Le città del futuro saranno nuovi Gulag?
La città del futuro? Un moderno gulag digitale. Il modello di “Città di 15 Minuti” patrocinato dalle élite globali cela il progetto di un panottico tecnocratico in cui rinchiudere l’umanità. È probabile che la maggioranza di coloro che hanno letto o ascoltato la notizia del 10 gennaio scorso relativa alla decisione del Consiglio Comunale di Milano di ridurre, a partire dal 1 gennaio2024, il limite di velocità a 30 km orari sulla quasi totalità dell’area urbana, l’abbia interpretata come l’ultima bizzarria di Beppe Sala. Eppure è molto più di una stravaganza dell’eccentrico sindaco meneghino e della sua giunta “progressista”. Per questi paladini della green economy rappresenta un’ulteriore passo avanti verso la conversione di Milano in una 15-Minutes City: una città ecosostenibile i cui abitanti possano organizzare la loro vita sociale senza la necessità dell’automobile odi altri mezzi di trasporto inquinanti. Tale modello di città futura, patrocinato da Klaus Schwab e dagli altri “filantropi” di Davos ed attuato, soprattutto negli ultimi tre anni, dalle politiche dei loro adepti, vale a dire la stragrande maggioranza dei politici presenti in tutte le istituzioni nazionali e sovranazionali, è stato ideato dall’urbanista franco-colombiano Carlos Moreno, secondo il quale le città vanno riorganizzate in aeree autosufficienti, in grado, cioè, di garantire ai loro residenti di poter svolgere le loro attività essenziali, come lavorare, studiare, curarsi, fare sport, ma anche fare shopping o divertirsi, mediante spostamenti brevi, realizzabili a piedi o in bicicletta, di non oltre 15 minuti appunto. Anche il progetto della Smart City, secondo la neolingua dominante, è parte di quella ristrutturazione in senso semi-maoista a cui stiamo assistendo da tre anni a questa parte: il piano di riorganizzazione della società umana diabolicamente progettato dai signori del Word Economic Forum (Foro Economico Mondiale) e messo in marcia al principio del 2020 con la dichiarazione dell’emergenza sanitaria globale, la “pandemia” da cov-sars 2, ovvero, il più grande inganno della Storia. In questi ultimi tre anni, la 15-Minutes City, al pari dei lockdown, lo smartworking, il green pass, la moneta digitale, ecc., ci è stata presentata dalle istituzioni politiche ,oramai completamente asservite alla suddetta élite finanzia mondiale, come un futuro inevitabile ma, a loro dire, “felice”, perché tale riconversione dovrebbe garantire città più rispettose dell’ambiente e del bene comune, e quindi più adatte al benessere fisico e mentale dei loro abitanti. Ma dietro la patina di filantropia e di retorica buonista che avvolge questa e le altre fasi previste dal Grande Reinizio disegnato dai funesti arroganti di Davos si cela, in realtà, l’idea di un moderno gulag digitale. Senza voler apparire eccessivamente presuntuoso, credo che anche questa previsione, come le precedenti, non sia per nulla infondata, anzi, sono convinto che questo terribile disegno sia in parte già realtà. Del resto, basta osservare con attenzione l’ambiente urbano in cui viviamo per rendersi conto del livello crescente di iper sorveglianza a cui siamo sottoposti da più di vent’anni, ossia, dagli attentati dell’11 Settembre 2001.
