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Addio ad Alex Manninger l’eterno12 che ora vola tra i pali del cielo

di Redazione
domenica 19 Aprile 2026 · 12:39 · 4 min di lettura
Addio ad Alex Manninger l’eterno12 che ora vola tra i pali del cielo

Il 16 Aprile scorso, ci ha lasciati, a quarantanove anni, in un tragico incidente stradale, Alex Manninger ex portiere Viola, nella stagione 2001/2002 nella quale ha collezionato 24 presenze con 39 gol subiti. Per ricordare un uomo come Alex Manninger, occorre partire dal cuore. Ed il cuore, in questo caso, ha la voce di chi ha condiviso con lui chilometri e allenamenti, gioie e dolori da spogliatoio. Le parole di Gigi Buffon, sono un testamento di stima che va oltre il calcio:

“Caro Alex, ogni parola è superflua. Ogni lacrima sarebbe solo l’ennesima per la perdita di un amico e di una persona che ho sempre ammirato. Hai scelto di rimanere indipendente dall’assuefazione del mondo del calcio, andando alla ricerca della tua felicità nelle cose semplici: una vita salutare nei boschi, la pesca, la natura, la famiglia. Questo era il tuo credo. In un mondo spesso curvo e genuflesso, che rincorre sopraffazione, carrierismo e guadagni facili, tu hai sempre rivendicato la tua libertà mantenendo una postura eretta, con l’orgoglio di chi sa cosa vuole. Hai avuto la forza di allontanarti da tutto questo e guardarci con quel tuo sorriso sornione, come a dire: ”siete tutti matti, non mi avrete mai.” Spero, anzi, sono certo, che da lassù continuerai a guidare i tuoi splendidi bambini e la tua giovane moglie”.

Gigi, nella sua lunga carriera ha cambiato centinaia di compagni, e chi lo conosce sa che molti di questi non li riconoscerebbe nemmeno se li incontrasse al supermercato. Con Alex era diverso. Anche prima della tragedia il portiere simbolo della Juventus, ha sempre speso grandi parole. Tra i due, c’era una stima reciproca e un rapporto incredibile, che si era venuto a creare nella classica quotidianità da spogliatoio.

”Gigi non mi ha mai fatto pesare la sua grandezza – aveva dichiarato Manninger in un’intervista alla Gazzetta dello Sport, del 5 aprile 2026 – Mi stupivo per la tranquillità che aveva. ‘Ma come fai Gigi?’, gli chiedevo sempre. Sono onorato di aver giocato con lui e in generale nella Juventus. Che poi, per me è stata un po’ la chiusura di un cerchio”.

Questo fa comprendere la dimensione di questo ragazzo, che nonostante abbia passato gran parte della carriera a fare il secondo portiere, non ha mai vissuto la situazione con invidia e sofferenza. Per chi non lo conoscesse bene, questa “chiusura del cerchio” racconta la dimensione di un ragazzo che ha attraversato l’Europa del calcio senza mai lasciarsi corrompere dall’invidia o dal desiderio di protagonismo. La sua storia nel calcio che conta era iniziata quasi per caso tra le nebbie di Londra all’Arsenal. Chiamato a sostituire il mostro sacro David Seaman, Alex si prese la scena contribuendo da protagonista alla vittoria del Double (Campionato e Coppa). Poteva essere l’inizio di una rincorsa alla celebrità, ma Manninger, preferì la strada del viaggio e dell’esperienza. Iniziò così un lungo pellegrinaggio in Italia, una terra che lo ha amato profondamente. È passato per Firenze, dove tutt’oggi è amato nonostante la sua seconda fede bianconera, come testimoniano i cori de tifosi Viola nella partita col Palace, giovedì sera e dopo una breve parentesi all’Espanyol, con zero presenze, è passato per Torino, Bologna, Brescia e Siena, dove trovò, finalmente la sua dimensione da titolare. Poi l’approdo alla Juventus. Molti avrebbero vissuto il ruolo di vice-Buffon come un ripiego; lui lo visse come un onore, diventando un punto di riferimento per giocatori e allenatori come dichiarato da Antonio conte. La sua integrità era così evidente che persino un perfezionista come Jürgen Klopp volle portarlo al Liverpool a fine carriera. Non cercava solo un portiere esperto, cercava un uomo che sapesse portare allo spogliatoio esperienza ma soprattutto serenità e gioia di giocare a calcio e qualità umane.

Il valore della “Normalità”

Oggi Alex Manninger, ci lascia l’immagine di un uomo che ha saputo parare i colpi di un mondo spesso “curvo e genuflesso” mantenendo sempre la schiena dritta. Mentre il calcio correva verso il business esasperato, lui era felice di giocare in qualunque situazione: era consapevole di essere fortunato ad occupare quella posizione e prendeva ciò che arrivava come un insegnamento, il risultato naturale delle proprie azioni. Sarà scontato dirlo, ma se ne va un “dodicesimo” che per una squadra aveva più valore di un numero uno. In un calcio dominato dall’esasperazione dell’ego e da calciatori che sono ormai vere e proprie industrie, un ragazzo normale come lui — con la passione vera per i monti, il trekking e la falegnameria — rappresenta quel ponte che permette ancora ai tifosi di sentirsi vicini ai propri idoli. Alex non era un modello inarrivabile e freddo; era uno di noi che ce l’aveva fatta senza mai dimenticare il profumo del legno, o il silenzio di un sentiero. Per tutto questo, Grazie Alex.

Giacomo Gorgi

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