La Lunga notte dell’Europa
Prefazione
Le piazze non solo, non sono sempre un luogo di democrazia, ma spesso sono il teatro dell’inganno, della retorica collettiva, dello slancio emotivo che soffoca ogni pensiero. Sono state certo il luogo della ribellione, ma anche delle acclamazioni ai dittatori, degli applausi ai carnefici, del consenso costruito sull’entusiasmo di un momento. Perché le folle non pensano, le folle si fanno trascinare. Tutto questo l’ho rivisto il 15 marzo scorso, nella manifestazione pro-Europa. Un evento celebrato come il risveglio di un continente, ma che, a guardarlo da vicino, somigliava più ad un rituale, una liturgia dove la partecipazione serviva solo a confermare un dogma. Ho ascoltato le parole di Roberto Vecchioni. Lo stimo come cantastorie, lo stimavo come professore, ma oggi mi chiedo che cosa ha insegnato davvero? Parlava con il fervore di chi è certo di essere dalla parte giusta, senza il minimo dubbio, senza il minimo cedimento. Eppure, dietro quelle parole, dietro quell’orgoglio di appartenenza, ho riconosciuto qualcosa di più pericoloso: una forma raffinata di suprematismo culturale bianco, occidentale. La convinzione che l’Europa e con essa il suo sistema di valori, il suo modello politico, la sua visione del mondo, sia l’unico orizzonte possibile, l’unica civiltà degna di essere chiamata tale. E poi, la follia. Sono rimasto sgomento di fronte alle parole di una suora, che con disarmante sicurezza sosteneva che il riarmo fosse una necessità, un passaggio obbligato per costruire un esercito di pace. Perché, diceva, se non ci armiamo, saremo noi a morire. Noi, portatori dei valori della pace. Ecco l’Europa di oggi. Si indigna per le guerre, ma solo quando i morti sono quelli giusti , piange per alcune vittime, ne ignora altre. L’Europa, che condanna i crimini degli altri, è la stessa che tace di fronte alle efferatezze di Gaza, ai massacri, all’ingiustizia che denuncia solo quando può usarla come arma contro un nemico già designato. Da qui nasce il mio reportage.
Dalla necessità di guardare l’Europa, per ciò che essa è e non per ciò che dice di essere. Di osservarla senza filtri, senza le lenti di quella narrazione, che la dipinge sempre come il centro del mondo. Perché l’Europa, ha una lunga notte alle spalle e prima di dichiararsi sveglia, forse dovrebbe smettere di sognare di essere migliore degli altri. Io credo che l’Europa, pagherà un prezzo altissimo per la sua retorica e per i suoi silenzi. Forse verso quel mondo multipolare che tanto la spaventa, certamente verso il mondo islamico. Perché lo scontro di civiltà che l’Europa e l’Occidente, stanno mettendo in atto lascerà un segno profondo. E quel giorno non basterà più cambiare le parole per riscrivere la storia.
Il confine invisibile dell’Europa
C’è un momento, quando si viaggia, in cui tutto sembra immobile, sempre identico. La strada si snoda attraverso le case, gli alberi si rincorrono, i paesi, si susseguono uno dopo l’altro, con le loro piazze, i loro campanili ed i loro mercati. E poi, senza che nessuno alzi una barriera, senza un cartello che dica “da qui in poi il mondo è diverso”, si passa un confine. E all’improvviso si percepisce che qualcosa è cambiato. Certo gli alberi sono sempre alberi, le case restano case, le strade portano comunque da qualche parte. Eppure, nell’aria c’è una sottile differenza, quasi impalpabile. È nella disposizione delle cose, nei dettagli che sfuggono allo sguardo frettoloso, nelle storie che si nascondono dietro le facciate di quelle case apparentemente uguali. È in quel qualcosa che non si vede, ma si percepisce. Così è l’Europa. Un continente che si racconta da secoli, convinto della propria superiorità. Si dice giusto, si crede il faro della civiltà, il punto di arrivo della storia umana. E lo ripete con tale insistenza da convincersene davvero. Ma basta fermarsi nei suoi angoli meno illuminati, basta scostare il velo delle sue certezze, per accorgersi che sotto l’orgoglio di essere un “modello per il mondo” si nasconde una lunga scia di sangue. L’Europa, è un continente che ama specchiarsi in sé stesso, ma sempre scegliendo l’angolazione migliore. Da secoli si autocelebra come la culla della democrazia, eppure ogni sua epoca d’oro, è stata costruita sulle rovine di qualcun altro, il suo progresso ha avuto il suono delle catene e l’odore della polvere da sparo. La sua ricchezza ha sempre avuto un prezzo, ma a pagarlo non è mai stata lei. Eppure, ancora oggi, il vecchio continente si racconta di essere diverso, di essere cambiato, di aver voltato pagina. Ma forse l’Europa, non cambia davvero. Forse cambia solo le parole con cui si giustifica.