Centinaia di telecamere controllano ogni passo che facciamo, anche in quei quartieri e quelle vie cittadine che la maggioranza dell’opinione pubblica, condizionata dall’allarmismo diffuso dai media generalisti, avverte come eccessivamente “pericolosi”. Ogni giorno, in tutte le città, piccole e grandi, ciascun abitante è vigilato, monitorato, spiato nelle forme più svariate dalle istituzioni mediante strumenti sempre più tecnologici fornitigli dalle multinazionali del settore. I nostri dati biometrici sono raccolti in banche dati, i nostri movimenti tracciati, le nostre conversazioni telefoniche o in rete intercettate. Programmi come MindSpace e MindWar, finanziati con il denaro dei contribuenti, vengono commissionati dai governi alle imprese high-tech, come Apple, Microsoft, Google o Meta, allo scopo di sondare costantemente l’opinione pubblica e condizionare le scelte politiche dei cittadini. Insomma, questa alleanza diabolica della Big Tech con il Big Government sta materializzando il peggiore degli incubi politici: uno stato di vigilanza permanente, un panottico tecnocratico. L’aspirazione ad una società panottica non è nuova. Il primo a parlarne fu il filosofo inglese Jeremy Bentham, il padre del panopticon. Costui riteneva che, per ottimizzare la sorveglianza e il controllo sui sudditi, bisognava organizzare gli spazi nevralgici della società, quali scuole, fabbriche, università, ospedali, secondo il modello di struttura carceraria da lui ideato. Il panottico è un edificio di forma circolare, con una torre centrale, dal quale è possibile controllare tutte le celle disposte lungo il perimetro, illuminate dall’esterno e separate da spessi muri. L’idea di base è che ,grazie alla forma radiocentrica dell’edificio, un unico guardiano possa sorvegliare tutti i prigionieri ,i quali, sapendo di poter esser osservati in ogni momento senza però averne mai la certezza, assumono comportamenti disciplinati e mantengono l’ordine in modo quasi automatico. Bentham sosteneva che se un governo fosse stato in grado di applicare tale modello non solo a quella carceraria ma all’intera popolazione, avrebbe trovato il modo più utile ed efficace per realizzare ogni suo proposito di controllo totale su ciascun individuo, inclusa la sua mente. De lresto, lo stesso filosofo descrive il panottico come “un nuovo modo per ottenere potere sulla mente, in maniera e quantità mai vista prima”. Alla luce della distopia in cui stiamo vivendo da almeno tre anni, quelle di Bentham non appaiono più solo come le parole di un visionario; suonano, anzi, alquanto profetiche dato che descrivono perfettamente il piano del Foro Economico Mondiale per la realizzazione di un panottico globale. Secondo l’ideologica che guida gli arroganti megalomani di Davos, e che combina malthusianesimo, eugenetica e relativismo morale, l’umanità avrebbe abusato della libertà che essi le avrebbero concesso: noi comuni mortali avremmo preso troppo alla lettera il principio d’uguaglianza di fronte alla legge, inoltre, ci saremmo riprodotti eccessivamente, il che ci starebbe portando ad esaurire più risorse naturali di quelle che essi vorrebbero concederci. A causa di tale “colpa”, una sorta di riedizione del peccato originale, questi internazionalisti ultramilionari hanno
deciso che l’umanità tutta debba essere rieducata, o meglio, che le abitudini riproduttive, di consumo, ma anche le culture e le credenze di tutti i popoli della Terra vadano resettate. Secondo la loro visione distopica della società, essi sono gli “eletti”, quindi spetta loro salvarla guidandola, o per meglio dire, sottomettendola al Grande Reinizio. Il piano di riconversione delle metropoli e megalopoli del pianeta in città di 15 minuti rientra tra i punti salienti di questo loro folle progetto noto come Agenda 2030. Del resto, l’ha ribadito lo stesso Klaus Schwab nel suo intervento all’ultima edizione del Foro Economico Mondiale, aggiungendo che dal 2023 questa trasformazione globale del paesaggio urbanistico dovrà subire una forte accelerazione. Ma ripeto, quella che i lestofanti di Davos e i politici loro lacchè