Il Pothos e tre poesie ad esso dedicate
Potrei definirlo come uno “spiritello” mai contento, sempre alla ricerca della perfezione. Pothos (dal greco Πόθος) è come un tarlo nella testa che continuamente vi infastidisce e in qualche modo non vi fa apprezzare quello che c’è nel presente, facendovi rimpiangere il passato, oppure cercare a tutti i costi l’ideale d’amore assoluto.
Oltre a rappresentare lo struggimento tipico dell’innamorato, Pothos è espressione della psicologia del desiderio, di qualcosa che oramai è lontano, perduto forse per sempre o impossibile da raggiungere nel futuro.
Pothos vi fa volgere lo sguardo al cielo, facendovi immergere nella speranza di ricongiunzione a un amore che vi ha fatto palpitare il cuore. Va detto che in questa espressione del desiderio amoroso non vi è una pulsione sensoriale fine a se stessa, piuttosto aspirazione e puro sentimento, spinto dalla memoria e dall’anima. Però, dopo tutto questo patimento, cosa accadrà alla fine? La risposta è semplice: correrete il rischio di farvi passare davanti l’amore della vostra vita senza riconoscerlo, perché avrete ancora la testa confusa per la persona sbagliata, essendo rimasti ancorati al passato. Il segreto per amare è allora riuscire ad amare il presente.
Se Anteros e Himeros vanno situati, sotto l’aspetto temporale, nel momento presente, allora Pothos va posto nel passato o nel futuro: l’ideale sarebbe far coesistere i tre aspetti contemporaneamente, ammesso che sia possibile che questa angoscia abbia una fine, in modo da poter vedere anche alcuni risvolti positivi. Pothos può servirvi per una giusta causa, anche nelle relazioni di coppia, che ci crediate o no. Esso è utile per dimostrare a voi stessi e al partner quanto potete soffrire di nostalgia l’uno per l’altro. Inoltre, provate a pensare cosa sarebbe una coppia senza un pizzico di sogni: cadrebbe il desiderio di migliorarsi, senza la speranza di avere importanti traguardi in comune, con la tendenza verso una triste relazione monotona e magari frustrante. Scavando nel mondo dell’antica Grecia, ho scoperto che Pothos al quale si riferisce la foto di copertina ed a corredo dell’articolo, è molto popolare: nei Persiani di Eschilo, è la nostalgia irrefrenabile che le mogli provano per i mariti in guerra; nell’Odissea è il rimpianto del porcaro Eumeo per il suo signore, creduto forse morto, a cui il vecchio è legato da un forte vincolo di gratitudine. In un significato ancor più intenso, è il desiderio straziante di riabbracciare il figlio da parte di Anticlea, consumata dal dolore per la sua lontananza. Nell’Ade incontra Odisseo, che le chiede la causa della sua morte, e Anticlea gli risponde: Non male mi colse, che terribilmente / con odioso languore del corpo distrugge la vita, / ma il rimpianto (pothos) di te, il tormento per te, splendido Odisseo, / l’amore per te m’ha strappato la vita dolcezza di miele (Od. 11. 200- 203, trad. Calzecchi Onesti). Il desiderio-rimpianto è in questo caso una condanna che piano piano consuma la vita, invece di arricchirla. Ed ecco le tre poesie dedicate al Pothos:
“Se tu”
Se tu volessi togliere
dalla tua mente
il colore dei miei occhi,
andresti subito a cercarlo
tra i riflessi
delle onde del mare.
Se tu volessi veramente dimenticare
come è il profumo della mia pelle,
andresti subito a bagnare
il tuo corpo
e le tue narici
con l’acqua salmastra.
Se davvero tu volessi dimenticare
il calore di un mio abbraccio,
andresti subito a riscaldarti
sdraiandoti sulla rovente sabbia
di mezzogiorno.
Se tu volessi violentarti,
farti del male
e sforzarti di dimenticare
la passione delle mie labbra,
andresti a prendere sul tuo seno
i raggi pungenti
di questo tramonto.
“Bronzo italico”
Se tu capissi le mie parole:
il disegno del tuo mento ricorda i raggi di quest’isola.
Le perle di mia madre sulla tua pelle
sono stelle incastonate nel cielo scuro.
La mia umiltà rifecondata sei tu.
Se tu capissi le mie parole:
è un garofano notturno
ciò che bacio all’ombra dell’ulivo.
Non mi ruberanno mai l’acqua
che mi bagna della tua gioia,
non mi ruberanno mai lo stupore
vellutato del tuo odore.
Stanno per metterti le catene al collo
e portarti via da me:
quanto vorrei che quel ferro fosse una collana d’oro
e non il peso della nostra futura lontananza.
E il tuo sorriso?
Un miracolo della perduta innocenza,
il tuo sorriso d’ebano è un sole di frutti di bosco,
che ascende su di me.
Non t’amo come se fossi il tesoro
più invidiato dei mari
ma t’amo come se fossi una gemma nascosta, segretamente come si scruta nel buio,
t’amo come se volessi redimere un’inesplicabile colpa. Io esule magro del nord,
tu regina del mondo, accogli l’amore
e fa che esso si perpetui nelle radici future.
“Mr. Rimpianto”
Come potró asciugare le lacrime che verserai per me le stesse che ho versato quando mi lasciasti?
Come potró farlo!
Tu, dimmelo!
Se nello stesso tempo starò asciugando quelle di chi le sta versando di gioia?
Perchè come un minatore scavo il suo cuore che ha inciso il mio nome?
Tu, dimmelo! Piango perchè piangerai il mio nome in ginocchio davanti a Dio. Piango perchè piangerai litri di anima quella che hai tentato di rubarmi un anno fa. Cambierai nome sulla rubrica del telefono e mi chiamerai Mr. Rimpianto! Farai a lotta col passato ma non sai che il ticchettio delle lancette segna solo il futuro! Tirerai fuori le nostre foto fingendo la mia presenza. Piango perchè piangerai il mio nome un giorno passeggiando per strada. Quando vedrai due sposi uscire da una chiesa e dirai che il ragazzo con gli occhi blu somiglia a me. Piango perchè piangerai il mio profumo, sentendo quello di un altro, su un collo rasato male, che puzza di tabacco e di bagnoschiuma commerciale. Piango perchè piangerai la sete che avevo di te. Quando lui non saprà essere il contadino che vangava bene il tuo campo rosa. Piango perchè piangerai.
Articolo e poesie di Andrea Carrai
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Complimenti 🔝