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Tra gli Esordienti Under 13 Empoli – Casellina finisce 40 a 0 possiamo ancora chiamarlo sport?

di Luca Monti
martedì 31 Marzo 2026 · 19:03 · 4 min di lettura
Tra gli Esordienti Under 13 Empoli – Casellina finisce 40 a 0 possiamo ancora chiamarlo sport?

Si sono aperte inevitabilmente le polemiche sul risultato di una partita di calcio della categoria Esordienti Under 13 vinta dall’Empoli contro il Casellina per 40 a 0. La questione che si pone subito, è quella sul risultato, con molti che si schierano dalla parte di chi dice che i giocatori dell’Empoli, che è bene ricordarlo sono frutto del vivaio di una squadra professionistica, avrebbero dovuto fermarsi per non umiliare i loro coetanei del Casellina. La questione, a nostro avviso, è però molto più ampia e riguarda alcuni fattori esterni al calcio, vale a dire: educazione sportiva e regole. Il primo fattore, è quello fondamentale, perché l’Italia, purtroppo, è un Paese del tutto privo di educazione sportiva, soprattutto quando si parla di calcio ed il risultato è che bisogna vincere, già dalla prima partitella a dieci anni e non importa come. I primi a volere la vittoria a tutti i costi sono i genitori, che credono che il loro bambino sia un fenomeno e che venderebbero l’anima al diavolo per farlo giocare in Serie A. E’ allucinante, infatti notare come ormai, le aggressioni agli arbitri ed ai giocatori avversari, si verifichino per la maggioranza dei casi proprio nelle partite giovanili. E’ ovvio quindi che i bambini, cresciuti con questi genitori non si facciano scrupoli a segnare 40 gol in una partita che non vale niente, tanto che, stando a quello che hanno dichiarato sul caso alla stampa, alcuni dirigenti, in quella categoria non esiste neanche la comunicazione del risultato a livello federale e tantomeno una classifica. Insomma, parliamo di un’amichevole tra bambini. Sarebbe quindi opportuno, a nostro avviso che innanzitutto i genitori specialmente se i loro figli giocano nei vivai di squadre professionistiche, che hanno metodiche di allenamento tecnico ed atletico migliori, dicessero loro di evitare di umiliare i loro coetanei, inferiori tecnicamente perché giocano in campi di periferia e non in centri sportivi come quello dell’Empoli e con allenatori meno preparati. Ma come detto, questi genitori, non tutti per fortuna, probabilmente insegnano ai figli che devono vincere e segnare magari 10 gol per farsi notare da un osservatore di qualche squadra importante. E allora qui entrano in gioco le regole. Che senso ha, infatti far giocare nello stesso campionato i ragazzini delle squadre professionistiche, con quelli delle squadre dilettantistiche? Ma soprattutto perché non si pone un tetto minimo di 14 anni per il tesseramento da parte delle squadre professionistiche? Questo permetterebbe di allentare la pressione su questi ragazzini, costretti di fatto ad allenarsi più volte a settimana, già a 12/13 anni restituendo loro la tranquillità di vivere il calcio, come uno sport e non in previsione di una carriera in Serie A che è un sogno impossibile per il 90% di loro. E poi forse sarebbe il caso di applicare un handicap, vale a dire far partire la squadra professionistica da 0 e gli avversari da 10 così da rendere più leggero il punteggio per i dilettanti, un pò come succede nel golf, che non a caso, è definito uno sport per gentiluomini. Ma questo, lo sappiamo bene, resterà solo un sogno perché, ci piaccia o no, il calcio, ormai non è più uno sport, ma è diventato un business nel quale dell’atleta, anche in Serie A non interessa nulla a nessuno, essendo solo un oggetto, ben pagato, che viaggia, da un anno a un altro, come un pacco postale, da Firenze, a Napoli, all’Inghilterra, a qualsiasi altra parte del mondo. Insomma il mondo del pallone deve sgonfiarsi e porsi delle domande, perché, se ancora una volta, da ormai dodici anni proprio stasera l’Italia, è di nuovo a giocarsi la qualificazione mondiale ai play off, con squadre nettamente inferiori col rischio di non farcela neanche stavolta, forse il problema sta proprio nel calcio giovanile così organizzato e competitivo, con sempre più abbandoni dell’attività agonistica, da parte dei ragazzini, già spremuti di energie fisiche e mentali, prima ancora di raggiungere la maggiore età, quando basterebbe, appunto farli giocare con serenità e continuità e rispettare i loro tempi di maturazione.

Luca Monti

Ph. realizzata con l’intelligenza artificiale

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