ci presentano come la panacea a tutti nostri “disagi urbani”, come direbbe l’architetto Franco Purini, mira in realtà alla creazione di agglomerati sempre più piccoli e all’implementazione di misure tecnologiche all’avanguardia per disciplinarne e controllarne gli abitanti. In altri termini, vogliono trasformare tutte le città in panottici digitali e i cittadini in schiavi. Ovviamente, come per tutti i punti che compongono l’Agenda 2030, il catalizzatore di tale idea, l’evento creato ad hoc affinché anch’essa si facesse largo nell’opinione pubblica mondiale e iniziasse ad essere inconsciamente accettata come una possibilità reale, è stata la crisi sanitaria del 2020. La paura per il contagio di un virus letale instillata nella menti di ogni cittadino del pianeta dall’informazione allineata, totalmente finanziata da questa élite globale, e dai governi ad essa asserviti ha permesso che il presupposto per la futura realizzazione della cosiddetta Città da 15 Minuti, vale adire l’imposizione di un limite alla circolazione della cittadinanza addirittura nel proprio spazio urbano, diventasse già un fatto concreto, per di più invocato dalla stragrande maggioranza degli stessi cittadini. L’autorizzazione ad uscire di casa solo per chi era impegnato in lavori cosiddetti “essenziali” alla comunità politica o per l’acquisto di beni di prima necessità durante la fase dei lockdown e il green pass durante il periodo successivo, quando fu imposta in molti paesi la vaccinazione di massa obbligatorio previo l’esclusione dalla vita sociale, hanno fatto da apripista aduna sorta di rieducazione dei cittadini: quelle assurde misure restrittive ha convinto una fetta di popolazione mondiale che lo Stato avesse il “diritto” ad un controllo totale sulle nostre vite. Ma la spinta ad attuare il prima possibile questo nuovo modello di città non giunge solo da Davos. Anche l’ONU, l’espressione politica per eccellenza del globalismo, è a favore del progetto di Città da 15 Minuti e al principio di febbraio del 2021, cioè ancora in tempi di “pandemia”, l’ha espresso chiaramente. In quei giorni, attraverso un comunicato stampa, l’ente sovranazionale ha sottolineato che la crisi sanitaria iniziata nel 2020 ha cambiato le nostre precedenti abitudini di vita. A causa delle misure restrittive molti lavoratori sono già avvezzi allo smart-working e a spostarsi solo occasionalmente e per pochi chilometri dalle proprie abitazioni. Ciò significa che – continuava il comunicato – vivere in maniera differente può modificare il modo di concepire i nostri quartieri e le
nostre città e, in ultima istanza, aiutarci a raggiungere gli obiettivi ambientali fissati con l’Accordo di Parigi del 2016 (altro chiodo fisso dei signori di Davos). La città decentralizzata, infatti, avrebbe come risultato un minor impiego delle automobili e la trasformazione dello spazio pubblico al fine di includere meno strade ma più aree verdi, piste ciclabili, strutture sportive e altri servizi da sfruttare nel tempo libero. Naturalmente, il compimento del suddetto accordo non include solo il divieto all’uso delle automobili, ma anche il controllo delle attività economiche, degli spostamenti, dell’ozio e delle opinioni, in altri termini, un limite alle nostre libertà individuali alla stregua dei tre anni di emergenza sanitaria globale. Quegli anni assurdi, che la maggioranza degli essere umani pensa ci siamo lasciati alle spalle, non sono stati un episodio isolato della nostra storia ma l’ennesimo esperimento sociale a cui ci ha sottoposto l’élite globale in vista dell’edificazione di un Brave New World, per dirla alla Aldous Huxley : una sorta di governo totalitario globale formato da un numero limitato di ricchi finanzieri dominatori di un’intera umanità ridotta in schiavitù. In altri termini, il progetto della 15Minutes City, questa sorta di citta-prigione spacciata come bene pubblico, rappresenta lo step successivo verso il consolidamento di quella “nuova normalità” prospettataci da questi nuovi nazi-maoisti e dai loro lacchè già durante i primi giorni di pandemia e che altro non è che un futuro