Un passato costruito sul sangue
Si pensi alle Crociate. Migliaia di uomini lasciarono le loro terre, convinti di marciare verso la gloria eterna. Partivano con la croce sui vessilli, con la spada sguainata e con la certezza di essere nel giusto. Ma il cammino della fede, in Europa, è sempre stato lastricato di sangue. Arrivarono a Gerusalemme, la città santa, e la resero un inferno. Si dice che nel 1099 i cavalli affondassero fino alle ginocchia nel sangue, che le strade fossero un’unica distesa di cadaveri. Tutto nel nome di Cristo. Quello stesso Cristo, che predicava l’amore, la pace e il perdono. Poi, finita la furia contro gli “infedeli”, gli europei iniziarono a sbranarsi tra loro. Le guerre di religione insanguinarono il continente, e per trent’anni cattolici e protestanti si contesero non solo la fede, ma il potere. Intere regioni vennero spopolate, i corpi restarono insepolti per giorni, preda degli avvoltoi. In molti si chiedevano dove fosse Dio, mentre i suoi fedeli si massacravano a milioni. Ma la violenza, come un veleno che si accumula nel sangue, non poteva restare confinata e così quando l’Europa, divenne troppo piccola per contenere la sua arroganza, sollevò lo sguardo altrove. Verso nuovi mondi, ignari della sua fame insaziabile.
Il colonialismo: la brutalità oltre il continente
Dove passava l’Europa, restava solo il silenzio di un mondo estinto. Le Americhe , poi l’India, l’Africa e l’Asia: interi popoli vennero cancellati, culture ridotte in cenere, lingue svanite nel nulla come se non fossero mai esistite. Con il crocifisso in una mano e la spada ben stretta nell’altra, gli spagnoli ed i portoghesi, travolsero gli imperi azteco e incaico, spegnendo in pochi decenni civiltà fiorite in millenni. Gli inglesi ed i francesi, più che conquistare l’India, la svuotarono e ne fecero una miniera a cielo aperto, un’officina di schiavi, una fonte di ricchezza per le loro capitali, lasciando agli indiani solo fame e servitù.
I belgi, poi, fecero del Congo un laboratorio della crudeltà umana, dove milioni di persone vennero mutilate, massacrate, schiavizzate per un pugno di caucciù. E, quando l’Europa, decise che il colonialismo non era più conveniente, trovò il modo di reinventarsi. Non aveva più bisogno di catene, bastavano i governi fantoccio, il controllo economico, la finanza internazionale. Come non ricordare l’apartheid in Sudafrica? Un sistema di oppressione istituzionalizzata che durò decenni, mentre l’Occidente, voltava lo sguardo e stringeva accordi con Pretoria. E quanti altri orrori sono stati sepolti sotto il tappeto della storia? Quanti massacri sono stati dimenticati perché troppo scomodi da ricordare? Ma l’Europa, con il suo eterno talento nell’autoassolversi, continua a credere alle sue favole. La sua violenza, quella no, non è mai esistita, o, se c’è stata, è sempre stata necessaria, inevitabile, giustificata. Così, mentre il mondo cambia ed i popoli lentamente si risvegliano dal lungo incubo del dominio europeo, il vecchio continente continua ad ancorarsi a quella favola in cui è sempre stato culla di civiltà, mai carnefice ed usurpatore.
