Generale Vannacci: dalle polemiche al successo. Intervista con Riflessioni tra Firenze e il futuro.
I furibondi conflitti estivi scatenati dalla pubblicazione de “Il Mondo al Contrario” si sono placati da mesi. La contraerea mediatica –alleata involontaria di uno straordinario successo editoriale– si è spostata su altri fronti. Anche l’autore sembra rientrato nei ranghi della sua delicata professione, seppur lontano da Firenze. Ma il fuoco delle idee arde sempre: e così, in una tiepida mattina di novembre, abbiamo incontrato il Generale più discusso dell’anno per qualche riflessione a mente fredda.
–Signor Generale, inevitabilmente partiamo dall’argomento per il quale lei ha acquisito notorietà anche all’infuori dell’ambiente militare. Quello italiano sarà anche un popolo di Poeti, di Artisti, Pensatori e Navigatori ma, notoriamente, non lo è di lettori: in tutta sincerità, si aspettava questo successo per il suo primo libro?
“No, nella maniera più assoluta. Inizialmente credevo che avrei avuto solo qualche centinaio di lettori: fondamentalmente i miei conoscenti diretti; e per questo mi ero ripromesso che se fossi arrivato a mille copie vendute avrei invitato tutti gli amici a cena. Invece mi sa che di cene ne dovrò offrire parecchie. Però vorrei cogliere l’occasione per rinnovare i miei più cari ringraziamenti a due persone in particolare: i giornalisti Pucciarelli di Repubblica e Cazzullo del Corriere, ai quali prometto che porterò una buona bottiglia alla prima occasione. Dipingendomi come il nuovo “Mostro di Firenze” e come “l’erede di Giulio Cesare” mi hanno letteralmente regalato quella che credo sia stata la più efficace campagna di promozione e di marketing editoriale del panorama attuale. E al riguardo, a parte i dati di vendita, sono felice di anticipare ai vostri lettori che il 24 novembre mi sarà consegnato a Roma il Leone d’Oro di Venezia per meriti letterari.”
–A fronte dell’indiscusso apprezzamento del pubblico, lei però ha fatto saltare i nervi a buona parte del salotto mediatico nazionale che l’ha accusata di aver violato ogni genere di norma: dalla Costituzione, al diritto penale, ai codici disciplinari e di comportamento. Lo stesso Ministro della Difesa in carica si è contraddistinto per una reazione che a qualcuno è apparsa opportunista e precipitosa. Poi, con il trascorrere del tempo, si è capito che le Istituzioni non sembrano aver rilevato nulla di legalmente perseguibile nei suoi confronti. Norme alla mano, ci può spiegare, in definitiva, cosa un Generale in servizio sia libero o meno di mettere per iscritto in questo Paese?
“Intanto premetto che non mi esprimerò sull’operato del Ministro della Difesa, che è un mio superiore gerarchico ed al quale mi lega un rapporto di disciplina, di onore e di rispetto. A lui riconosco l’autorità del ruolo che riveste ma anche l’autorità di uomo che difende le istituzioni e questo rende onore a me e a tutti quelli che come me hanno deciso di difendere la Patria in armi. Al contrario, mi esprimo su tutto il resto del panorama dei miei accusatori che include sia esponenti politici che della pubblica informazione, inclusi certi opinionisti di grido sui quali pende un’ombra di superficialità e di scarsa professionalità che è confermata proprio dal fatto che nessuna di queste loro accuse rabbiose si sia rivelata minimamente fondata. In primo luogo respingo categoricamente ogni accusa di razzismo, xenofobia ed omofobia. Non ho violato né la Costituzione, né le leggi della Repubblica o il codice militare di pace: anche perché, in caso contrario, con ogni probabilità in questo momento starei già dietro le sbarre. I miei accusatori mediatici, che parlano senza cognizione di causa, probabilmente ignorano che la materia della libertà di manifestazione del pensiero dei militari è regolata in modo estremamente chiaro dall’articolo 1472 del Codice dell’ordinamento militare; la norma prevede che tutti i militari possano pubblicare i loro scritti, tenere pubbliche conferenze e comunque manifestare liberamente il proprio pensiero, purché siano rispettate tre condizioni: 1) non si tratti di argomenti di servizio: e il mio libro non ne parla; 2) non si svelino notizie classificate o sottoposte a segreto militare: e nel mio libro non ve ne è traccia; 3) non si faccia propaganda politica: e posso affermare con altrettanta certezza che nel mio libro non si occupa di questo tipo di propaganda. E’ chiaro poi che noi militari dobbiamo rispettare anche altre norme di comportamento e soprattutto vale la regola che chi pubblica deve astenersi dal turpiloquio e dal ledere la dignità altrui: in difetto, verrebbe meno il contegno militare che è un nostro precipuo requisito deontologico. Il mio libro non offende e non lede la dignità di alcuno. Se poi, quelli che graffiano gli specchi con le unghie si avventurassero a sostenere che con il mio libro ho leso l’immagine e il prestigio delle Forze Armate, il premio Leone d’Oro di Venezia per meriti letterari recentemente tributatomi toglie ogni eventuale dubbio.”
