Wargasms- Orgasmi di Guerra di Francesca Capelli. Nell’estate 2023 amiamo ancora l’emergenza come negli anni della comunicazione pandemica?
“Wargasms-Orgasmi di guerra” della sociologa Francesca Capelli, è una documentata ricostruzione della deriva linguistica, comunicativa, giuridica e politica provocata dalla prima “pandemia” della storia umana, durata più di due anni e che è riuscita ad espletare i suoi effetti performanti sul corpo sociale italiano, non tanto in seguito a un evento medico, quanto in seguito a una conferenza stampa, quella durante la quale l’allora premier Conte, chiese “un piccolo sacrificio di quindici giorni” agli abitanti di quattordici Comuni del lodigiano.
Come ricostruisce il giornalista Franco Fracassi, in “Protocollo Contagio” edito nel 2021, non è stata la prima volta che l’Oms, ha dichiarato una pandemia in corso. Ma di certo è stata la prima volta, che una pandemia ha stravolto, in modo forse irreversibile, l’ordinamento politico delle democrazie liberali e procedurali del cosiddetto Occidente, l’area del mondo (assieme alla Cina) dove son sono state varate le “misure di contenimento della pandemia” più restrittive delle libertà personali, civili e politiche (ricordiamo che in Italia sono state rinviate le elezioni di diversi mesi oltre al referendum sul numero dei parlamentari).
“Non celo dicono” affermano sui social, ostentando un’aria di superiorità i blastatori seriali, coloro che sono convinti che la scienza non sia democratica e che solo gli esperti abbiano titolo a parlare, per irridere chi si pone dei dubbi sulla narrazione dominante. Il filosofo argentino Daniel Feierstein, citato in apertura del libro, illustra apertamente quale sia la strategia che caratterizza la comunicazione emergenziale.
La popolazione deve essere terrorizzata, i famosi “dati” considerati sacri dai neopositivisti di oggi devono essere manipolati al rialzo, perché “bisogna trasmettere l’idea di una gravità maggiore dell’attuale, affinché non collassi il sistema” in modo che i cittadini in preda alla paura della morte accettino le “misure di contenimento” più assurde: dal divieto di allontanarsi a 101 metri da casa a quello di baciarsi in pubblico, dal divieto di sdraiarsi in spiaggia dopo il bagno al coprifuoco alle 22, dal “distanziamento di un metro” da non conviventi, peraltro formalmente rimasto un obbligo in Italia fino al 31 Marzo del 2022, all’esibizione di un certificato sanitario dalla valenza politica come il green pass, prima per svolgere attività ludiche e ricreative, poi per lavorare, spostarsi, svolgere attività quotidiane come andare in banca, o in un negozio non di generi alimentari.

Secondo l’autrice, Feierstein prende a modello la comunicazione pandemica italiana che risulta essere un abilissimo mix di terrorismo mediatico, dalla sfilata della bare di Bergamo all’ostensione quotidiana dei “numeri” di contagiati, morti, ricoverati e guariti, dalle formule retoriche usate come promessa di un paradiso futuro continuamente spostato in avanti (solo per citarne alcune: distanti oggi per abbracciarci più forte domani” “chiudiamo oggi per salvare il Natale” “coraggio ancora 15 giorni” “siamo all’ultimo miglio” ) ma anche come minaccia velata di una punizione dall’alto, in caso di mancato rispetto delle regole igieniche, una su tutte: “pagheremo in autunno gli errori dell’estate”.
È quindi una vera e propria discesa agli inferi comunicativi, quella di Francesca Capelli che parte appunto dal 2020. Quando virologi, epidemiologi, quadri della burocrazia sanitaria fino ad allora sconosciuti come Massimo Galli, Walter Ricciardi, Silvio Brusaferro, diventano improvvisamente delle star televisive e degli influencer, grazie ad una comunicazione che ha mixato da subito la manipolazione della paura della morte con un surrealismo situazionista ai limiti del grottesco. Ecco così che mentre Ricciardi, consulente del ministro Speranza e Ranieri Guerra, rappresentante italiano dell’Oms, invitano a disinfettare la spesa del supermercato, il virologo milanese Fabrizio Pregliasco, considerato vicino al mondo “progressista”, consiglia la massima cautela nei rapporti sessuali usando sempre la mascherina, non superando i quindici minuti ed astenendosi ovviamente da ogni contatto con non conviventi.

Il suo collega aquilano Quattrini va, addirittura oltre, consigliando l’autoerotismo per resistere alla tentazione di cercare il contatto fisico con altre persone. La “scienza” per quasi tre anni ha usato toni degni dei padri confessorio degli inquisitori del Seicento, per portare avanti un tentativo di disciplinamento della sfera intima delle persone mai tentato nella storia, che non era riuscito neanche alla Chiesa Cattolica; tutto questo è passato quasi inosservato alla maggioranza degli italiani, intenti a cantare dai balconi e a modificare i loro profili social con la scritta “io resto a casa”, e a tutto il mondo dell’associazionismo per i diritti civili e la laicità dello stato.
Queste dichiarazioni, con tutta probabilità mai prese davvero sul serio, nemmeno dai loro stessi autori, non possono essere tuttavia liquidate come molti hanno fatto con una sonoro risata.
Sono state infatti funzionali a creare un climax bigotto, sociofobico e sessuofobico, nel quale il contatto fisico e sociale era rappresentato come il male assoluto, ideale per implementare quella “transizione digitale” alla quale i governi dell’Occidente e della Cina, lavorano da molti anni, fondata appunto sulla trasformazione dell’attore sociale in soggetto digitale e delle esperienze sociali in esperienze virtuali.

Una deriva che era stata prevista solo da Michel Foucault, che nel suo saggio “Omnes et singulatim” individua nello scienziato la figura che proseguirà il disciplinamento della società occidentale affidato nel passato in massima parte al pastorato cattolico. Ma Foucault, per ragioni legate al tempo in cui scriveva non poteva scorgere in questa tendenza il fondamento della transizione alla società dell’identità digitale e del distanziamento sociale portata avanti in questi due ultimi anni.
Un altro fenomeno dimenticato, efficacemente rievocato da Francesca Capelli, è quello degli “animali alla riconquista della città”.
Nel corso di tutto il lockdown del 2020, la televisione e i social italiani sono percorsi da immagini ai confini del vero e del falso, emblema dell’era della post-verità: dalle oche che tornano al Campidoglio, ai leoni marini stesi al sole in Argentina, dal gatto, in giro per le vie di Pristina, in Kosovo, al daino che si avvicina alle abitazioni urbane. Un’iconografia mielosa e disneyana, condita da una narrazione apprezzatissima da un certo ambientalismo antropofobico, che lodava la bellezza delle città svuotate dagli umani, senza auto, senza mezzi pubblici, senza passanti, senza aperitivi, senza inquinamento, senza turisti, senza niente.
Un incubo tra l’utopico e il distopico, che ha un interessante precedente cinematografico nel misconosciuto documentario “The Inmates” del regista francese Alain Resnais, noto per “Hiroshima Mon Amour” e “L’anno scorso a Marienbad”, nel quale immagina come sarebbe il mondo dopo l’estinzione dell’umanità.
La riscossa della natura: perché le pandemie sono sempre una punizione, per “il nostro stile di vita” come afferma questa retorica pseudo-ecologista.
Uno degli aspetti più sconcertanti, ben messo in luce dall’autrice, è stato l’appiattimento di esponenti politici e intellettuali della sinistra “libertaria”, sedicenti paladini dei diritti civili, sull’appoggio entusiasta, allo stato di emergenza e a “misure di contenimento” degne dei peggiori totalitarismi e fondamentalismi religiosi.