Il XX secolo: l’Europa si autodistrugge
Dopo aver saccheggiato mezzo mondo, l’Europa, si rivolse ancora una volta contro sé stessa, creando le premesse per due guerre mondiali con centinaia di milioni di morti, l’Olocausto ed i campi di sterminio. Il cuore della “civiltà” fu capace di produrre le peggiori atrocità del XX secolo, dimostrando al mondo che non c’era limite alla brutalità umana, quando il potere e l’arroganza si mescolano. Eppure, tutto questo non bastò.
La NATO e la falsa pace
Dopo il 1945, l’Europa, non abbandonò la guerra, ma la trasformò. Niente più eserciti in marcia, niente più dichiarazioni solenni di conquista, ma qualcosa di più sottile, più pervasivo, più ideologico: la Guerra Fredda. Non si combatteva più con le armi, ma con il ricatto economico, con le rivoluzioni pilotate, con i colpi di Stato, orchestrati nell’ombra. Non serviva più occupare un Paese, bastava imporgli una diversa visione del mondo. L’Europa, divenne il laboratorio di questa nuova dottrina, dove il comunismo era il nemico assoluto ed il capitalismo l’unica via possibile. E quando l’Unione Sovietica, crollò, l’Occidente non si fermò. Dov’era finito quel patto non scritto, quella promessa fatta a Mosca, che la NATO non si sarebbe mai allargata nell’Europa dell’Est? Dov’erano finite tutte quelle promesse e rassicurazioni? Era ormai evidente che la NATO non era mai stata davvero un’alleanza difensiva, non nel senso in cui la si raccontava. Era, piuttosto, un progetto politico, un mezzo per mantenere il controllo su un mondo che l’Occidente, voleva modellare a propria immagine. E quando la storia arrivò ad un certo punto, nessuno sentì più il bisogno di giustificarne l’espansione. Il blocco occidentale si era ormai arrogato il diritto di ergersi a unico garante della civiltà ed al resto del mondo non restava che adattarsi, piegarsi alle sue regole, accettare il suo modello politico ed economico come l’unica via possibile. Poi vennero le guerre “giuste”, le missioni “umanitarie”. L’Iraq, non venne bombardato per il petrolio, ma per esportare la democrazia, la Libia, non fu distrutta per rovesciare un leader scomodo, ma per proteggere i diritti umani e l’Afghanistan, non fu occupato per gli interessi strategici, ma per liberare le donne. L’intervento in Jugoslavia? Una missione di pace. L’Europa, ha sempre saputo come chiamare le sue guerre per renderle accettabili perché lei non bombarda, ma garantisce la sicurezza, non invade ma difende i valori, non destabilizza, ma riporta l’ordine. Le parole cambiano, il sangue resta lo stesso. Ed oggi, mentre l’Europa, si compiace di se stessa, continua a sventolare la bandiera della libertà e dei diritti, ma solo quando le è utile e dietro questa facciata intrisa di perbenismo, promuove conflitti, alimenta divisioni e decide chi merita protezione e chi può essere sacrificato.