privo di qualsiasi libertà. Ma l’aspetto più terrificante di questo piano – è bene sottolinearlo ancora una volta – è che si tratta di un processo già in atto. In questi ultima dieci anni sono sempre più le Città da 15 Minuti implementate nel mondo: non solo in Francia e in Italia con Parigi e Milano, ma anche negli Stati Uniti con Portland, negli Emirati Arabi, in Qatar, in Australia, in Spagna, in Argentina e soprattutto nel Regno Unito. Nell’Oxfordshire, infatti, la sperimentazione di questo modello è già in fase molto avanzata, tant’è che l’amministrazione locale ha fissato per gennaio 2024 il suo completamento: entro quella data Orxford sarà a tutti gli effetti una 15 Minutes City. Questa cittadina inglese si presenterà divisa in 6 sezioni e ciascun abitante avrà libertà di movimento solo all’interno del proprio distretto di residenza. Lo scopo, appunto, è che viva a non più di 15 minuti di distanza da tutto ciò di cui necessita: scuola, medico, supermercato, palestra, ecc. Per raggiungere un altro distretto o una provincia vicina dovrà utilizzare un’unica rotta, esterna al perimetro urbano. Inoltre, qualsiasi spostamento fuori dal proprio distretto di residenza dovrà essere autorizzato dalle autorità cittadine e verrà monitorato mediante varchi elettronici dotati di un sofisticato sistema informatico. I permessi concessi ai residenti, comunque, non saranno più di un centinaio all’anno e una volta esauriti bisognerà chiedere una nuova autorizzazione per ogni spostamento extra. Il riconoscimento delle targhe realizzato attraverso i varchi posti in tutta la città permetterà alle forze dell’ordine di individuare gli automobilisti che ne siano sprovvisti, i quali verranno puniti con multe salatissime e il ritiro della patente.
Il caso di Oxford dimostra, dunque, che il modello tecnocratico propugnatoci dai “filantropi” di Davos, il quale mira a imprigionarci tutti in centri urbani e a controllare ogni nostra risorsa, è già realtà. Il suo esito su scala globale è solo questione di tempo, dato che, insieme alla Città dei 15Minuti, questi ricconi con manie di onnipotenza stanno portando avanti altri due progetti ad esso strettamente connessi: l’introduzione della moneta digitale e l’estensione a tutti i Paesi del modello cinese del sistema di credito sociale. La loro strategia è subdola e ricalca alla perfezione la tecnica di persuasione nota in psicologia come foot in the door (piede nella porta): dall’avvento della pandemia a oggi, infatti, in nome del “bene pubblico” sono riusciti a convincere una buona parte della popolazione mondiale della necessità di misure di controllo sociale che violano palesemente le nostre libertà fondamentali e tali successi li spingeranno ad osare sempre di più. Quindi, avremo sempre più restrizioni relative alla mobilità, ma anche al viaggiare e, in generale, a tutti i nostri consumi, ai nostri soldi, alla comunicazione, alle nostre idee, al nostro corpo. Non sto esagerando per nulla e chi in questo momento sta leggendo queste pagine sa bene che tutte le misure liberticide appena nominate già si stanno implementando o, comunque, lo saranno a breve, basti pensare al cosiddetto “portafoglio digitale”, approvato ultimamente dal Parlamento Europeo e che diventerà obbligatorio, forse già nel 2024, in tutti gli Stati membri. Questo non significa che il nostro destino sia già segnato e che la vittoria dei furfanti di Davos sia scontata, ma bisogna capire che questa battaglia si gioca, in primis, sul piano psichico e che loro sono in vantaggio perché, per adesso, sono riusciti a convincere la maggioranza dell’umanità che la loro visione del mondo è quella “giusta”. Per uscire da questa prigione mentale fatta di finto ecologismo, di finta tolleranza, di finta pace, di finta libertà, bisogna reagire come il protagonista della caverna platonica: bisogna avere il coraggio di guardare la realtà con i propri occhi e strappare il velo di finzioni che la ricopre. Non è facile, lo so, ma continuo a credere, come Nietzsche e Heidegger, che il pensiero sia la base su cui poter costruire la vera libertà.
L’egregio