–Secondo Aristotele l’“Uomo è un animale politico”. Andando alla radice del significato, la “politica” è l’arte di creare e regolare una “polis”, intesa come Comunità, città o intera Nazione. Ora, se il soldato, il magistrato o il diplomatico è un essere umano, come tale egli è anche un individuo “politico” e quindi in qualche misura deve poter partecipare al confronto pubblico sui destini della sua Comunità. In che modo ed entro quali limiti lei sente che questo le sia stato consentito da Ferragosto scorso ad oggi?
“A dire la verità io ho potuto esprimere compiutamente quel che ho voluto, pubblicare il mio libro, rilasciare interviste ed esprimere opinioni senza che sia intervenuta alcuna limitazione. E questo conferma che quando si rispettano le norme sulla libera espressione, incluse quelle applicabili ai militari in servizio, tutto ciò è reso possibile. Vi è però una speciale forma di censura, costituita dal tentativo di tutte quelle figure che hanno cercato di negare il mio diritto alla libertà di manifestazione del pensiero, inclusi ad esempio quei librai che hanno deciso di non vendere il mio libro e tutti coloro che hanno espresso un dissenso non centrato sulle mie idee -che restano opinabili per definizione – ma sul mio diritto di esprimermi in quanto tale. Io non chiedo a nessuno di essere in linea con le mie opinioni e semmai invito quanti non siano d’accordo con me ad intervenire alle presentazioni del libro e rappresentare in quella sede le loro posizioni nell’ambito di un dibattito reciprocamente rispettoso, costruttivo e intelligente.”
–Dopo la pubblicazione de “Il Mondo al Contrario” lei è stato assegnato al COMFOTER e messo a disposizione del Comandante dell’Area Territoriale. Ma di cosa si occupava e si occupa nel quotidiano un incursore, paracadutista e soldato pluridecorato all’interno di una struttura come l’Istituto Geografico, che non a caso è ormai accorpato al vecchio “Distretto Militare”, o in un reparto organizzativo ma senza neanche l’Armeria, come il suo?
“Io sono stato fiero di essere il Comandante dell’Istituto Geografico Militare, struttura prestigiosissima alla quale ero anche convinto di poter portare una ventata di novità in ragione del mio background operativo e di esperienza sul terreno. Chiarisco che, da un punto di vista militare, quella che passa sotto il termine di “Geografia” fa parte a tutti gli effetti dell’aspetto informativo del campo di battaglia: se noi militari non conoscessimo bene il terreno e se non avessimo tutte le capacità per interpretarlo non potremmo combattere. Quindi quello dell’Istituto Geografico è un supporto indispensabile e di grande valore all’attività militare operativa vera e propria. Il fatto che in queste mansioni non ci fosse un collegamento diretto con i miei precedenti impieghi operativi è una cosa che comunemente riguarda la carriera dei profili dirigenziali di moltissime amministrazioni pubbliche. Invece, parlando dell’avvicendamento che mi ha coinvolto dopo la pubblicazione del libro, contrariamente a quanto affermato da molti organi di informazione, non si è trattato né di una destituzione, né di una rimozione, ma di un provvedimento corretto che io sposo in pieno e che mi garantisce la legalità: a chi mi ha giudicato e condannato in piazza e ai Soloni che avrebbero voluto addirittura strapparmi di dosso la divisa, tutto questo conferma innanzi tutto che io continuerò ad esercitare la mia professione. Anzi, proprio in questi giorni, sono in attesa di un nuovo incarico adeguato al mio grado ed alla mia esperienza. Frattanto, senza il fardello del comando, sono stato messo nelle migliori condizioni per occuparmi a tempo pieno dell’inchiesta sommaria in corso, chiamata a stabilire in sede istruttoria quello che è successo. Chi ha millantato spaccature tra le Istituzioni e il sottoscritto o tra il Ministero della Difesa ed il sottoscritto, ha semplicemente sostenuto il falso. Per me non esiste alcuna spaccatura con l’Organizzazione a cui ho dedicato la mia esistenza e 37 anni della mia vita.”
–Uno sguardo al futuro. Già oggi il soldato perfetto non dovrebbe essere subalterno agli stati d’animo e –come abbiamo visto– nemmeno esternare idee scomode su temi mediaticamente sensibili, ma limitarsi ad eseguire degli ordini e difendere lo Stato. Nell’Era dell’uomo-macchina, dei robot androidi, degli algoritmi e di una Intelligenza Artificiale ormai così diffusamente applicata anche in campo strategico e militare, lei non sente che il vostro ruolo possa essere insidiato da “materiale” meno pensante, più resiliente, oltre che a-politico per definizione? Quali rischi ed opportunità intravede in questa prospettiva?
“Questa problematica si innesta nella più ampia tematica del Progresso, che ha contraddistinto da sempre l’evoluzione dell’Umanità. Ogni volta che c’è stata una accelerazione nella tecnologia, l’Uomo si è sentito minacciato da essa: è noto che, con l’arrivo dei primi telai meccanici nel XVIII secolo, gli operai tessili fossero certi che avrebbero perso per sempre il proprio lavoro. E tuttavia il progresso in quanto tale è inevitabile, come l’aria lo è per il paracadutista che si lancia in caduta libera. La nostra paura diffusa dell’intelligenza artificiale è una criticità percepita che dobbiamo saper trasformare a tutto tondo in opportunità. Per quanto riguarda l’aspetto specifico delle Forze Armate, ritengo che il soldato non sia rimpiazzabile da robot, da androidi o altro tipo di meccanismi o di automatismi; e questo poiché la guerra, che ha la caratteristica di essere una attività imprevedibile, necessita sempre di qualcuno che sia pronto ad agire in maniera altrettanto imprevedibile: cosa che le macchine, generalmente, non sono in grado di fare. Il soldato come “essere pensante” sarà tanto meno sostituibile quanto più si riuscirà ad instillare in lui capacità di pensiero e di adattamento a situazioni non preventivabili. Come è evidente, questo mio punto di vista si pone all’opposto di quello di chi semplicisticamente ritiene che il compito del soldato consista solo in eseguire degli ordini: cosa mai più sbagliata nell’ambito di quella che non a caso è chiamata “Arte della guerra” e non “Scienza della guerra”, proprio perché l’attività bellica esula da quelle che sono regole matematiche perfettamente scritte.”
–In un Occidente sempre più conformista e globalizzato, quante speranze di sopravvivenza rimangono alla nostra identità di Popolo, a ciò che resta in piedi dello Stato sociale, della Lingua e dello stile di vita italiani?
“Questo dipende da noi, da quello che vorremo. In un mondo come l’attuale è a maggior ragione necessario lasciar emergere e non reprimere la nostra identità, che è ciò che ci salva e che ci contraddistingue. La Natura ci insegna che è la bio-diversità a permettere la selezione e quindi la sopravvivenza; lo stesso avviene negli affari sociali: più ci si appiattisce e ci si sottomette alla cancellazione delle differenze e più si finisce per diventare vulnerabili. Dobbiamo preservare le nostre identità culturali valorizzandole, non negandole o dimenticandole. Questo Occidente costituito da un miliardo di individui “privilegiati” è già una minoranza rispetto agli altri sette miliardi di abitanti del pianeta che aspirano tutti al benessere ed ai privilegi di cui noi abbiamo goduto fino ad oggi in Occidente. Una volta metabolizzata la nostra appartenenza a questa minoranza, dobbiamo a tutti i costi difendere la nostra identità per non essere inglobati in una collettività che probabilmente non ci rappresenterà più. Anche la lingua, come la religione, la Tradizione e la famiglia per come la interpretiamo, sono manifestazioni identitarie irrinunciabili del nostro profilo antropologico.”
–Infine, riavvolgendo il nastro della sua lunga carriera, c’è qualcosa che non rifarebbe o un libro che non scriverebbe mai più?
“Al netto di qualche peccatuccio di gioventù, probabilmente rifarei tutto. In verità le mie decisioni più impegnative non hanno riguardato la mia carriera, ma la famiglia. Il matrimonio ed i figli mi hanno cambiato la vita e sono stati la sfida più grossa che ho vissuto in passato e che continuo ad affrontare anche oggi. In ambito militare e operativo non ho rimpianti per quanto riguarda le scelte che ho fatto e ogni singola volta che incrocio un mio vecchio soldato per strada e lui mi saluta io provo e rivivo un’immensa soddisfazione.”
Giovanni Moscato
Ph. Luca Monti
Caro Giovanni, intanto ti faccio di cuore i miei complimenti per quanto sei riuscito a intervistare questo personaggio divenuto famoso per quanto ha scritto nel suo libro, Dopo che velocemente ho già letto l’intervista appena posso ti fornirò il mio modesto giudizio. Desumo che ora sei passato al giornalismo ma vorrei qualche notizia in più su ciò che realmente fai. Sai bene che ho di te una grande stima , oltre all’affetto che conservo ormai da quando insieme riuscimmo a realizzare cose buone in termini di sicurezza stradale. Bei tempi !!!!quindi a presto e un grazie del ricordo che ancora conservi per me. Silvio