Vai al contenuto

Anche Barak Obama inizia a porsi il problema della cancel culture o è solo strategia politica?

di Luca Monti
venerdì 28 Luglio 2023 · 11:54 · 5 min di lettura
Anche Barak Obama inizia a porsi il problema della cancel culture o è solo strategia politica?

Denunciare l’assurdità della cosiddetta cancel culture, pare non essere più una posizione necessariamente di destra per quanto oggi, i termini destra e sinistra, più che politici, siano tornati ad essere ciò che erano sempre stati, fino a pochi secoli fa, vale a dire, semplici indicativi di direzione, non essendovi, oggi di fatto, differenze sostanziali tra i concetti espressi, nelle idee e nella pratica, dai rappresentanti delle due “famiglie” politiche principali, ma tant’è. Tornando all’argomento “politico” tanti sono, ormai, i casi di intellettuali, ma anche di esponenti politici, appunto, di sinistra che si sono espressi contro la cosiddetta cultura woke. È il caso anche di Barack Obama, un nome che fa rumore anche solo per quello che ha rappresentato, essendo stato il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Già in passato, Obama, come aveva fatto anche Blair, con i laburisti, aveva definito “pericolosa” la cultura woke ed aveva avvisato il proprio partito del rischio di una perdita di consenso che avrebbero subito i dem se avessero difeso quelle posizioni ultraprogressiste. Qualche giorno fa è tornato a parlarne, in un articolo sulla stampa americana, con toni che meritano però qualche riflessione più approfondita. Ecco una sintesi dello scritto di Obama: “Alcuni dei libri che hanno plasmato la mia vita, e quelle di così tante altre persone, sono contestati da persone che disapprovano certe idee o prospettive. Questi libri vietati sono spesso scritti da, o hanno come protagonisti, persone di colore, popolazioni indigene e membri della comunità Lgbt. Però ci sono stati anche casi spiacevoli in cui libri di autori conservatori o libri contenenti parole oscene che scaldano gli animi sono diventati bersaglio della censura. L’impulso pare essere quello di imbavagliare piuttosto che coinvolgere, controbattere, imparare da o cercare di capire opinioni che non coincidono con le nostre”. L’ex Presidente, pare denunciare il clima da reciproca caccia alle streghe che sta attraversando la politica e la società civile degli Stati Uniti d’America, dimostrandosi come sempre capace di usare toni moderati ma chiari. E’ destinato tuttavia a far discutere, il fatto che abbia scelto di porre sullo stesso piano il fenomeno della censura ultraconservatrice e quello della cancel culture. Non perché non siano entrambi di pari gravità, ma perché non hanno la stessa portata e la stessa diffusione. Di censura ultraconservatrice si parla per ora infatti, solo in pochi casi sporadici, frutto principalmente di una cultura ugonotta e bigotta, che da sempre caratterizza parte dell’America conservatrice e profonda, mentre la cancel culture, è invece un movimento di sistema che nasce nelle università e si espande e conta sugli intellettuali, ma anche su danarosi sostenitori privati ed aziende, grazie ai quali ha invaso l’arte, le tv, i giornali e il mondo dell’editoria. Un altro punto da considerare, è che in molti casi la censura repubblicana, rappresenta una reazione, uguale e contraria, come ci insegna la fisica, alla cultura woke, che come tutte le politiche estremiste, genera solo altro estremismo. La denuncia di Obama, quindi è condivisibile ma non lo è del tutto la rappresentazione  dei fatti, che ne emerge. O almeno, non lo è finora. Perché quando l’esasperazione dei toni va a toccare i bambini, le reazioni diventano non controllabili e allora sì, che i due fenomeni potrebbero essere destinati ad equivalersi in portata. In Canada, per esempio, una scuola ha imposto agli insegnanti di chiamare con pronome neutro i piccoli alunni ed i genitori, sia Cristiani, che Musulmani, sono scesi in piazza compatti strappando festoni arcobaleno. In quel gesto di protesta estrema, ma capace di unire due fedi religiose diverse e spesso contrapposte, si cristallizza esattamente la prima conseguenza politica immediata della cancel culture: la disaffezione degli elettori al tema dei diritti LGBT. Negli Stati Uniti, da due donne stanche della propaganda gender, somministrata ai propri figli a scuola, è nato un movimento di mamme, con idee non proprio liberali, ma diventato talmente potente da essere conteso fra i candidati repubblicani. In questo quadro, esistono poi anche semplici reazioni lecite, che vengono catalogate dagli estremisti woke come censura. Può infatti, nel momento in cui si impone l’educazione sessuale ai bambini delle elementari, un genitore essere libero di ribellarsi e chiedere che certi libri non siano diffusi fra i minori? La domanda da porsi è dunque la seguente: si tratta di censura o semplicemente di esercizio del ruolo di educatore che ha un genitore? Certo è che le due censure, sia quella conservatrice, che quella progressista, hanno due fattori comuni evidenti: l’ignoranza e il furore ideologico. La volontà di voler piegare l’arte, la cultura e persino la storia, alle proprie convinzioni, è, infatti, sintomo di una società che si nutre di solo consumo e la risposta a ogni censura non può che essere la diffusione della cultura, che ci piaccia o meno, che rappresenti la nostra parte politica, o quella contraria indifferentemente. Va dato dunque atto, ad Obama, di aver dimostrato, nel denunciare questo clima, sia pur in modo parziale e quasi certamente per convenienza politica, un coraggio non scontato nell’America della polarizzazione sempre più estrema di questi primi anni ’20 del duemila.

Luca Monti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *