La “politica del selfie” è l’unica risposta di Stato e Regioni allo spopolamento della montagna e delle aree rurali interne?
All’inizio di ottobre a Foligno si è svolto un convegno organizzato dal Gal Valle Umbra e Monti Sibillini “Vivere la montagna-Modelli di sviluppo virtuosi nei territori rurali marginali”. In Italia le aree rurali collinari e montane, in particolare sulla dorsale appenninica, sono da anni soggette a un progressivo spopolamento. Secondo gli organizzatori del convegno, nell’area umbro-marchigiana lo spopolamento della montagna ha subito un’accelerazione a partire dal 2015, mentre è cresciuta l’età media della popolazione.
Nel libro “Vento forte tra Lacedonia e Candela” di Franco Arminio, uscito qualche anno fa, si racconta lo stesso processo di svuotamento dei paesi nell’area compresa tra l’Irpinia e la Daunia. Il processo interessa in maniera rilevante anche il centro-nord, l’appennino tosco-emiliano e quello ligure-piemontese.
Ma perché la montagna si spopola?
Il motivo principale è la carenza di infrastrutture: nei paesi delle valli appenniniche mancano strade, scuole, ospedali e presidi sanitari, connessione internet stabile che renda interessante per alcuni professionisti e persone che lavorano in smart working il trasferimento in queste zone o la permanenza nelle zone di origine, un trasporto pubblico decente.

In alcune aree, anche del nord, come la Val Grue in Piemonte di fatto non vi è alcun servizio. Nella maggioranza delle altre lo stato e le regioni intendono il trasporto pubblico come un servizio di scuola bus: attivo solo in orari scolastici.
Antonio Manzini, nel suo “La mala erba” racconta il punto di vista di una ragazza di diciassette anni prigioniera, non avendo ancora la patente, di un paesino della provincia di Rieti dal quale è un viaggio quasi impossibile solo raggiungere il capoluogo.
Se almeno dal disastro economico e sociale delle “misure di contenimento della pandemia” sembrava emersa una controtendenza, dovuta alla diffusione dello smart working e alla crescente invivibilità di città nelle quali i cittadini erano sottoposti a un controllo soffocante, con l’istituzione in alcune città persino del senso alternato pedonale in alcune vie (ad esempio è accaduto a Roma e a Lecce), e se il famigerato Pnrr sembrava avere almeno un aspetto positivo nei fondi per la riqualificazione e il ripopolamento delle aree rurali interne, oggi questa tendenza sembra essersi bruscamente interrotta.
Le infrastrutture continuano a mancare, in particolare quelle ferroviarie. Rfi e Trenitalia non solo investono ormai solo sull’Alta Velocità dell’asse Torino-Salerno (che, come abbiamo sottolineato in un recente articolo, non offre un servizio adeguato), ma da diversi anni portano avanti un programma di dismissione progressiva delle linee secondarie. In Umbria si attende da anni la riapertura della Ferrovia Centrale Umbra, sostituita oggi da un insoddisfacente servizio di “autobus sostitutivi” e la Terni-Sulmona è largamente sotto-utilizzata; in Piemonte dal 2012 sono state chiuse oltre 10 linee secondarie; in Toscana la Lucca-Aulla e la Bologna-Prato sono state chiuse tutta l’estate per “lavori di potenziamento infrastrutturale” e la Faenza-Firenze è chiusa tuttora per problemi burocratici seguiti all’alluvione dell’Emilia Romagna di Maggio. In alcune regioni del Sud come la Basilicata in alcune aree manca proprio l’infrastruttura ferroviaria di base.
Lo stesso discorso per le strade e le autostrade tutto è centrato sull’asse principale. E restando in Umbria, la Regione guidata da una maggioranza fotocopia di quella nazionale ha avviato negli ultimi anni una politica di tagli di ospedali e presidi sanitari fuori dalle città capoluogo. Ci sono aree, anche al Nord in Val Borbera e Val Staffora, non raggiunte dalla connessione internet e a volte neanche da quella telefonica, e paesi isolati o parzialmente isolati da frane da oltre un anno, come Carrega Ligure in Val Borbera.
Al convegno di Foligno, erano presenti rappresentanti istituzionali della Regione Umbria: ma al di là della solita retorica su resilienza e sinergie, non pare che ci sia alcuna volontà di portare avanti una politica seria di contrasto allo spopolamento delle zone interne, politica che permetterebbe anche di limitare il traffico delle grandi metropoli senza “misure” restrittive come quelle sulle Ztl o l’ingresso a pagamento in città.
Già da gennaio 2022 le “misure” sulla peste suina hanno colpito in maniera molto pesante l’economia di aree, come alcune valli dell’appennino ligure-piemontese, che stavano puntando molto sul turismo lento e outdoor; misure restrittive che avendo l’ordinanza valore nazionale, potrebbero essere estese.
Non vediamo alcuna politica seria mirata a dotare queste aree di infrastrutture che rendano possibile vivere la montagna e l’appennino per persone che lavorano, studiano e hanno una vita sociale e culturale. Le uniche risposte che vediamo sembrano essere trovate utili solo a buttare nuovi soldi pubblici, e a volte a deturpare esteticamente i territori.
L’ultima moda sembra essere quella dei “Ponti Tibetani” instagrammabili con apposite piazzole selfie. Ce ne sono diversi già in Lombardia, regione che detiene allo stato attuale il record del Ponte più lungo, quello di Dossena detto Ponte del Sole, e di quello più alto, quello di Morbegno in provincia di Sondrio.

