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Non si ferma lo spreco di denaro pubblico destinato alla recinzione per il “contenimento della peste suina” E nessuno è innocente

di Andrea Macciò
martedì 16 Gennaio 2024 · 20:37 · 8 min di lettura
Grondona (Al) un cartello ricorda le "misure di contenimento" della peste suina

 

 

In Italia, lo abbiamo capito “in piena pandemia” tra il 2020 e il 2022 se una “misura” non funziona,la risposta del complesso politico-burocratico-corporativo che governa il paese non è ripensare o annullare la misura stessa, ma è quello di rilanciarla è renderla ancora più radicale. Un esempio?

È notizia recente che la Regione Piemonte ha stanziato 1,5 milioni di euro per la “recinzione per il contenimento della peste suina” costruita nel 2022 e che oltre a essere assolutamente inutile per limitare gli spostamenti dei cinghiali, deturpa dal punto di vista paesaggistico buona parte della provincia di Alessandria, dalla Val Borbera all’acquese ai colli tortonesi.

Una cifra non altissima, ma che sommata agli stanziamenti precedenti, arriva a superare ormai i 10 milioni di euro. Questo nonostante tutti ormai ammettano l’inutilità della recinzione stessa.

Quella della peste suina è una delle tante emergenze permanenti italiane. Il paese è in “stato di emergenza” per questa sindrome che non attacca né l’uomo, né gli altri animali, da gennaio 2022, quando il duo Speranza&Patuanelli, ministri del governo Draghi, nominarono il commissario straordinario Angelo Ferrari e disposero “misure” durissime nelle provincie di Alessandria e Genova, con il divieto assoluto di percorrere le strade sterrate e i sentieri, di recarsi nei boschi, di attività sportive outdoor, di pesca in fiumi e torrenti. Tra le misure, da subito delegate alle Regioni Piemonte e Liguria, c’era anche l’abbattimento coatto dei maiali degli allevamenti familiari della zona, oltre che di quelli da “compagnia”. Abbattimenti di suini peraltro non malati, culminati nel blitz del settembre 2023 presso l’associazione “Cuori Liberi” di Zinasco, in Lomellina, uno dei cosiddetti “Santuari” nei quali gli animali “liberati” dagli allevamenti possono vivere in libertà, del quale mi sono diffusamente occupato su questa testata.

Sardigliano (Al) La recinzione per “il contenimento della peste suina”

A metà del 2022 il divieto assoluto di percorrere sterrate e sentieri si è trasformato, dopo la pressione di associazioni, pro loco e alcuni comuni, nel famigerato “ripartiamo in sicurezza”: ancora oggi una passeggiata in un sentiero di queste zone è teoricamente subordinata a una cervellotica costellazione di obblighi, tra i quali quello di cambiare le scarpe immediatamente dopo l’escursione e di lavare i vestiti. Nello stesso tempo, la “zona rossa” o “zona di restrizione II” è stata estesa a numerosi comuni di Umbria, Lazio e Calabria, oltre che al pavese e ad altre provincie di Liguria e Piemonte.

La motivazione ufficiale di tutto questo stentoreo spiegamento di forze? Al solito, “salvare le aziende strategiche” ovvero gli allevamenti intensivi della pianura emiliana, produttori delle famose “eccellenze italiane” dal virus portato dai cinghiali in viaggio dall’alessandrino verso l’ex Ducato di Parma e Piacenza. Per giustificare tali misure, si è avallata una narrazione per la quale l’economia italiana si regge sulla produzione di insaccati e carni processate.

Il Commissario Caputo

Con il cambio di governo e di Commissario, da Ferrari a Vincenzo Caputo, una delle numerose “riserve della Repubblica” buone per tutte le stagioni, non è cambiato quasi nulla: confermate le restrizioni per le passeggiate e le escursioni, per le quali è stato introdotto nella primavera 2023 un limite di partecipanti ad eventi collettivi che ha fatto saltare numerose gare sportive in outdoor, e il denaro impiegato per una recinzione già considerata inutile. La novità di Caputo è stato l’arruolamento dei cacciatori per le “battute di depopolamento” dei cinghiali, accompagnata da stentoree dichiarazioni nella quale siamo stati informati che non si sarebbero fermati fino “all’eradicazione totale del virus”.

Ricorda qualcosa, questa filosofia del “contagio zero”? Si, e nulla di buono.

Grondona (Al) un cartello ricorda le “misure di contenimento” della peste suina

Oggi, a inizio 2024, il “protocollo” è stato dimenticato quasi da tutti, ma resta il fatto che con il pretesto di “non portare in giro il virus” e di disincentivare le persone a frequentare boschi e cammini, lo stato di manutenzione di molti sentieri dell’appennino ligure-piemontese è pessimo ai limiti dell’impraticabile. E c’è sempre la possibilità che qualche solerte tutore dell’ordine ci contesti di passeggiare nel sentiero senza le scarpe di ricambio. Le grida manzoniane italiane, come quelle sul “distanziamento sociale” durano nel tempo proprio perché sono talmente assurde da non venire applicate.

Anche uno dei coordinatori delle “squadre di cacciatori di cinghiali”, Giorgio Starace, ammette l’inutilità della recinzione stessa e che, per effetto appunto della malattia stessa, la popolazione dei cinghiali è drasticamente diminuita. E intanto, come nella migliore tradizione italiana, spunta l’eterogenesi dei fini: la recinzione potrebbe continuare a venire costruita e mantenuta con denaro pubblico, per “disincentivare” i cinghiali ad avvicinarsi alle aree coltivate.

Le associazioni degli agricoltori italiani hanno sostenuto da subito le “misure” contro la peste suina, vedendo in esse la possibilità di fatto di farsi pagare con soldi pubblici la “messa in sicurezza” dei loro terreni.

È vero che quello dei danni dei cinghiali alle coltivazioni è un problema reale, ma è altrettanto vero che in una democrazia liberale alla “biosicurezza” dell’allevamento ci deve pensare il proprietario, e non lo stato. Alla “messa in sicurezza” del proprio terreno, ci deve pensare l’agricoltore proprietario, e non lo stato. Per prevenire la sovrappopolazione dei cinghiali sarebbe forse bastato non aumentarne il numero immettendo in Italia cinghiali più prolifici di quelli autoctoni provenienti dall’Est Europa. Ora forse si potrebbe agire, come molte associazioni hanno suggerito, con la sterilizzazione degli stessi, in modo incruento e senza danneggiare la libertà personale e l’economia di quelle zone.

Borghetto di Borbera (Al) sentiero presso Rivarossa

Una massima attribuita ad Amintore Fanfani recitava “Chi ha fatto la frittata, adesso se la mangi”. Invece, lo stato e le regioni la stanno facendo mangiare ai cittadini e ai cinghiali stessi.

La politica italiana si mostra ancora una volta subordinata a lobby e corporazioni. Qualcuno oggi spera anche in Italia in una “rivoluzione dei trattori” come quella tedesca. Difficile prendere sul serio queste illusioni, visto che in Italia le associazioni di categoria degli agricoltori appaiono più che altro interessate ai ristori di turno e a far recintare i propri terreni dal pericolo cinghiali con il denaro del leggendario Pantalone.

Nessuno è innocente nella vergogna nazionale della “peste suina”.

Non i media, che hanno sposato dal 2022 la stessa narrazione pandemica conosciuta nell’era covidica.

Non la Ue, che ha inviato “ispettori” nel 2022 convinti che le misure prese in un tratto di pianura polacca semi-disabitata potessero essere replicate nell’appennino “duro e cattivo” come dice qualcuno, delle valli delle quattro provincie o in quelle dell’Italia Centrale o della Calabria.

Non il centrosinistra “giallorosso” che con Speranza e Patuanelli ha aperto ufficialmente questo nuovo circo pandemico nel 2022, e che, dove era all’opposizione, chiedeva “più misure preventive per salvare l’estate” come l’ex candidato alle regionali umbre Vincenzo Bianconi e il consigliere pentastellato di Terni Thomas De Luca, o come il consigliere regionale piemontese PD Domenico Ravetti, che a ottobre scorso chiedeva più soldi per la barriera.

Non il destra-centro “meloniano” che esprime i presidenti di Piemonte e Liguria, fermissimi nel sostenere le “misure” nel 2022 e che non abbiamo mai sentito avere il minimo dubbio sulla recinzione.

Destra-centro che, con il cambio di commissario, hanno aggiunto alle “misure” precedenti un approccio bellicista e militaresco ai limiti del grottesco, che però sicuramente piace alla sua base elettorale (non per il tema in sé, ma proprio per l’approccio linguistico).

Non il cosiddetto “dissenso” e la cosiddetta “controinformazione” che ha ignorato totalmente il tema, preferendo prima discettare di Donbass e conflitti regionali a milioni di km dall’Italia, poi discettare per due mesi sul delitto di Vigonovo, tra assurde illazioni giallistiche, diffamazioni più o meno velate e consigli estetici non richiesti a Elena Cecchetin (si sono scoperti persino armocromisti), caccia alla strega e ai simboli masso-satanici di turno. Per concludere con le comiche finali: l’esegesi di Biancaneve e l’appassionata difesa di Mammolo e Cucciolo insidiati dalle riletture femministe delle famose “nostre tradizioni”.

Non le associazioni e le corporazioni varie, tutte intente solo a lucrare il più possibile dalla situazione sfruttandolo pro domo propria

Non le associazioni animaliste, che hanno criticato e contestato aspramente l’abbattimento dei suini sani, ma non hanno speso una parola sulle restrizioni delle libertà personali ed economiche legate a questa “emergenza” grottesca.

La peste suina è l’emergenza perfetta: un significante vuoto che ognuno può sfruttare pro domo sua, per lucrare piccoli vantaggi, soldi pubblici (chi costruisce la rete di sicuro non è contrario all’emergenza) privilegi (come i cacciatori, autorizzati per “depopolare” a percorrere le “zone rosse” anche fuori dalla stagione venatoria), visibilità.

Se qualcuno pensa che alcuni dei soggetti qua sopra possa fare la rivoluzione contro il blocco di potere politico-economico-burocratico sia italiano che sovranazionale, anticipiamo che resterà con tutta probabilità deluso.

Visto che la situazione è grave, ma non è seria, non resta che sperare nel ritorno del “movimento di liberazione dei nani da giardino” che era “dissenso” a sua insaputa e ante litteram.

 

Andrea Macciò

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