Analisi sociale sulla morte di Ramy al quartiere Corvetto di Milano
A volte, la notizia dovrebbe spingersi oltre la cronaca e affrontare con coraggio i fatti che, in questo mondo iperconnesso, rischiano di essere dimenticati troppo velocemente. La morte del diciannovenne di origini egiziane Ramy Elgaml, in seguito ad una caduta con lo scooter durante un inseguimento dei Carabinieri, non è solo un evento tragico, ma è il racconto di un ragazzo cresciuto in un sistema che sembra non offrire vie d’uscita. Un sistema che lascia un segno profondo su quanti vivono intrappolati nelle periferie delle grandi città industriali , dove il degrado e la disperazione sono troppo spesso buona parte del panorama quotidiano. Ciò che è accaduto quella notte, insieme al modo in cui la vicenda è stata raccontata sui social, riflette il volto di una società che sembra aver smarrito la propria umanità. È vero Ramy aveva imboccato la strada sbagliata, quella del crimine. Ma basta questo a condannare senza appello un ragazzo di soli diciannove anni che aveva davanti a sé un’intera vita per provare a cambiare? E che futuro poteva aspettarsi, intrappolato in un contesto che non offre delle vere scelte? Il giovane abitava nel quartiere milanese del Corvetto, dove un tempo vivevano gli operai provenienti dal Sud Italia trasferitisi a Milano, in cerca di un lavoro e di un futuro migliore. Oggi, con il declino del lavoro nelle fabbriche, quel luogo porta i segni dei cambiamenti del tempo e le famiglie degli operai hanno lasciato il posto a nuove comunità, spesso formate da persone ancora più vulnerabili e quasi invisibili. Questa è la realtà di ogni quartiere periferico: chi riesce a migliorare la propria vita lascia inevitabilmente spazio a nuove comunità, o a chi si trova in condizioni ancora più difficili. Così, il Corvetto, è diventato il simbolo di un’emarginazione stratificata, un luogo dove persino la speranza sembra aver ceduto il passo. Ramy, era figlio di questa realtà, un ragazzo di quella seconda generazione di immigrati che una parte della politica italiana, ha sempre definito come “risorse” ma che troppo spesso intrappola in un limbo sociale ed economico senza vie d’uscita, dove parole come “integrazione” ed “inclusione” sono solo il frutto di una retorica politica che non viene mai accompagnata da azioni concrete capaci di garantire istruzione, lavoro ed un senso di appartenenza. E allora, cosa resta ai giovani come Ramy, quando il presente è fatto di precarietà, razzismo ed un eterno senso di esclusione, persino nella terra in cui sono nati? Poi c’è l’odio quello amplificato e distorto dai social media. Dopo la morte di Ramy, infatti, la disumanizzazione è arrivata in massa, sotto forma di commenti spietati e frasi che lasciano poco spazio al dubbio:
“Se l’è cercata” “Uno di meno” “Espulsione immediata.”
A soli diciannove anni, Ramy era già stato condannato dalla società, ben prima di morire. La sua morte non è stata solo fisica, ma è stata un’esecuzione simbolica, il risultato di una narrazione che spinge a vedere negli altri il colpevole di tutto il proprio disagio e mai un essere umano. La sensazione è che questa narrazione abbia radici profonde e cresca in quella politica che ha sempre bisogno di un capro espiatorio per prosperare. Negli anni ’90 erano i meridionali, ad essere accusati di “rubare il lavoro al Nord” oggi sono gli immigrati, dipinti come minacce alla sicurezza ed al benessere. Domani potrebbero essere i poveri, gli omosessuali o, ancora una volta, i meridionali, in quel ciclo senza fine di un disprezzo sistematico che si rinnova, nutrito dalle paure e dall’insicurezze collettive. Ma davvero un ragazzo di 19 anni meritava una fine così brutale? Una società che giustifica tale fine è una società che ha fallito non solo nel sociale ma anche nello spirito. Perché chi perde il rispetto verso l’altro non può dirsi né spirituale né umano. Forse, con un sistema diverso, Ramy, avrebbe potuto affrontare le sue responsabilità, ma anche avere una possibilità per cambiare. Programmi di recupero seri, capaci di offrire istruzione, lavoro ed una nuova prospettiva di vita, avrebbero potuto salvargliela, la vita. Non sapremo mai come sarebbe potuta andare, ma è chiaro che la chiave per evitare altre tragedie simili sta nell’offrire opportunità reali a chi sembra non averne. Eppure, da altre parti ci sono riusciti, e allora mi domando se in Italia, sia solo una questione economica, o se dietro ci sia anche una mancanza di volontà nel voler cambiare davvero le cose. Negli anni ’90, in Spagna, la città di Bilbao, ha saputo trasformare le sue vecchie aree industriali in spazi moderni e vitali, con il Museo Guggenheim, diventato il simbolo di questa rinascita. Ma il vero cambiamento è scaturito dal coinvolgimento di tutta la comunità e da investimenti mirati in infrastrutture che hanno creato migliaia di posti di lavoro, dimostrando che riqualificare non significa solo costruire, ma anche offrire nuove possibilità di vita. Anche Copenaghen, in Danimarca, rappresenta un esempio concreto di riqualificazione. Nel quartiere di Mjølnerparken, attraverso politiche mirate hanno sostituito edifici degradati con nuove abitazioni e creato spazi pubblici pensati per favorire l’integrazione. Il risultato? Una qualità della vita migliorata e una coesione sociale rafforzata, con una significativa riduzione delle tensioni etniche. In Italia, però, preferiamo erigere barriere invisibili tra “noi” e “loro” con muri fatti di paura e diffidenza, attraverso i quali, anziché gettare ponti di umanità e comprensione alimentiamo un gioco che cambia volto, ma non sostanza: ieri erano i meridionali, oggi sono gli immigrati, domani saranno altri. La morte di Ramy non dovrebbe essere il pretesto per alimentare intolleranza e tensione sociale ma, al contrario dovrebbe farci riflettere su come possa essere possibile e lo è certamente, trasformare le periferie da luoghi di degrado, a terreni fertili per il cambiamento, se solo scegliessimo di coltivarle. È un invito a ripensare alle scelte politiche, sociali ed economiche, perché ogni giovane che viene abbandonato, qualunque sia la sua nazionalità, è una ferita al futuro di tutti. La vera domanda non è solo cosa avremmo potuto fare per Ramy, ma cosa stiamo facendo per gli altri come lui che vivono negli stessi contesti. Se non cambiamo direzione, continueremo a essere complici di una tragedia collettiva che finirà per consumare non solo “loro”, ma anche noi stessi.
Grigorji Andreevic Iandolo
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