò