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Ho tante albe da nascere di Lucetta Frisa

di Andrea Macciò
venerdì 2 Febbraio 2024 · 18:27 · 3 min di lettura
Ho tante albe da nascere di Lucetta Frisa

L’alba è il momento della giornata più atteso, simbolo di rinascita in quanto la luce ha il sopravvento sul buio della notte; ma può essere anche il momento nel quale la prosaicità e la durezza del quotidiano hanno il sopravvento sul tempo sospeso del sogno. Colpisce, nel lavoro di Lucetta Frisa, l’uso inusuale del termine “albe” al plurale. Rappresentativo di quella concezione ciclica del tempo che l’autrice insinua nel suo percorso poetico, costruito in lunghi componimenti prevalentemente in verso libero.

Il tempo onirico e i riferimenti al tempo magico dell’infanzia costellano l’opera di Lucetta Frisa Da bambina non si chiedeva/ di che materia erano fatte le nuvole/ non si chiedeva la materia di nessuna cosa/ si guardava la bellezza/ e basta.

La dimensione irrazionale del sogno è precisamente quella che le “albe” interrompono, per poi riprendere nell’eterna alternanza tra notte, sogno, realtà. L’alba rappresenta per l’autrice lo spartiacque entro il quale ridisegnare e ripensare continuamente la propria identità e soggettività, continuamente ripensata a ogni nuovo risveglio.

In alcuni versi possiamo cogliere l’influenza dei classici della poesia italiana “care cose/ vi prego sparite/voglio svegliarmi all’alba/vuota e lontana come l’orizzonte” ci ricorda Nebbia di Giovanni Pascoli “nascondi le cose lontane/ tu nebbia impalbabile e scialba” nonostante il lavoro di Lucetta Frisa non sia intriso dello stesso pessimismo (più avanti leggiamo “dovrebbe curarsi la malinconia/ correndo inoltro all’alba”) anzi sia un’ode alla continua rinascita della vita e del giorno. Quello che accomuna i due passi è un sottile anelito alla fuga dalla prosaicità del quotidiano per rifugiarsi nell’universo onirico.

E se ne “La ballata degli annegati” non mancano i riferimenti seppure trasfigurati dal linguaggio poetico alla realtà, né “L’energia del sonno” ci sembra eloquente il passo “non svegliatemi”. La dialettica tra notte e alba, sogno e realtà, è il fil rouge del lavoro di Lucetta Frisa.

E la conclusione ci sembra eloquente: “ci sarà ancora poesia da cantare/al di là degli uomini” l’alba della realtà prosaica non potrà soppiantare mai del tutto il linguaggio onirico della poesia.

L’autrice

Lucetta Frisa (Genova, 1949) è poeta, scrittrice, traduttrice, lettrice a voce alta. Tra i suoi libri di poesia: La follia dei morti (Campanotto, 1993),  Se fossimo immortali (Joker 2006), Ritorno alla spiaggia (La Vita Felice, 2009), L’emozione dell’aria (CFR, 2012), Sonetti dolenti e balordi (CFR, 2013). Ha tradotto, tra gli altri, Henri Michaux, Bernard Noël, Alain Borne. Suoi testi in riviste (PoesiaNuova CorrenteNuova ProsaLa ClessidraLa mosca di MilanoL’immaginazione ecc.) e antologie (Il pensiero dominanteGenova in versiTrent’anni di NovecentoAltramareaPoems from Liguria). Collabora a riviste cartacee e siti web. Sue poesie sono tradotte in inglese, francese, spagnolo e tedesco. Suoi racconti per ragazzi sono apparsi sul quotidiano Avvenire. In prosa pubblica Sulle tracce dei cardellini (Joker, 2009) e La Torre della luna nera (Puntoacapo, 2012). In coppia con Marco Ercolani scrive l’epistolario fantastico Nodi del cuore (Greco & Greco, 2000), Anime strane,  (ibidem, 2006) Sento le voci (La Vita Felice, 2009; tradotti anche in francese da S.Durbec per Etats civils, 2011), e il Muro dove volano gli uccelli (Edizioni l’Arcolaio, 2013). Finalista in diversi premi letterari, ha vinto il Lerici-Pea (2005) per l’Inedito e l’Astrolabio 2011 della critica per la sua opera complessiva.

 

 

 

Andrea Macciò

 

 

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