L’Europa ed il suo nuovo imperialismo
Da tre anni l’Europa, osserva ciò che accade in Ucraina ed avvolta nella sua solita retorica, dipinge il conflitto come una battaglia tra bene e male, tra democrazia e tirannia. Ma chi osserva da fuori vede un’altra realtà: l’ennesima guerra di potere, l’ennesima manipolazione, l’ennesima illusione, venduta ai popoli. Oggi, nei palazzi di Bruxelles, dove le decisioni vengono prese lontano dagli occhi di chi ne subirà le conseguenze, la retorica non cambia. Prima hanno ignorato la pace, ora scoprono il rischio ed invocano il riarmo. Il ciclo si ripete, mentre i popoli restano solo spettatori e vittime. Con la Risoluzione sul futuro della difesa europea, l’Unione, si sta preparando non a prevenire i conflitti, ma a gestirli, a renderli parte della sua nuova normalità. Si parla di una forza multinazionale permanente, di un’Europa, sempre più autonoma militarmente, non per proteggere, ma per schierarsi in uno scontro che non ammette vie di mezzo. Si potenziano le strutture di comando, si centralizzano le operazioni militari, si costruisce un esercito europeo che non nasce per difendere, ma per rispondere alla logica delle alleanze e delle sfere d’influenza. Non basta. La guerra deve avere i suoi strumenti, e così il Parlamento europeo, immagina un’economia di guerra permanente: scorte di armamenti, produzione continua, finanziamenti anticipati per alimentare l’industria bellica, tutto questo avvolto in una narrazione che distingue tra “democrazie” e “regimi autoritari”, come se la storia non avesse già dimostrato che certe etichette, servono solo a giustificare nuove guerre. Parlano di sicurezza, ma il vero obiettivo, è quello di schierarsi in prima linea nello scontro con la Russia, rafforzare l’industria bellica e fare dell’Europa, di nuovo, un campo di battaglia ideologico. Nella Risoluzione sul sostegno all’Ucraina, la narrazione russofobica, raggiunge il parossismo e non c’è nessuno spazio per la diplomazia e per la riflessione. La “guerra” deve continuare, perché l’UE non può permettersi di accettare un mondo che cambia. Il multipolarismo le fa paura, perché significa perdere il controllo, ammettere che non è più l’Occidente, a decidere il destino degli altri. Forse è sempre stato così. Forse il problema dell’Europa, è il suo eterno bisogno di sentirsi superiore, anche quando tutto dimostra il contrario.
L’Italia: la retorica senza sostanza
E poi c’è l’Italia. Un Paese, sempre pronto a indossare la maschera giusta per l’occasione, capace di commuoversi senza mai cambiare nulla. Il 15 marzo scorso, è scesa in piazza per l’Europa, con l’aria di chi si risveglia all’improvviso, come se fino a ieri non avesse alimentato nessuna guerra, come se non sapesse esattamente cosa stesse succedendo. Hanno sventolato le solite bandiere, intonato i soliti cori, letto i soliti manifesti, intrisi della retorica delle grandi occasioni per “non perdersi di vista”. Ma chi, esattamente non deve perdersi di vista? Gli europei? Gli italiani? Oppure l’Europa ed il suo mito, l’illusione di essere il continente della pace mentre si prepara alla guerra? C’erano gli intellettuali, gli artisti, i politici, i sindacalisti. C’era Michele Serra, con la sua indignazione ben calibrata ed il suo pacifismo a orologeria pronto a denunciare la guerra quando è lontana, ma sempre cauto nel farlo quando è promossa dall’Occidente. Erano gli stessi che nel 2003 marciavano contro la guerra in Iraq, ma che nel 2014 hanno taciuto quando l’Ucraina, bombardava il Donbass. Gli stessi che oggi, si scandalizzano per quella che la Russia chiama “operazione speciale”, ma che allora non trovarono il tempo di scendere in piazza nemmeno quando la stessa “La Repubblica” scriveva che era Kiev, a violare la tregua ed a bombardare la popolazione civile. Dov’erano, allora, questi europeisti? Dov’erano gli intellettuali progressisti, sempre pronti a denunciare le violazioni dei diritti umani quando il nemico era lontano, ma ciechi e sordi quando la verità avrebbe potuto disturbare la narrazione dominante e infastidire gli amici d’oltreoceano? Perché la pace, se fosse stata un principio e non uno strumento politico, si sarebbe potuta scrivere prima. Nel 2014, dopo Maidan. Ma allora hanno preferito far finta di non vedere. E così, eccola, la folla radunata a Piazza del Popolo. Cinquantamila