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Uno schiaffo alla cultura woke

di Redazione
giovedì 11 Maggio 2023 · 20:07 · 11 min di lettura
Uno schiaffo alla cultura woke

L’Oscar a Brendan Fraser, per la sua interpretazione in The Whale (La Balena) ha scatenato le critiche del mondo progressista che lo ha accusato di omofobia e grassofobia. Ma è solo l’ennesima insensatezza di un movimento nichilistico che si atteggia a “cultura”. Non c’è nulla di esagerato nell’affermare che Brendan Fraser, è stato il mattatore assoluto della 95ª edizione degli Oscar, tenutasi al Dolby Theatre di Los Angeles, il 12 marzo scorso. La sua vittoria come Miglior Attore Protagonista per la magistrale interpretazione in The Whale, rappresenta non solo la rivincita personale di un grande professionista quasi dimenticato dall’industria cinematografica hollywoodiana ma, anche e soprattutto, un schiaffo alla (in)cultura woke. Il trionfo di Fraser, è stata una sonora sconfitta per l’inquisizione di cui si fa promotrice la nuova sinistra globale, la quale da anni proibisce opere letterarie, taglia film, proscrive artisti ed intellettuali, proprio come facevano la Chiesa Cattolica, nel periodo più oscuro della sua storia, attraverso l’indice dei libri proibiti, ma anche il puritanesimo statunitense, le dittature militari latinoamericane degli anni ’70 e ’80, i regimi comunisti ai tempi della Guerra Fredda, e come tutt’oggi fanno i fondamentalisti islamici. Sembra infatti che anche The Whale, come già Via col Vento, il cartone animato Dumbo, ed altri illustri precedenti, abbia intaccato a tal punto la sensibilità di una parte di questi sedicenti progressisti da indurli ad accusare il film e il suo protagonista di grassofobia e omofobia. Ma quest’opera è veramente così insensibile e politicamente scorretta? O si tratta dell’ennesima caccia alle streghe perpetrata nei confronti di un artista non allineatosi allo pseudo progressismo ostentato dalla maggioranza dei suoi colleghi hollywoodiani? The Whale tratta della triste vita e della morte di Charlie, un professore di inglese che pesa duecentosettantacinque chili e vive da recluso nella sua casa nell’Idaho. Charlie, è tormentato per il suicidio del suo compagno Alan e per l’allontanamento di sua figlia Ellie, con la quale cerca disperatamente di ricostruire un rapporto. Il grosso della critica e la maggioranza degli spettatori hanno molto apprezzato il film reputandolo una commovente opera sull’amore e la redenzione, impreziosita da un’interpretazione sublime del protagonista. Il film descrive magistralmente la profonda umanità di un uomo gay, obeso e cardiopatico che ha perso il suo amato, morto suicida. Alan, si è tolto la vita per senso di colpa nei confronti del padre, un pastore protestante che non accettava la sua omosessualità e, men che meno, la sua relazione con il professore di inglese.    Eppure, per quanto assurdo possa sembrare, l’accoglienza riservatagli dai “guerrieri della giustizia sociale” di cui si compone una certa sinistra postmoderna (in realtà una accozzaglia di decerebrati appartenenti alla classe medio-alta o alta) è stata tutt’altro che benevola: lì dove il resto del mondo ha visto una storia realistica ed emozionante, questi neo-maoisti, accecati di fanatismo, ci hanno visto violenza e discriminazione. E l’hanno detto con milioni di parole in numerosi articoli, anche di noti giornali e riviste come il New York Times tutti insensati ovviamente. Ma vediamo nel dettaglio, il livello di assurdità, raggiunto da alcune critiche mosse dalla nuova inquisizione nei confronti di questo film. La quasi totalità di queste pseudo recensioni affermano che la violenza della pellicola si scorgerebbe già nel titolo, La Balena. In esse si legge che tale scelta del regista celerebbe, in maniera nemmeno tanto velata, l’intento di normalizzare la discriminazione nei confronti delle persone obese. È evidente che i loro autori (o autrici) non abbiano visto il film altrimenti saprebbero che il titolo fa riferimento al saggio scritto sopra il romanzo “Moby Dick” di Hermann Melville, da Ellie, la figlia del protagonista, il quale è elemento chiave nello sviluppo della sua trama.   Altro motivo di discredito della pellicola evidenziato dalla critica progressista riguarderebbe poi il suo presunto giustificazionismo nei confronti di una società, quella attuale, che tenderebbe a normalizzare qualsiasi fobia, inclusa ovviamente, la grassofobia e ad emarginare chi considera “diverso” invece di aiutarlo. Questi signori dovrebbero però spiegarci, nel caso specifico di Charlie, perché e come, quello che essi chiamano un “sistema grassofobico” lo starebbe escludendo, visto che dalla storia si evince che è una sua scelta il non curarsi. Il professore, che come detto è cardiopatico, nonostante le insistenze di Liz, sorella del suo defunto compagno e sua infermiera personale, a trattare questa malattia, non vuole destinare alla propria salute i centoventimila dollari messi da parte nel corso della sua vita, ma sceglie di lasciarli a sua figlia Ellie a patto che lei vada a trovarlo, cosicché possano riconciliarsi ed egli possa invogliarla a migliorare il proprio carattere, dato che la ragazza sta attraversando una fase particolarmente ombrosa ed egoistica della sua vita. Quella di Charlie, dunque, è una decisione personale: egli vuole farla finita con una sofferenza oramai ingestibile, non prima però di dare il meglio di sé a sua figlia. E non si tratta solo dei soldi: il padre desidera donarle anche il poco tempo che gli resta e i suoi migliori consigli. Ma si sa: i sinistrati, non hanno il senso del limite e pur di piegare la realtà ai loro dogmi sono disposti a coprirsi di ridicolo. Le loro insensate accuse di grassofobia, infatti, hanno coinvolto perfino il trucco: anche le protesi usate da Fraser, per interpretare un personaggio di tale stazza sono state considerate oltremodo offensive. Secondo questi cinefili ritardati, la decisione di ricorrere ad esse, invece di scegliere un interprete obeso, mostrerebbe una totale insensibilità del regista nei confronti di chi è costretto a vivere in un corpo di simili dimensioni. L’idea che il regista non sia riuscito a trovare un attore di duecentosettanta chili che desiderasse e/o fosse in grado di interpretare un ruolo così difficile e drammatico non li ha nemmeno sfiorati. L’altra critica mossa nei confronti del film e di Fraser, dai sinistrati, è quella di omofobia. Anche in questo caso, ovviamente, si tratta di un’accusa ridicola, ma le motivazioni alla base di quella rivolta all’attore rasentano veramente l’idiozia. Secondo la rivista Pride, infatti, Fraser, sarebbe omofobo perché non omosessuale nella vita reale. Dello stesso tenore sono anche quelle rivoltegli da alcuni colleghi, come Guy Branum attore gay, noto più per il suo impegno attivo nelle battaglie ideologiche della comunità LGBT che per il talento, il quale, in un intervista al programma televisivo Hey Qween, ha dichiarato che, in quanto veramente omosessuale e obeso, non avverte la necessità che la sua esistenza diventi una metafora del dolore altrui ed ha aggiunto di non capire perché il regista abbia scelto per il ruolo del protagonista un attore eterosessuale che non è obeso e che per interpretarlo è dovuto ricorrere a protesi che lo facessero apparire tale. «Credo che questa scelta – ha affermato Branum a conclusione dell’intervista – faccia sì che inconsciamente il pubblico finisca per considerare il personaggio alla stregua di un manichino, il che non sarebbe possibile con un interprete realmente obeso.» Al di là dell’egocentrismo di questo bizzarro personaggio, è da notare l’assurdità di una tale critica dato che se la si appoggiasse, bisognerebbe ammettere che soltanto i veterani di guerra dovrebbero interpretare il ruolo di soldato, i preti quello di prete, e via dicendo, per non parlare poi degli assassini seriali che, stando alla logica perversa che la sottende, dovrebbero essere sottratti alle carceri e accompagnati difilato su un set cinematografico. E cosa succederebbe, ad esempio, con un film su Napoleone? Dovremmo sospenderne la produzione fino a quando non sia stata inventata la macchina del tempo?! E con quelli inspirati ai supereroi? Dovremmo lanciare i candidati da una scogliera e vedere se, ispirati dal pericolo, iniziano a volare?! Chi, come Branum, avanza critiche così aberranti nei confronti di Fraser, dimentica forse qual è la ragion d’essere della recitazione. Il mestiere dell’attore consiste nell’impersonare personaggi quasi sempre dotati di caratteristiche fisiche e psichiche assai differenti dalle proprie quindi il successo di tale professione, dipende dalla fedeltà dell’interpretazione: quanto migliore è la capacità di immedesimazione dell’interprete maggiore sarà l’apprezzamento del pubblico. Ad ogni modo, resosi conto della ridicolaggine delle critiche mossegli e consapevole di non aver offeso nessuno, Fraser, non solo non si è scusato con la “comunità gay” ma ha scelto di difendersi pubblicamente da siffatte accuse, irritando così non poco i vertici dell’industria cinematografica. Il protagonista di The Whale, ha deciso di non piegarsi alle minacce di boicottaggio provenienti dalla cupola di quella che oramai è diventata la fabbrica del