Abbiamo già parlato del progetto del Ponte di Sellano in provincia di Perugia, realizzato con fondi per la riqualificazione delle zone colpite dal sisma del 2016, quando ci sono ancora da ricostruire case private e mettere in sicurezza monumenti. Nei giorni scorsi, a quanto si apprende da alcune testate locali, un Ponte Tibetano incombe anche sulla provincia di Terni, nell’area delle Gole del Nera tra Narni e l’Abbazia di San Cassiano.
L’area delle Gole del Nera è molto affascinante sia dal punto di vista architettonico e naturalistico, crocevia di numerosi “cammini” dell’Italia centrale, tra quello di San Francesco e quello dei Protomartiri francescani, non lontano dalla Via Francigena. Qua si trova il monumentale Ponte romano di Augusto ancora in ottimo stato, e la città di Narni e le sue frazioni offrono numerosi punti di interesse.

Quale la ragione della costruzione di un’opera inutile e pesantemente impattante sul paesaggio? Temiamo ci sia di mezzo il famigerato Pnrr, che finanzia altre opere analogamente inutili e impattanti come la Funivia dei Forti che il Comune di Genova intende realizzare per collegare la città al circuito appunto dei forti sulle alture (un’area, ricordiamo, nella quale tuttora esistono restrizioni per il trekking dovute alle “misure” sulla peste suina).
La politica dei Ponti Tibetani rischia di attirare in Umbria quello che è stato definito un “turismo da selfie”: chi si sposta tra Firenze e Roma magari farà una tappa a Sellano e una a Narni per farsi un selfie, senza avere la più pallida idea di cosa ci sia intorno, con ritorno anche economico vicino allo zero per il territorio.

Un’altra moda simile è quelle delle “Big Bench” panchine giganti dai colori sgargianti, molto “instagrammabili” come le piazzole del ponte di Sellano.
Se si volesse realmente contrastare lo spopolamento della montagna si partirebbe dalle infrastrutture necessarie sia per i residenti che per i turisti: ma, nonostante la pioggia di denari del Pnrr, non vediamo alcun segnale di politiche in questa direzione. La classe dirigente italiana sembra vedere il nostro paese come una specie di parco giochi a tema, nel quale fare un tour tra le varie attrazioni, per poi magari lamentarsi della “troppa gente in giro” e istituire restrizioni e numeri chiusi.
La politica del selfie è quindi l’unica risposta alle istanze delle aree interne e della montagna? D’altra parte l’attuale ministro delle infrastrutture ha costruito il suo consenso elettorale, oggi peraltro in brusco calo, sulla sovraesposizione social, le dirette facebook e i selfie, quindi noi non ci sorprendiamo. Una politica priva di visione e senso della realtà, ma specialista nel “dare segnali” e “lanciare messaggi”.
Andrea Macciò
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