persone. Tante? Poche? Dipende da chi racconta. Per i giornali allineati una mobilitazione storica, la dimostrazione che l’Europa, è viva, che il suo spirito è forte. Ma a guardarli da fuori, quegli uomini e quelle donne con le bandiere e le parole d’ordine tutte uguali, non si vede una protesta, né un grido per fermare la guerra. Si vede un rito. Un atto di fede. Non una piazza che si interroga, che si chiede dove abbia sbagliato, che mette in discussione il proprio ruolo nel mondo, ma una piazza che celebra la sua appartenenza, la sua identità costruita sulle parole giuste, dette nel momento giusto, senza che nulla cambi. E l’Italia, ancora una volta, assiste senza interrogarsi. Non si chiede perché i suoi leader parlino di pace mentre spediscono armi. Non si chiede perché le basi militari si moltiplichino mentre si invocano i diritti. E così, mentre si ripete il mantra della libertà, mentre ci si convince di essere dalla parte giusta della storia, si dimentica che l’Europa, non è più uno spazio di autodeterminazione, ma un blocco chiuso, che impone le sue regole con sanzioni, con embarghi, con censura, con il riarmo. Perché in Italia, la pace è solo una parola da sventolare nelle piazze, mentre la realtà è un’altra. Senza direzione, senza una politica autonoma, senza il coraggio di scegliere, un Paese che un tempo sapeva mediare tra Est ed Ovest, oggi si limita a ripetere le parole degli altri, ridotto ad un’eco lontana nel grande teatro della geopolitica. E così, mentre ci si si commuove, mentre ci si illude di essere il cuore pulsante della pace, in silenzio si prepara il sacrificio del futuro. La NATO ha già presentato il conto: la spesa militare salirà al 3%, poi al 5%. E così, mentre si trovano miliardi per le armi, si chiudono i capitoli della sanità, della scuola, del welfare. Un Paese che si vanta di costruire la pace, mentre firma la condanna a morte del proprio domani.
Il ritorno del fascismo sotto nuove forme
Perché in questo mondo nulla cambia davvero. Si trasforma, si adatta, assume nuove forme, ma la sostanza resta sempre la stessa. Ci hanno sempre raccontato che il nazifascismo, è morto nel 1945, che il suo spettro è stato esorcizzato dalle nuove democrazie. Ma i meccanismi non sono scomparsi. Sono rimasti, si sono fatti più sottili, più sofisticati. L’ossessione del nemico, la propaganda, la paura come collante sociale, lo stigma del diverso. Allora erano le leggi razziali, oggi sono le sanzioni economiche. Allora si invadeva con i carri armati, oggi con le ONG e le rivoluzioni colorate. Cambiano le bandiere, cambiano le giustificazioni, ma la logica è sempre la stessa: un’Europa, che, dietro il suo volto pulito, non ha mai smesso di decidere chi può vivere e chi deve essere sacrificato.
Conclusione: un ciclo che non si interrompe
Forse è sempre stato così. Forse l’Europa, non è mai stata quel faro di civiltà, che racconta di essere, ma solo il narratore più abile, della propria storia. Forse la “pace giusta” che invoca non è altro che una pausa tra due guerre, un silenzio riempito di proclami, un attimo di respiro prima di un altro bagno di sangue. Forse la pace, come la verità, è solo una parola piegata al volere di chi la pronuncia. E chi guarda da fuori lo sa bene. Perché ogni volta che l’Europa, parla di giustizia, c’è qualcuno che viene giudicato, ogni volta che parla di libertà, c’è qualcuno che viene messo a tacere ed ogni volta che invoca la pace, c’è già chi ne paga il prezzo con la vita. Forse un giorno questa macchina perfetta di ipocrisia si spezzerà. Forse un giorno l’Europa, smetterà di raccontarsi per ciò che non è. Forse un giorno il mondo smetterà di cadere nella trappola delle sue parole ben confezionate. O forse no. Perché certe storie, una volta iniziate nessuno ha mai il coraggio di interromperle. Perché la storia, come la vita, non segue la logica delle speranze, ma quella delle ripetizioni. Perché tutto si ripete, in un ciclo senza fine, come le maree, come le stagioni, come la natura umana. E forse è proprio questo il punto: non bisogna sperare, ma accettare. Accettare che nulla cambierà davvero finché gli uomini continueranno a guardare fuori, a puntare il dito, a cercare nemici, invece di guardare dentro se stessi. Finché continueranno a raccontarsi favole per non vedere la realtà.
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