IL CASO DELL’ASSOCIAZIONE “CUORI LIBERI” A ZINASCO COME ENNESIMO SINTOMO DI UNA DEMOCRAZIA INFETTATA DALL’EMERGENZA PERMANENTE
Nel Gennaio 2022 su questa testata ho firmato il mio primo pezzo sulla questione della “peste suina” denunciando come questa nuova “pandemia” spuntata dal nulla dopo due anni di lockdown sembrasse funzionale a perseguire alcuni obbiettivi: buttare soldi pubblici, magari provenienti dal famigerato Pnrr, in opere inutili se non dannose come la costosissima “rete anti cinghiali” che deturpa oggi buona parte della provincia di Alessandria (e che peraltro gli ungulati distruggono con grande facilità); ripristinare forme di limitazione delle libertà personali e di circolazione con pretesti sanitari (il cosiddetto “lockdown dei boschi” disposto per buona parte dell’entroterra di Genova e Alessandria tra Gennaio e Aprile 2022, immancabilmente seguito dal “ripartiamo in sicurezza”); venire incontro alle richieste di alcune lobby come quella degli allevamenti intensivi e dei cacciatori; influenzare i flussi turistici penalizzando le zone dove nelle estati 2020 e 2021 si era affermato un turismo “lento” e consapevole in favore delle solite destinazioni, per poi magari lamentarsi dell’overtourism e introdurre “misure” per accedere a intere città, come accadrà a breve a Venezia.

In seguito, sono state inseriti nella “zona rossa” anche comuni delle provincie di Rieti, Terni, Roma e Perugia, anch’essi interessati dallo stesso tipo di turismo, quello “backpacker” e dei “cammini”.
Tutte le ipotesi allora avanzate si sono di fatto realizzate: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, recita una battuta attribuita a un noto ex premier.
Tra l’inverno e la primavera 2022 nell’alessandrino e nelle valli genovesi sono stati soppressi numerosi maiali di piccoli allevamenti: la “misura” era potenzialmente estesa anche agli animali d’affezione.

La motivazione ufficiale, lo sappiamo bene, è quella di “salvare gli allevamenti intensivi” ritenuti un “asset strategico” dell’economia italiana.
Per un anno, nessuno dei media principali, né tantomeno la cosiddetta controinformazione, si sono occupati del caso peste suina, considerato forse poco interessante perché le misure colpivano aree periferiche del paese.
Con i fatti di Zinasco, placido paesino sino ad allora semisconosciuto della lomellina, le nostre peggiori previsioni sul pericolo insito in questa emergenza dimenticata si sono realizzate, portando la questione della peste suina su tutti i media nazionali.
I fatti sono questi: il 20 Settembre le forze dell’ordine in assetto antisommossa sono entrate nella sede dell’Associazione “Cuori Liberi” di Zinasco, in Lomellina, per permettere ai veterinari dell’Ats Pavia di sopprimere mediante “metodi eutanasici” dieci maiali ospitati presso l’associazione che si trova in frazione Sairano, uno dei cosiddetti “Santuari” dove vivono animali liberi sottratti al circuito degli allevamenti.

Con uno scarno comunicato l’Ats pavese rivendica l’operazione, presentata come una assoluta necessità per salvare non solo l’economia italiana, ma anche gli altri suini (motivazione curiosa, visto che la maggior parte dei suini in Italia è destinata a morte innaturale negli allevamenti).
Oggi sono state portate a termine le operazioni di soppressione mediante metodi eutanasici dei pochi suini ancora presenti nel focolaio di Peste Suina Africana diagnosticato ai primi di settembre presso il rifugio per animali dell’associazione Progetto Cuori Liberi di Zinasco. La Peste Suina Africana ha colpito quaranta suini presenti presso l’associazione, di cui gran parte già deceduti nei giorni scorsi”
L’operazione è andata avanti nonostante gli animali del rifugio Cuori Liberi non avessero contatti con l’esterno e nonostante un ricorso al Tar che sarebbe stato discusso il 5 di ottobre.
Quella di Zinasco è stata evidentemente una prova di forza di uno Stato che in più di una occasione ci ricorda che “in caso di emergenza” è pronto a passare sopra alle procedure della democrazia formale e liberale, alla Costituzione, e persino al senso del ridicolo, come dimostrano i continui rinvii del messaggino nazionale It Alert in Lazio, a causa delle continue “allerte meteo” gialle (quelle di livello inferiore) che fanno scattare comunque i complicati protocolli di mobilitazione della Protezione Civile e di tutto l’indotto dell’emergenza.

L’ennesima contrapposizione bipolare all’italiana tra animalisti e antianimalisti ha impedito a molti di cogliere la gravità del caso Zinasco.
Agli antianimalisti è sfuggito il fatto che l’irruzione della polizia in un terreno privato per far rispettare non una legge, ma un’ordinanza di un ente sanitario di Pavia per “eradicare un focolaio” della peste suina, costituisce un precedente gravissimo. D’altra parte, i media ci hanno già raccontato le irruzioni delle forze dell’ordine in case private nel 2020-2021 per disperdere peccaminose riunioni tra “non congiunti” (ricordiamo che esistevano precise disposizioni su quante persone e quali si potessero ricevere nelle proprie case private). Il fatto che probabilmente questi interventi fossero dovuti al disturbo della quiete pubblica non cambia la sostanza, anzi la peggiora: si usarono forse queste situazioni per “dare un segnale” e mostrare come lo Stato durante l’emergenza era pronto a non andare troppo per il sottile.
Tutta la costruzione mediatica del caso Zinasco ricorda in maniera inquietante la “caccia all’asintomatico” (si è parlato infatti di “maiali asintomatici” per riferirsi a quelli sani e i media hanno ripescato tutta la neolingua pandemica del 2020, dal focolaio al cluster, ci hanno risparmiato solo i congiunti e gli affetti stabili) lanciata da Arcuri a maggio 2020.
La politica portata avanti nel caso di Zinasco altro non è che la naturale continuazione della logica della massima precauzione, del piccolo sacrificio oggi per salvare qualcuno o qualcosa domani, e alla distopia sanitaria del “contagio zero” e dell’eradicazione dei virus, condotta come sappiamo spesso con metodi incompatibili con la democrazia.
Ma oggi qualcuno si stupisce.
Le scene di Pavia hanno in un certo senso ricordato le immagini della polizia cinese che prelevava i “positivi” dalle proprie case per portarli non sappiamo dove, forse nei cosiddetti “campi per quarantena”.
A molti attivisti animalisti, al contrario quello di Zinasco è parso solo un problema dei maiali e al limite un attacco ai cosiddetti “Santuari”: l’approccio emergenziale a quello che in teoria è solo un problema aziendale di un settore economico come quello degli allevamenti intensivi, è al contrario un problema potenzialmente gravissimo per la libertà personale dei cittadini e per i settori economici delle aree interessate dalle restrizioni alle attività outdoor.

In due anni, molte associazioni animaliste si sono mobilitate contro le soppressioni ma accettando di fatto la logica che sia legittimo imporre alle persone cervellotici protocolli sanitari per “non portare in giro il virus”.
Dopo due anni di emergenza peste suina, senza vedere la famosa luce in fondo al tunnel, possiamo concludere che non è andato tutto bene.
La tragedia di Zinasco ha almeno avuto l’effetto di mostrare la violenza con la quale questo stato persegue senza guardare in faccia a nessuno le politiche dell’emergenza permanente, a prescindere dal colore politico della fazione al governo.
La logica della medicalizzazione diffusa della società entrata nel senso comune nel 2020 ha infettato di certo la nostra democrazia già imperfetta in maniera gravissima. E come direbbero gli esperti di turno, per ora non c’è nessun vaccino contro il virus dell’autoritarismo imposto “per il nostro bene”.
Andrea Macciò
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