In questo contesto millenaristico e pseudo-religioso, la comunicazione pandemica si caratterizza dai suoi esordi per la ricerca incessante del capro espiatorio: dal runner al bagnante, dal cinofilo al bambino, dall’anziano alla coppietta che viola il distanziamento sociale, dal negazionista al no mask, fino ad arrivare alla figura idealtipica del “no vax” che identifica più che una persona effettivamente contraria al vaccino, una sorta di mostro sociale da sbattere in prima pagina che riassume tutte questi idealtipi mediatici, caratterizzati dallo stigma dell’ “egoista irresponsabile”.
La comunicazione pandemica, infatti è caratterizzata da una retorica sacrificale di chiara filiazione post-religiosa. Per la prima volta nella storia, una società ha organizza la sua narrazione dominante sul sacrificio dei giovani e dei bambini per salvare gli “anziani” ed ecco che il puer diventa, assieme al burocrate e al crociato morale, una delle figure simbolo della società pandemica.
Il puer, o il giovane, il bambino “resiliente” che resta a casa, impara in Dad, si sottopone al vaccino pur sapendo che il rischio per lui sia bassissimo, con il nobile intento di “salvare la nonna” come si autodefinisce, in una lettera nella quale ringrazia i giovani per il loro spirito di sacrificio, la senatrice Liliana Segre, è il simbolo stesso di una narrazione perfetta per bucare la sensibilità di una società familista e gerontocratica come quella italiana, mentre una politica che sino al giorno prima invocava uno spietato darwinismo sociale, scopre la categoria dei fragili e degli immunodepressi.
Una società della vittima, come aveva capito, pur occupandosi di altri temi, quali quelli della sicurezza e del contrasto alla criminalità, il sociologo Jonathan Simon, già nel 2008. La vittima è per definizione soggetto passivo pronta a scendere al patto hobbesiano con il Leviatano sanitario, pur di avere assicurata la sopravvivenza. L’arrivo del vaccino, nel dicembre 2020 non si discosta da questa iconografia salvifica. I camion, la catena del freddo, la prima persona vaccinata, l’infermiera Claudia Alivernini, costretta a far smentire dai suoi stessi avvocati di essere stata oggetto degli insulti e delle aggressioni verbali dei “no vax”, l’uso del cerotto, assolutamente inutile per una puntura intramuscolare, ma utile a “dare un segnale” a “lanciare un messaggio”. poi i selfies, la corsa alle dosi, le interminabili code negli Hub, i vaccini in spiaggia e in discoteca. Un’iconografia mai vista prima e effettivamente sconcertante, nella quale, una banale iniezione viene trasformata in un rito sociale di iniziazione, nel nuovo servizio militare 2.0, come dimostra appunto l’amplissimo uso di metafore belliche, dalla Guerra al Covid, agli eroi nelle trincee degli ospedali, dal Generale a capo della “campagna” vaccinale, ai medici in prima linea, con un’espressione che evoca nello stesso tempo la guerra ma anche un nota fiction americana, chiudendo in un certo senso il cerchio, culminata nella sfilata di medici e infermieri nella sfilata militare del 2 Giugno. Un atto medico viene dunque “erotizzato”, la fiala diventa un oggetto del desiderio e il momento dell’iniezione, rappresenta un momento orgasmico: qualcosa di mai visto nella storia umana, che abbiamo ricostruito come scienziati sociali rincorrendo l’attualità e le continue derive della stessa, e che forse un domani sarà forse giudicato con maggiore lucidità dagli storici.
Perchè Wargasms? Forse perchè la sessualità, compressa e nascosta negli anni del “distanziamento sociale” è stata sublimata in questi “orgasmi di guerra” tra l’erotizzazione di atti medici e il piacere di esercitare violenza linguistica verso il nemico.
Uno slittamento progressivo della ragione, nel quale dietro la retorica scientista e positivista si nasconde in realtà una prevalenza del simbolico di stampo appunto post-religioso: dall’esaltazione della rinuncia, del sacrificio, il martirio laico del #restoacasa al ricorso a una sorta di pensiero magico nel quale presidi neutri come la mascherina e il cerotto post-vaccino, diventano una sorta di amuleto usato per scacciare il male. Un uso talmente sapiente della comunicazione, che questa esaltazione della rinuncia e del sacrificio, è stata poi ampiamente ripresa da parte dell’universo cosiddetto “no green pass”. Una parte delle persone, infatti, a partire da agosto 2021, ha iniziato, invece che rivendicare i propri diritti, ad esaltare la propria capacità di vivere rinunciando a tutto ed evitando la “contaminazione” con il resto della società.
E proprio nel 2021 abbiamo assistito alla chiusura del cerchio con una macchina propagandistica, che è riuscita a influenzare con la sua narrazione anche una porzione maggioritaria della vera o presunta controparte, quella del cosiddetto “dissenso” disegnando la seconda parte del 2021, come una sorta di gara simbolica fra vaccinati e non vaccinati su chi fosse più contagioso.
“Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema” era uno degli slogan di inizio 2020, che avrebbero dovuto insospettire che quanto accaduto in quel momento, sarebbe stato il preludio di un’operazione di trasformazione politica e sociale calata dall’alto.
Nella parte finale del libro si paragona il tempo che stiamo vivendo a quanto descritto in un noto romanzo distopico, “Il racconto dell’Ancella” di Margaret Atwood, che descrive una dittatura insieme religiosa e tecnocratica nella quale le libertà individuali e l’autodeterminazione sul proprio corpo, sono sacrificate in nome di un presunto “bene collettivo”. È un paragone calzante, perché ricorda in moltissimi aspetti l’impasto di autoritarismo, scientismo e moralismo para-religioso che caratterizza quella che è stata definita “l’era delle pandemie” e dalla quale si può uscire solo con la lucida determinazione di riprendere a vivere.
Che cosa resta oggi della rivoluzione comunicativa (in realtà avviata già da tempo, ma che in quel periodo ha raggiunto il punto di non ritorno) che a partire dal 2020 ci ha insegnato a “amare l’emergenza”?
Rimane moltissimo. La comunicazione emergenziale è diventata di fatto la “nuova normalità”. Dopo la fine dello stato di emergenza per la “pandemia” abbiamo assistito al lancio sul mercato della paura mediatica di una moltitudine di nuove emergenze, dalla minestra riscaldata delle varianti Arturo e Centaurus al vaiolo delle scimmie, dalle boutades come la febbre del pomodoro al conflitto russo-ucraino con la spada di Damocle di una “catastrofe nucleare” delle quali pochi sembrano in realtà preoccuparsi a quella che al momento è la nuova “fiction” emergenziale, quella dell’emergenza climatica.
Usiamo il termine “fiction” non per affermare senza ombra di dubbio che tutte le questioni sollevate dai movimenti ambientalisti e ecologisti siano false, ma per sostenere che tutto questo al momento è usato strumentalmente per mettere in piedi una nuova narrazione apocalittica che produce di default una narrazione uguale e contraria da parte del cosiddetto “dissenso” per il quale sta diventando “resistenza” mangiare la bistecca al sangue, cacciare con arco e frecce e sfrecciare col Suv in Via del Corso a Roma, mentre la generazione Z sarebbe in preda a attacchi di ecoansia di massa (anche se Alain Elkann ci insegna il contrario).
Una polarizzazione farsesca che è davvero difficile prendere sul serio, anche perché nei fatti i poteri attuali sembrano usare la retorica ecologista come foglia di fico per sostenere i mercati di sostituzione come quello dell’automobile e delle caldaie (si tratta quindi di politiche riconducibili al cosiddetto capitalismo clientalare) e per testare la possibilità di nuove misure autoritarie, e la controparte inalberare la bandiera dell’ un anti-ecologismo per spirito di contraddizione, rischiando di venire incontro alle istanze dei poteri che formalmente dichiara di voler contrastare.
Un aspetto rilevante è appunto il fatto che il linguaggio bellicista ed emergenziale sia stato assorbito e usato per mantenere followers e potenziali elettori anche dal cosiddetto “dissenso”.
A partire dall’estate 2022, è stato un continuo fiorire da parte dei sedicenti “giornalisti indipendenti” giunti al warholiano quarto d’ora di celebrità tra il 2020 e il 2021, e di alcuni esponenti politici dei movimenti vicini all’area dei cosiddetti “no vax” di vaticini e profezie di sventura regolarmente smentite dalla realtà, dal presunto lockdown energetico di Natale allo spauracchio di “misure” speciali per il caldo come improbabili “lockdown estivi” nel mese di Luglio che si va a chiudere, a presunti ritorni in scala mondiale del green pass (attualmente in realtà non esiste più da Giugno 2023 neanche il certificato europeo, tanto che nuove certificazioni non possono più essere emesse) il tutto regolarmente e spietatamente smentito dalla realtà. Appare evidente che questi soggetti, senza tenere in costante tensione i propri follower sono destinati alla risacca dell’irrilevanza, e che hanno usato gli stessi metodi dei loro avversari. In tutto questo abbiamo assistito al clamoroso schianto politico del “dissenso” a settembre 2022, e ad oggi l’unica novità politica che è riuscita a scalfire il duopolio fra il blocco “giallorosso” e quello di destra-centro è la composita coalizione umbra guidata dall’ex presidente della Ternana e fondatore di UniCusano Stefano Bandecchi, che si presenta in maniera esplicita come un movimento di centro e post-ideologico e che non nasconde ambizioni nazionali.
Quanto alla comunicazione sull’emergenza climatica, sta ripercorrendo in maniera palese lo schema del 2020: il bipolarismo è quello fra affermazionisti e negazionisti, fra chi “crede nella scienza” ufficiale e chi dice di essere depositario della verità citando gli “scienziati dissidenti”. Due fazioni, entrambe pervicacemente convinte di avere la verità assoluta in tasca. Ricorda qualcosa?
Sulla pagina del Ministero della Salute il bollettino meteo del caldo ha sostituito il famigerato bollettino dei contagi.
Insomma, nihil sub sole novi?
Forse qualcosa è cambiato.
Al di là delle bolle social che discutono appassionatamente di questi temi, se si spengono tv, computer, smartphone e tablet e ci si fa un giro in qualche luogo di vacanza ci si accorge che nella realtà che esiste fuori dal Metaverso comunicativo non ci sono molte persone affette da “ecoansia”, tantomeno nelle giovani generazioni che appaiono intente a riprendersi i quasi tre anni di vita e esperienze sottratte dalle restrizioni, e che dopo aver tirato la corda per tre anni forse, almeno per ora, si è spezzata e le persone si sono “vaccinate” (questa volta in maniera efficace?) contro la comunicazione emergenziale perenne.
Non amiamo più l’emergenza? La storia insegna. Come ricostruisce lo storico Jean Delumeau ne “La paura in Occidente” i poteri di allora riuscirono a tenere in scacco la società del periodo rinascimentale per oltre un secolo con lo spauracchio del ritorno del diavolo; a un certo punto, la popolazione iniziò ad avere qualche dubbio sull’avvento del demonio, o forse pensò che non fosse così brutto come lo dipingevano, e un’epoca storica fondata sul governo della paura si avviò alla fine.
Succederà anche oggi, epoca nel quale le bolle comunicative bruciano in fretta?
Francesca Capelli è nata a Bologna e vive a Buenos Aires. Laureata in Scienze Politiche, è giornalista professionista dal 1994 e ha collaborato con varie testate italiane. Attualmente è docente e ricercatrice all’Università del Salvador, sempre a Buenos Aires. I suoi interessi di ricerca si concentrano sull’analisi del discorso e la sociolinguistica.
Andrea Macciò
Il venerdì degli esodi si trasforma in incubo stop ai treni tra Pisa e Livorno
Il primo venerdì d’agosto, data particolarmente calda, non solo per il clima ma anche per la classica corrispondenza con l’inizio della vacanze…