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Dal Giappone arriva un esempio da seguire per un dibattito sul “pensiero culturale”

di Luca Monti
giovedì 26 Ottobre 2023 · 20:31 · 4 min di lettura
Dal Giappone arriva un esempio da seguire per un dibattito sul “pensiero culturale”

Lo scrittore giapponese Chōkōdō Shujin, appartenente alla corrente letteraria Shirakaba-ha (Scuola della Betulla Bianca) ispirata da una pesante estetica pessimista e da un forte scetticismo verso la modernità e gli avanzamenti tecnologici, ha composto un’ode dedicata ai Kamikaze Nipponici della seconda guerra mondiale, commemorandoli come coloro che hanno sacrificato sè stessi per la gloria e l’onore del Giappone e dell’Imperatore. Ecco il testo dell’ode, che non rispetta chiaramente la metrica della poesia occidentale:

“Carichiamo carburante per un viaggio di sola andata. Caricato con le lacrime. La nostra destinazione è Ryukyu, il viaggio della morte e della dipartita. Oh il viaggio della morte e della dipartita.

Via dalla terra. Addio a questo mondo. Pensiamo ai volti delle nostre madri. Oh, i volti delle nostri madri.

Vieni pioggia, vieni pioggia. In fondo lasciar piovere, ci prepara a questa pena. Oh, questa pena.”

Quest’ode, che farà sicuramente discutere in occidente, per i suoi contenuti politicamente scorretti, visto che inneggia agli sconfitti e non ai vincitori, rappresenta, invece, a nostro avviso, un esempio da seguire per aprire un dibattito sul “pensiero culturale”. Si può, infatti, dopo aver sconfitto ed umiliato un popolo, annichilirne anche il ricordo e cancellare la memoria delle gesta eroiche di coloro che si sono battuti sul campo, commettendo così un ulteriore crimine di guerra, a conflitto finito da decenni? Ci piace riportare il pensiero dello stesso scrittore Chōkōdō Shujin, espresso nel suo blog: “E’ un fatto triste che vi siano poche storie vere di bellezza in guerra, nella quale il sangue di milioni di uomini è stato versato per elevare i nostri cuori….” Già questo incipit, ci apre orizzonti spirituali inaspettati, perchè ricorda molto da vicino, l’elevazione del sangue di Cristo sull’altare, per la salvezza dell’umanità. L’estetica della guerra, dunque, prende qui una forma diversa, uscendo dalla retorica patriottica per abbracciare un significato mitologico, che definiremmo ecumenico e che ci riporta agli archetipi del pensiero umano, a quella philosophia del sangue e suolo, che da sempre rappresenta la forza di ogni popolo, spingendo i singoli individui, in questo caso i Kamikaze, ad immolarsi per un ideale superiore, incuranti della morte, ma con nel cuore e nella mente i volti delle proprie madri. Ecco questa eterna mescolanza continua tra vita e morte, morte e vita, alla quale ogni essere umano è legato da sempre, in un precario ma perfetto equilibrio, oggi si vorrebbe rimuovere in nome della presunta superiorità di un popolo rispetto ad un altro, di un pensiero rispetto ad un altro, in una folle e spasmodica ricerca di una impossibile immortalità, sostituendo il qui ed ora, ad ogni forma di spiritualità e cancellando il ricordo delle gesta, spesso orrende compiute dai vinti della storia, che sono tuttavia speculari a quelle dei vincitori, perchè in guerra, muoiono uomini, donne e bambini dell’una, come dell’altra parte. ecco dunque, che paradossalmente Chōkōdō Shujin, con la sua “Lode ai Kamikaze” ci consegna un inno alla pace di incredibile potenza espressiva, un vero e proprio ossimoro, da catalogare, a nostro avviso, tra i capolavori della letteratura moderna e da prendere come dicevamo ad esempio, anche in questo triste occidente dominato dal pensiero unico, per riappropriarci dell’estetica della guerra e della morte, che mettendoci davanti a questi fenomeni, ci fanno riscoprire il vero senso della vita, oggi trasformata in una sorta di catena di montaggio fatta di tre fasi: “Produci, consuma, crepa”. Il problema è che crepare senza gloria e senza onore, ma soprattutto nella paura di morire, non ha davvero senso. Meglio allora, Philosophicamente parlando, abbracciare la poetica di quei pochi scrittori, ancora capaci di celebrare la morte con onore e gloria, come, appunto Chōkōdō Shujin.

Luca Monti

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