vittimismo, come invece hanno fatto altri famosi interpreti della settima arte, tra cui Tom Hanks, il quale recentemente ha dichiarato di essersi pentito di aver dato vita al personaggio di Andrew Beckett, il giovane avvocato malato di AIDS protagonista di Philadelphia. Eppure, anche in questo caso non ci sarebbe nulla di cui pentirsi dato che il film, diretto magistralmente da Jonathan Demme ed interpretato stupendamente da un cast di attori eccezionali, non ha nulla di oltraggioso nei confronti dell’omosessualità, ma al contrario, oltre ad essere una magnifica opera, è un nobile e straordinario contributo cinematografico alla lotta contro qualsiasi discriminazione. Detto ciò,  credo ci siano almeno due motivi che spieghino il boicottaggio fallito nei confronti di quest’attore. Brendan Fraser, è uno degli ultimi attori famosi di Hollywood (forse l’unico) a non essere politicizzato: non si è infatti, mai mascherato da attivista impegnato nelle pseudo battaglie del femminismo radicale, dell’ecologismo catastrofista o del finto pacifismo. Fraser, non è affiliato al Partito Democratico come il 78% dei trionfatori agli Oscar, degli ultimi trenta anni, né tanto meno a quello Repubblicano, come Arnold Schwarzenegger, Sylvester Stallone, Clint Eastwood o il suo amico Adam Sandler. Non sponsorizza le nuove tendenze radical chic per i propri interessi economici, ovvero perché ha investito nel business milionario ad esse correlato, né dona armi all’Ucraina, nel nome della “pace mondiale”. No, Brendan Fraser, non è Leonardo Di Caprio. Inoltre, non si mostra a mangiare insetti per convincerci ad obbedire ai folli dettami dei signori di Davos, come fanno Angelina Jolie, o Nicole Kidman, non ci ospita nella sua magione se votiamo il candidato presidente che egli appoggia, come nel caso di George Clooney, né lucra con i poveri del Congo come fa Ben Affleck.   No, fino ad oggi Fraser, non si è mai venduto al potere, né si è mai lasciato dominare dal fanatismo ed è probabile che questa sorta di ostracismo nei suoi confronti, oramai ventennale, si debba in parte alla sua integrità professionale: alla sua volontà di proteggere il suo amore per la recitazione dalla contaminazione della propaganda politica, perché è un professionista e non un mercenario. Ma c’è anche un altro motivo. Come accennato in precedenza, nel difendersi dalle accuse di omofobia, Fraser, ha smascherato pubblicamente la doppia morale della (in)cultura woke dominante a Hollywood. In un’intervista concessa poco dopo aver vinto l’Oscar, l’attore ha ricordato, infatti, che, a differenza di quanto accaduto in altre occasioni, come nel caso della farsa inscenata da Amber Heard, contro Johnny Deep, nel 2018 nessuna femminista o collega lo ha sostenuto nella sua denuncia contro Philip Berk, l’allora potentissimo presidente dell’Hfpa, l’associazione dei giornalisti che rappresenta l’industria del cinema statunitense e che assegna il Golden Globe, per molestie sessuali reiterate durante un pranzo pubblico del 2005 al quale, tra l’altro, avevano assistito molti esponenti del settore, che avrebbero potuto quindi testimoniare in favore di Fraser, ma, per quieto vivere e vigliaccheria, non l’hanno fatto. Le accuse relative all’episodio del 2005, in seguito al  quale Fraser, disgustato, si era progressivamente allontanato dal jet set cinematografico, non ebbero conseguenze negative per il magnate hollywoodiano: sebbene in una mail di scusa. inviata all’attore il presidente dell’Hfpa ammettesse il fatto, giustificandolo come uno scherzo. In assenza di testimoni che ne confermassero la vera natura, ossia che si trattasse realmente di una molestia, Berk, non subì quindi alcun provvedimento disciplinare né fu rimosso dal suo prestigioso incarico. Ma, come si dice dalle mie parti: il tempo è galantuomo… Qualche anno più tardi, nel 2021, fu scoperta un’altra mail in cui quest’ultimo criticava duramente il Black Lives Matter, definendolo un “movimento d’odio razzista”. In quell’occasione l’intervento della neo inquisizione woke non si fece attendere: Berk, fu, infatti, immediatamente espulso dall’associazione giornalistica. Fraser, invece, ha continuato ad essere coerente: alla premiazione dei Golden Globe del 10 gennaio 2023, in cui era candidato come miglior attore protagonista per un film drammatico, il protagonista di The Whale, ha deciso di non si presentarsi, motivando così la sua scelta: «È per via della storia che ho con l’Hpfa. E mia madre non ha cresciuto un ipocrita. Potete chiamarmi in tanti modi, ma non così». Chapeau, Mr. Fraser!

L’Egregio           

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